Nicanor Parra, L’ultimo spegne la luce

Parra il giorno del suo centenario (credit: Gobierno de Chile, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons)

C’è un fil rouge che lega, a mio avviso, Nicanor Parra con Charles Bukowski e Vito Riviello. Forse il poeta cileno lo sintetizza meglio degli altri col suo più celebre verso: I poeti sono scesi dall’Olimpo. Riferendosi non tanto e non solo alla marginalizzazione storico-oggettiva del loro ruolo sociale, ma alla necessità per i poeti di deporre ogni postura verticale rispetto all’umano consorzio.
Il quid pluris di Parra rispetto agli altri due è forse la consacrazione avvenuta lungo una vita felicemente ultracentenaria: la sua “antipoesia” – in polemica col culto del verso epico, o ermetico, o ricercato -, nonostante non sia mancato chi ha arricciato il naso, alla lunga ha incontrato riconoscimento e rispetto, fino ad arrivare al “Cervantes” nel 2011 e a far sì che più volte Parra fosse pronosticato in lizza per quel Nobel cui giunsero i connazionali Gabriela Mistral (spesso presa di mira satiricamente) e Pablo Neruda.
Dall’altra parte, Bukowski riceve tuttora, a oltre un quarto di secolo dalla morte, un trattamento legato alla sua figura di maudit (da lui stesso non certo ostacolato: Scrivo poesie solo per…) piuttosto che contenutistico-analitico, con la conseguenza che alcune tematiche importanti, per es. la robusta presenza della musica classica nella sua poesia, sono ancor oggi snobbate.
Di Vito Riviello, poi, dir non è mestieri; e l’opera omnia digitale, meritoriamente uscita dopo decenni di disinteresse quando non di ostracismo da parte della cd. “scena poetica”, gli rende compensazione ma non piena riparazione (per quella strana, epidemica malattia autoimmune che è la scarsa considerazione verso il non cartaceo e il gratuito).
Per il resto, mutatis mutandis, trovo nei tre lo stesso cocktail di demitizzazione del poeta, antiretorica, comico e malinconico ben shakerati, satira e talora trivialità. Mutatis mutandis, ripeto, conservando ciascuno il proprio dosaggio degli ingredienti: rispetto a Parra, in “Buk” la componente satirica verso la società è quasi assente in favore di un menefreghismo pronunciato ma di un maggior contatto sul lato della provocazione lessicale; in Riviello, invece, la crudezza lessicale è occasionale è tutta puntata al sociale e non al carnale, restando il poeta lucano sempre dentro il recinto della romanticheria con l’altro sesso; ma forte è l’affinità ludica. Insomma, le affinità di registro e concezione sono, almeno per me, tangibili; con in più il tramite, per tutti e tre, di uno strumentario che va dalla illuminazione di pochi versi alla lunghissima tirata. Il che porta spesso a un giudizio di eterogeneità, di non equivalenza qualitativa interna alla fluviale opera di ciascuno di loro.

Bene ha fatto dunque Bompiani, nella sua collana Capoversi, a pubblicare un volume ad ampio raggio dedicato a Parra, l’antologia L’ultimo spegne la luce, con la cura di Matteo Lefèvre, il quale delinea i caratteri della “antipoetica” con efficacia nel suo saggio introduttivo (Un antipoeta alla corte della poesia). Ne cito un estratto in modo che chi mi legge possa cogliere le similitudini che ho delineato fin qui:

una creazione letteraria che nella sua attitudine scavalcava di netto l’esempio delle avanguardie storiche, inaugurando una concezione totalmente “laica” della poesia che non suggeriva peraltro alcun credo alternativo e si faceva beffe in maniera sfacciata dei motivi, degli stilemi e delle strategie consolidate. (…) fin dagli inizi le opere parriane propongono un radicale cambiamento di prospettiva non solo per la poesia in sé, ma anche per il ruolo del poeta, che non sembra più avere un crisma particolare né aspira a farsi interprete di responsabilità etiche o intellettuali precise: l’antipoeta è un personaggio sgangherato e marginale, e prova ne sono gli alter ego d’autore che si aggirano tra i versi, presenze evanescenti o personaggi grotteschi contraddistinti da un sentore di precarietà assoluta, ma insieme anche individui dotati di un’inattesa carica vitale; una carica che tuttavia scaturisce da motivazioni crasse e comunque ben diverse dai nobili sentimenti ipostatizzati dalla lirica tradizionale. Sì, perché i protagonisti dell’antipoesia, quando non vagano del tutto alla deriva, sono guidati dal desiderio sessuale più che dal trasporto amoroso, da una fame picaresca più che dalla coscienza di classe, dal culto dell’opportunità materiale più che da qualsiasi anelito trascendente. Nell’opera di Parra sfila dunque un’umanità sbilenca, spesso senza storia e senza memoria, una moltitudine di figure antieroiche che fanno dei bisogni primari e di un’esistenza ordinaria, triviale, la propria bandiera; e tra costoro si inserisce anche lo stesso autore, il quale nei suoi vari autoritratti si definisce perlopiù come un individuo sgangherato, un uomo qualunque, materiale e prosaico, un soggetto dimesso, nient’altro che un “insegnante in un liceo oscuro”, un impiegato “abbrutito dalla cantilena / di cinquecento ore a settimana”. L’antipoeta è tutto fuorché un modello da seguire, men che meno un “vate”, un “martire” delle lettere oppure delle idee; a tratti sembra avere venature crepuscolari, ma in realtà è più che altro un circense non troppo dotato.

Proprio per il fil rouge che ho ipotizzato, l’unica affermazione di Lefèvre che non mi vede d’accordo è quella per cui «in Italia forse non abbiamo mai avuto un poeta così: un autore in grado di predicare fieramente nel deserto e di non prendere mai troppo sul serio né sé stesso né il suo pubblico e men che meno il mondo che lo circonda, si tratti del sistema politico-sociale o di quello letterario». Gli oppongo sic et simpliciter le parole di Cecilia Bello Minciacchi, curatrice del volume di Riviello, definito «Un poeta dotato, al contempo, di dolcezza e di ruvidità, di malinconia e di verve comico-satirica, capace, ben oltre la maturità, di subire incanti, e tuttavia sempre lucidissimo e pungente nell’analisi del reale. Pur generoso negli scambi intellettuali, nelle conversazioni e nelle letture poetiche, nella scrittura Riviello ha rispettabilmente fatto un po’ parte per sé stesso».
Detto questo non aggiungo altro, vi esorto alla lettura del libro (nel mio caso ebook) di Parra, proponendovi una mezza dozzina di poesie a me gradita.

***
(da Poesie e antipoesie, 1954)
DOMANDE ALL’ORA DEL TÈ

Questo indistinto signore assomiglia
A una figura da museo di cere;
Guarda attraverso le tendine logore:
Che vale di più, l’oro o la bellezza?
Vale di più il ruscello che si muove
O la pianta ben salda sulla sponda?
In lontananza si ode una campana
Che apre un’altra ferita, o che la chiude:
È più reale l’acqua della fonte
O la ragazza che si specchia in essa?
Non si sa, ormai la gente non fa altro
Che costruire castelli di sabbia:
Conta di più il bicchiere trasparente
O la mano dell’uomo che lo crea?
Si respira una fragile atmosfera
Di cenere, di fumo, di tristezza:
Ciò che è stato una volta non sarà
Più così, dicono le foglie secche.
Ora del tè, pane tostato, burro,
E tutto avvolto come in una nebbia.

*
(da Versi da salotto, 1962)
AVVERTENZA

Io non permetto a nessuno di dirmi
Che non capisce le mie antipoesie
Tutti devono ridere a strafottere.

Per questo io mi spremo le meningi
Per arrivare all’anima del pubblico.

Basta fare domande.
Fin sul letto di morte
Ognuno con le unghie sue si gratta.

E infine un’altra cosa:
Io veramente non ho alcun problema
A stare a un gioco più grande di me.

*
(da Opera grossa, 1969)
LA CROCE

Presto o tardi giungerò singhiozzando
alle braccia aperte della croce.

Più presto che tardi cadrò
in ginocchio ai piedi della croce.

Devo trattenermi
per non aggrapparmi alla croce:
vedete come essa mi tende le braccia?

Non sarà oggi
domani
né dopo
domani
ma sarà quel che dev’essere.

Per il momento la croce è un aereo
è una donna con le gambe aperte.

*
MANIFESTO [inizio]

Signore e signori
Questa è la nostra ultima parola
– La nostra prima e ultima parola –:
I poeti sono scesi dall’Olimpo.

Per i nostri padri
La poesia è stata un oggetto di lusso
Ma per noi
È un bene di prima necessità:
Non possiamo vivere senza poesia.

A differenza dei nostri padri
– E dico questo con tutto il rispetto –
Noi sosteniamo
Che il poeta non è un alchimista
Il poeta è un uomo come tanti
Un muratore che costruisce un muro:
Un costruttore di porte e finestre.

Noi conversiamo
Nel linguaggio di tutti i giorni
Non crediamo in segni cabbalistici.

E un’altra cosa:
Il poeta sta lì
Perché l’albero non cresca storto.

Questo è il nostro messaggio.
Noi denunciamo il poeta demiurgo
Il poeta Bacarozzo
Il poeta Topo di Biblioteca.

Tutti questi signori
– E dico questo con molto rispetto –
Devono essere processati e giudicati
Per aver costruito castelli in aria
Per aver sprecato lo spazio e il tempo
Componendo sonetti alla luna
Per aver messo insieme parole a caso
All’ultima moda di Parigi.
Per noi no:
Il pensiero non nasce in bocca
Nasce nel cuore del cuore.

Noi ripudiamo
La poesia con gli occhiali scuri
La poesia di cappa e spada
La poesia dal cappello a larghe falde.
Auspichiamo al contrario
La poesia a occhio nudo
La poesia a seno scoperto
La poesia a testa nuda.

Non crediamo alle ninfe né ai tritoni.
La poesia dev’essere questo:
Una ragazza circondata di spighe
O non essere assolutamente nulla.

*
(da Foglie di fico [Hojas de parra], 1985)
QUALCOSA DEL GENERE [estratti]

Parra ride a crepapelle
quando non hanno riso i poeti?
per lo meno dichiara di ridere

passano gli anni passano
gli anni
per lo meno sembra che passino
hypotheses non fingo
tutto accade come se passassero

ora si mette a piangere
dimenticando che è un antipoeta

*
Non continuate a spremervi le meningi
le poesie non le legge nessuno
è uguale che siano belle o brutte

*
Io ho lasciato lo sport per la religione
(ascoltavo la messa tutte le domeniche)
ho abbandonato la religione per l’arte
l’arte per le scienze esatte

fino a che mi venne l’illuminazione

Ora sono solo un uomo di passaggio
che diffida del tutto e delle sue parti

*
(da Calzini spaiati)
EPITAFFIO

Io sono Lucila Alcayaga
alias Gabriela Mistral
prima mi diedero il Nobel
e dopo il Premio Nacional

nonostante io sia morta
continuo a sentirmi mal
perché non mi diedero mai
il Premio Municipal

__
[Nicanor PARRA, L’ultimo spegne la luce, cur. Matteo Lefèvre, testo spagnolo a fronte, Milano: Bompiani, 2019, pp. 421, EAN 9788858784518, versione ebook disponibile]

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