Massimo Seriacopi su La perdita

foto B.E.Manetti, ritocco mio.

Roberto R. CORSI, La perdita e il perdono, Pietre Vive, 2020.  

Brillante e corrosivo, lo zibaldone di componimenti presentato dimostra come l’autoironia possa rappresentare un’intelligente àncora di salvezza (se una salvezza è possibile, naturalmente): caratterizzata da una scelta raffinata stilisticamente e linguisticamente, ma allo stesso tempo estremamente realistica, proiettata in una dimensione ideale in un senso (per le riflessioni “filosofiche”) ma decisamente calata nella effettualità degli accadimenti (con coerenti riflessioni annesse, molto legate alla terrestrità quando è il caso), la strutturazione dell’opera e di ogni singolo componimento lascia intuire quanta lucidità (a volte senza scampo…) anima lo slancio poetico dell’autore.

Nella gustosa sorta di prefazione (Al panfilo! E al lettore) si avvisa con chiarezza che “il senso catastrofico che spira tra le pagine promana quasi unicamente dalla riflessione sull’emergenza climatica (la considero ancora la vera, definitiva apocalissi a venire). Perciò la pandemia ha reso la raccolta, nella misura in cui non vi s’impernia, suscettibile di essere presa per il trastullo di un ricco epulone rifugiatosi su un panfilo al largo, o comunque di una persona così superficiale da non percepire il profondo sconvolgimento antropologico ancora in atto e chissà per quanto. Ho deciso di correre il rischio…”; ecco, ben venga questa beata incoscienza, perché le occasioni per comporre poesia possono partire da basi esistenziali e di riflessione minimaliste, per così dire, e proiettarsi verso altezze e dimensioni cosmiche con efficacia.

Si può valutare la veridicità di queste asserzioni analizzando i testi, e soffermandosi, per esempio, già sul componimento d’apertura della raccolta (Jeux de vagues 2019), con la sua apostrofe (rivolta a se stesso e al lettore al contempo): i giochi delle onde marine diventano natura e sbalzi della vita umana, per cui “fuori stagione” e”mare mosso” saranno diagramma da valutare con estrema sensibilità per riuscire a percepire i reietti, gli emarginati, i solitari e “diversi” dell’esistenza. E nasce l’esigenza del riconoscimento, della ricerca di consonanza, del rispetto dovuto ad ogni modo/moto dell’essere.

Una nobiltà di intenti immersa in un corrosivo, amaro considerare la reale difficoltà dell’inserimento nella cosiddetta “società”, a volte insensata alla percezione (malata? O solo più affilata, più profonda e sincera?): e proprio questo contrasto contribuisce a dare energia e capacità d’impatto alle poesie di Corsi.

Nei contenuti: che poi nella forma, strettamente interconnessa a ciò che si vuole comunicare, senza false modestie l’artista mostra di sapere dispiegare acuminate capacità stilistico-retoriche, come si accennava, e come si può ben vedere in componimenti come Un refolo di sincerità, con la sequenza di interrogazioni spezzate dal verso finale: sappi, interpellato, che non puoi dissimulare, niente maschere e ipocrisie; ti pongo la domanda conoscendo già la risposta, è la cartina di tornasole per vedere quanto può essere basato sulla sincerità il rapporto con te, e anche (trema…) quanto sei sincero con te stesso.

Tra le poesie sparse della raccolta spiccano spaccati di vita e di confronto di età ed esperienze, come in Adolescente in un compro oro, un bimbominkia che deve imparare come si campa, ancora, ma… non siamo ancora tutti dei principianti del vivere, suggerisce in fondo l’autore? Che ci rifletta lui stesso…

«Gran parte dei poeti si rallegra che siamo marginali, | che la poesia non venda e, come una micosi, | asfittica si annidi nelle pieghe di un lavoro | (sul quale presto o tardi verrà sparso econazolo); | mentre invece io ne soffro, lo considero un dramma: | come finire a vivere per strada e bearsi | di non dover lavare il pavimento»: ecco, questo gioiellino lo voglio riportare, in questo stralcio d’analisi, da degustare nella sua lucidità e bellezza anche formale.

E non dimentichiamo le denunce sociali, a perenne memoria (e su cui meditare), come nella breve poesia dedicata al Natale (o giù di lì…): «Natale, siamo tutti più buoni. | Un sindaco del nord ha ordinato | di non donare latte caldo ai barboni. | Voi meditate che questo è stato».

Nella quinta sezione, Il perdono, compaiono altri numerosi componimenti degni di meditazione, come Salto di specie, ironico invito all’evoluzione dalla fragilità (a volte meschina) del vivere umani dominati da “Madama Paura” (essenzialmente dell’altro da sé, ma anche con i mostri interiori non si scherza mica, amici lettori…).

Non dimentichiamo di goderci le Note di clausura e i riferimenti bibliografici finali, mi raccomando; buona degustazione…

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[Massimo SERIACOPI è docente, poeta, saggista e uno dei più eminenti dantisti del panorama contemporaneo. Affianca alla ricerca, da sempre, una grande energia divulgativa tenendo incontri – su Dante e non solo – in molti spazi culturali fiorentini anche oltre le mura. Su questi lidi ci siamo occupati del suo a oggi opus unicum in versi, Piccole Danze. Bontà sua, ha prefato le mie Cinquantaseicozze. Nella foto, scattata a Parva Libraria nel maggio 2019 e ritoccata un po’ con effetto vintage per via della risoluzione non ottimale, sta leggendo un passo da Limonio col Lillo che lo osserva colmo di beatitudine.]

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