Alessandro Franci, La fragilità dei pesi

Alessandro Franci, foto dall’ebook La luna è nuova, LaRecherche.it

È uscita in questi giorni la nuova raccolta di Alessandro Franci, La fragilità dei pesi, edita dalla Società Editrice Fiorentina con una prefazione di Caterina Verbaro. Propongo qui cinque poesie invitando tutte e tutti a leggere questa prova a mio giudizio considerevole, soprattutto nella sezione iniziale. È stato arduo scegliere solo una cinquina per non andare oltre la soglia convenzionale del dieci per cento.
Molte sarebbero le considerazioni da fare, le rinvio a migliori andamenti del mondo e dei neuroni dello scrivente. Andrà almeno segnalata la enorme maturazione di Alessandro rispetto alle precedenti raccolte (link in calce), del resto composte non più tardi di metà anni ottanta.
Andrà rimarcata una ispirazione attenta a reprimere qualunque tentazione mistica o romantica nell’ordine del caso (il “fare del caso” della poesia eponima in apertura, a p. 16, si aggancia alla seconda poesia della raccolta d’esordio, Senza luogo).
Andranno evidenziati accostamenti quali “memoria e ragnatele” (p. 20), a condensare un grande tema lungo tutto il libro: il carattere estenuante, l’essenza per lo più imperscrutabile o comunque  il risultato mai del tutto soddisfacente di ogni recherche, che pure siamo istintivamente invischiati nel ripetere. Tutto ciò in contrapposizione al mondo altro-da-noi inquieti, alacre (“al ritmo forsennato invece / sull’altra sponda, per via dei lavori”, p. 33) e immemore in cui “tutto è chiaro, robusto / di senso di giustizia” (p. 21). Altro accostamento rilevante al riguardo, sapientemente posto in testa-coda della poesia citata proprio ora, è tra “incerto” e “verifiche”.
Ma più di tutto mi colpisce la capacità del poeta di disciplinare gli slanci, non inibendoli ma facendoli piuttosto sgorgare (in risorgive spesso memorabili) quasi sempre a valle di una osservazione strettamente oggettiva (oggetti dichiarati al primo verso o subito dopo con anastrofe), di uno sguardo secco e catalogatore. Pur nelle differenti scelte metriche, questo nitido andamento dal fenomeno alla gnome mi fa connettere la prova di Franci, spiccando un suggestivo e provvido balzo anagrafico di otto lustri, coi versi di uno dei migliori poeti della generazione ‘90, ovvero Dimitri Milleri e il suo Sistemi (Interno Poesia), libro per me imprescindibile tra i nati lungo quest’anno orribile.
Non manca, per finire, qualche risoluta accensione civile (Blandi giochetti, p. 27; per metafora, Le vie dei parassiti, p. 60).

***

Barlumi

Al centro del panorama l’icona di archeologia industriale,
urna cineraria gigantesca in febbrile attività
di lampioni, mattoni e ferri, sagome umane delegate
alla memoria che lucida, reperta, calcola le distanze,
i pesi della pena, i vasi comunicanti di rimorsi e di rimpianti;

in un’erba ricresciuta tra pali e reti la fortezza
senza varchi è il nascondiglio per i cani, un feretro
alla fine di ogni cosa, c’è solo una frenesia di api
e farfalle sulla lavanda e polvere di anni nei
difficili accessi e tra i divieti.

*

Alterazioni 

I tarli sulla cornice dello specchio
hanno forato gli intarsi, attaccato gli
ornamenti, preso dimora nelle fibre di legno,
rimane soltanto la rispecchiata esattezza della forma
sul vetro, fedele agli impatti, ma
basta una luce che tradisca: una
persiana socchiusa, la porta della stanza
aperta, che ci perdiamo, i forse diventano
infiniti, il riflesso si sincera delle ossa,
della pelle e la distanza è riproposta,
si assume il peso e la colpa di
oltrepassare o di fermarsi al fitto
resoconto di come stanno davvero le cose.

*

Celebrazioni 

Le voci tra sagome scolpite, nella storia rievocata,
ammaestratori di cani, prestigiatori,
ozio e impasto di ristoro, zuccheri, bastoncini colorati,
richiami ciclici di specchietti.

I passi di danza sui selciati e nelle corti, sui pavimenti
delle cantine di depositi preziosi, le strade sgombre,
la perdita di peso del mancato, del non speso nel tempo;

qui nel fuori dal mondo davanti al castello di tubi
nella piazza a forma di cuore spalancato,
chiuso ai lati da fiori rossi e dalle luci.

*

Remoti e vivi

La foto ritratta il tempo
trafigge l’istante e il suo destino, solo
la carta lo deteriora, il suicidio nei contorni
e nelle crepe rinsecchite;

attraversata la soglia il cielo torna
luminoso, carico del suo futuro,
l’osso bianco ritrova la sua carne,
l’aria sfiora l’acqua senza un confine,
su questo pendio lungo l’asse in equilibrio
per noi che siamo in questi anni remoti
e vivi, pietra di colonne pericolanti,
noi stessi codici miniati quasi illeggibili.

*

Di unica sostanza

I muschi sono pietrificati
sui muri a secco
tutt’uno di malattia e coesione;

arcipelago brulicante
di gasteropodi e formiche
totem di foglie e piume come cimeli
per sopravvivenze verticali.

Si osserva uno spettacolo da circo:
l’oscillare tra la vita e la morte
che ci assomiglia
nelle geometrie mobili e fatali,
con la seta di tele a imbrigliare il viavai
delle file ordinate e silenziose.
___

Alessandro FRANCI, La fragilità dei pesi, pref. Caterina Verbaro, Firenze: Società Editrice Fiorentina, 2020, pp. 77, EAN 9788860325891
Link alla scheda presso il sito dell’Editore.

Alessandro FRANCI (1954)  è redattore della rivista L’area di Broca (già Salvo Imprevisti) diretta da Mariella Bettarini e dall’indimenticata Gabriella Maleti. Ha scritto un romanzo, racconti, aforismi e pensieri, poesie. Limitandosi a queste ultime, vanno segnalate le raccolte Senza luogo (1985, Gazebo Edizioni, qui in free doc) e La luna è nuova. Poesie 1980-86 (2012, ebook libero LaRecherche).

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