José Carlos Rosales, Se volessi potresti alzarti e volare

Granada dal Sacromonte (wikimedia commons cc0 /PD)

Di fronte a un’opera quale Se volessi potresti alzarti e volare di José Carlos Rosales, appena uscita per i tipi di Interno Poesia con la cura e traduzione di Damiano Sinfonico e una prefazione di Valerio Nardoni, mi occorre spendere un cave verso il lettore: la mia identificazione emotiva, il cd. narcisismo di lettura di matrice Proustiana, è qui molto elevato. In questo – capovolgendo Achmatova – “poema con antieroe” sento fluire molte delle mie letture, riflessioni, rimuginazioni, accadimenti, farneticazioni, paure. Spero dunque di condurre un’analisi spassionata ma non è garantito.

Va detto intanto che, come leggiamo nelle note finali, la gestazione di questo poemetto suddiviso in venticinque brevi canti ha occupato diversi anni, visto che il poeta di Granada ha fatto circolare i primi estratti già nel 2009. Alcune risorse internautiche ci aiutano a inquadrare ancora meglio la genesi dell’opera. Essa viene concepita alla fine di un ciclo di sei raccolte e forse come inizio di un nuovo epos, contrassegnato da un verso più esteso; così l’Autore in una intervista resa a Christina Linares. Infine, sul versante della proposta italiana, Damiano Sinfonico completa in questo 2021 un percorso di traduzione dell’opera verosimilmente iniziato già nel 2017, a edizione spagnola appena uscita: lo provano gli estratti coevi ospitati su Nazione Indiana. Che, assieme alla recente preview di Nuovi Argomenti, costituisce già un’anteprima testuale abbondante e sufficiente, cui vi rimanderò nuovamente coi link in calce.

Proprio come nella immaginifica e interdisciplinare introduzione di Nardoni, anche io, già al momento di soppesare il titolo, ho avuto il flash di un richiamo intertestuale. Negli anni ‘90, in cima alle classifiche della non-narrativa, c’era un libro di “autoaiuto” scritto da un gesuita, Anthony De Mello. Il titolo era Messaggio per un’aquila che si crede un pollo e, lo deduco dal conto delle ristampe nel colophon, mi è stato regalato o consigliato nel 1996, nei miei ventisei anni (quando evidentemente chi mi stava attorno già capiva che qualcosa in me non andava). Il titolo gioca su una favola per cui un’aquila, cresciuta in gabbia a becchime in mezzo ai polli, sottaciuta la sua capacità di volare, solo alla fine della vita prende coscienza di un suo simile che si libra alto in cielo e della sua natura per sempre repressa. Leggendo il titolo, ho pensato a questa immagine, e a come gli slogan, svuotati, restino più in mente di pagine e pagine di precetti.

Proprio così: magari bastassero una favola, una bella immagine e un manuale a rimetterti sui binari. Rosales ne ha piena coscienza, e la frase che forma il titolo, ribattuta più volte lungo il testo e resa persino universale in coda al canto della sala d’aspetto dell’ambulatorio (canto XVI, dove il non-luogo è perfettamente esposto e rovesciato in luogo agli occhi del non-distratto, ossia del non-adattato), ha una consistenza lunare e quasi sadica.

Il nostro antieroe, nella sua giornata poematica, viene narrato in seconda persona (incalzato, dice bene Nardoni) da un io narrante che da requirente e si muta in inquirente sul finire del libro (non dico troppo per non spoilerare) ma che per gran parte aderisce al personaggio, soprattutto quando questo rimugina – sfogandosi, forse farneticando – contro gli altri, contro il mondo intero che, sotto la patina di una solidarietà di facciata, nasconde solo indifferenza e ricerca dell’eventuale tornaconto.

L’assetto del poema è chiaro fin dalla cesura tra i primi dieci versi dell’opera, che diresti – appunto – quasi presi da un manuale di autoaiuto, e quel “non lo fai” ribattuto con variazioni modali per ben sei volte nella sola pagina iniziale. Nella quale è già dunque evidente che ci muoveremo lungo il più completo disadattamento e incompatibilità sociale.

Dovuti a cosa? Affiorano lacerti di critica all’utilitarismo assoluto (canti II, XIV) alla società dell’homo emptor (canto V, con l’altro “ostinato-ribattuto” dei cioccolatini), all’alienazione lavorativa (XIII, XVIII) e alla ottusità della macchina burocratica (XX); non manca neppure uno sguardo alle ferite ricevute in giovinezza (XIX).

Ma le motrici del libro e del suo protagonista sono due: la noia e la consapevolezza della indifferenza. Anzi una, poiché per alcuni, tra cui Emil Cioran, la noia implica questa consapevolezza. E non trovo, per descrivere il cuore pulsante del libro e il suo impulso primario, frase migliore rispetto a questo squarcio Cioraniano, tratto da Un apolide metafisico: “più o meno bruscamente, a casa propria o in casa d’altri, o davanti a un bellissimo paesaggio, tutto si svuota di contenuto o di senso. Il vuoto è in noi e fuori di noi. L’intero universo è annullato. E niente più ci interessa, niente merita la nostra attenzione. La noia è (…) la rivelazione della futilità universale, è la certezza, spinta fino allo stupore o fino alla chiaroveggenza suprema, che non si può, non si deve fare niente né in questo mondo né in quell’altro, non esiste al mondo niente che possa servirci o soddisfarci” (trad. Tea Turolla).

Da questa esperienza di noia (“annoiato” è presente e ribattuto nel poema) deriva la completa e bilaterale irrilevanza, veramente cosmica indifferenza di tutto a tutto. Non senza ironia: “una volta è uscita la tua foto sul giornale / la vide solo tua sorella” (VI). Si arriva a ipotizzare, al canto VII, che il mondo sia originato “da un guasto” (un clamoroso errore, riprendendo il titolo di un bel libro di Paolo Polvani).

E deriva uno sguardo antropologico sulla persona il cui esaurimento è trattato né più né meno che alla stregua di un mezzo di locomozione: al “mondo pieno di motori” del canto IV fa da contraltare la diffusa contemplazione, lungo il poemetto, di treni e vagoni ormai fermi per sempre, di automobili arrugginite, parcheggiate nella depositeria e da nessuno rivendicate. Evidente metafora del protagonista e dell’uomo in crisi, condotta per tutto il libro.

Gli altri due elementi gnomici da passare in rassegna sono l’impossibilità di estraniarsi e sfuggire a questo meccanismo dentato, rappresentata dal mito della caduta di Icaro, con un probabile riferimento all’illusione di rifugiarsi (ancora proustianamente) nella letteratura come vera vita. E il dato, simile ma con una sfumatura diversa, che la inerzia stessa è tale fino a un certo punto, perché anche il non agire, il farsi trascinare dagli eventi, ne determina il corso. Come gridato dal fondamentale canto XI.

E qui mi fermo con la esegesi, perché ci troviamo sulla soglia dell’azione del poema, che lascio totalmente al gusto della lettura. Infatti, contrariamente alle premesse, alla vicenda viene fatalmente impresso un andamento dinamico e poi una brusca accelerazione sugli ultimi canti. Per giungere a un finale di cui mi limito enigmaticamente a sottolineare simmetria e, anche qui, ironia “posturale”.

Sul piano stilistico Nardoni dice praticamente tutto: estrema libertà che rende il flusso quasi puramente narrativo, con una prevalenza però dei versi imparisillabi nel testo in lingua spagnola. Quindi con una ossatura criptica ma presente. Aggiungerei quanto già implicito nella mia trattazione, ossia il ricorso massiccio alla ripetizione lessicale e concettuale, al ribattuto, all’ostinato, che dà un effetto di rimuginazione continua, di disagio (al canto XXIII il protagonista prende a parlare da solo ma il narratore dice “non ti sente nessuno / io sento ciò che dici”, e in effetti il confine tra pensiero ossessivo e parola non ha corpo sin dall’inizio). E naturalmente tutto un impianto di simmetrie, di contrafforti lungo il poema, che il lettore avrà piacere nel cogliere.

Termino con un dato che potrebbe essere mio personale, dato che ognuno ha il suo strumentario ipertestuale, il suo piedistallo di letture: ho trovato ricchezza di riferimenti e rimandi culturali, ben al di là degli agganci evangelico e Bruegheliano che sono espliciti nel testo. Significativo come, tra i tanti, due “ami” appartengano alla poesia e alla letteratura del nostro paese: l’incipit del canto X, che echeggia il caproniano Biglietto lasciato…; e, al canto XX, quelle Pirandelliane “trecentododici macchine in cerca d’autore”.

Non so se questa sarà la prima puntata di un ciclo, ma il risultato è già ex se notevole.

[José Carlos ROSALES, Se volessi potresti alzarti e volare, trad. cur. Damiano Sinfonico, pref. Valerio Nardoni, testo spagnolo a fronte, Latiano: Interno Poesia, 2021, pp. 133, EAN 9788885583566, ebook n/d]

Alcuni canti su Nazione Indiana.
Alcuni canti su Nuovi Argomenti

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