Giusi Drago, Correggere le diottrie

drago correggere le diottrieIl mio colpo di fulmine per la poesia di Giusi Drago risale al 2012, quando è uscito su Nazione Indiana il suo miniciclo Ombra di bestia, d’ispirazione dantesca (cfr. Inf. , II, 45-48). Il tema ne è la paura e – potendo forse esprimere un giudizio autorevole sulla materia per “anzianità di soggezione”- mai avevo colto una tale sensibilità e padronanza poetica nel maneggiarlo.
Dopo una prima pubblicazione cartacea due anni dopo, ora quelle cinque poesie ricompaiono nella seconda parte della nuova raccolta poetica di Giusi, Correggere le diottrie, edita da Oèdipus al termine del 2019.
Nel frattempo ho avuto il privilegio e l’onore di condividere quattro anni di conredazione Perìgeion con questa pregevole persona e poeta, e ciò mi ha insegnato come Giusi faccia della distillazione e del passaggio del tempo un ingrediente capitale nella creazione poetica. Una pazienza che si deve certo al suo carattere e alla missione lavorativa di traduttrice, abituata a un vero e proprio, ininterrotto dialogo coi testi; dato che ritorna abbondantemente anche qui.

Correggere le diottrie è una raccolta all’altezza dell’assaggio che tanto mi colpì. Rispetto al quale, qui, la vita fa ingresso più copiosamente. È infatti un libro in cui Drago sussume, con vari procedimenti, la gnome che le è derivata da una serie di tappe esistenziali occorsele in sequenza piuttosto rapida. Tappe volta per volta terapeutiche, logistiche, relazionali, familiari.
Il titolo prende spunto, sagacemente a contrario, da un verso di una delle poesie di congedo (p. 105) in cui si fa riferimento al “terzo occhio”, quello tradizionalmente esoterico e sovrasensibile, che «non ha bisogno di correggere le diottrie»; elidendo la negazione nel titolo si dà, a mio avviso,  tributo formativo al pur doloroso vissuto, al dato esperienziale. Al nicciano was mich nicht umbringt usw., insomma. Del resto, nella stessa poesia, l’apertura del terzo occhio sembra proprio conseguire a una classica chirurgia oftalmica, verosimilmente intrapresa per correggere una miopia che trapela e viene metaforizzata sin dalle prime poesie.
Anche al di là di questo gioco titolistico tra misticismo e induzione, i contenuti della poesia di Drago emergono a coppie e spesso in un rapporto dialettico tra loro. La prima parte del libro, significativamente denominata Dell’agire, mostra subito una dualità-rispondenza tra mondo e parola («che il mondo agisca in aderenza | al dato, invece tutto sporge avanza | si allunga, anche le parole», p.11) che prosegue per tutte le sottosezioni, fino a sfociare a p. 25 in quella dualità tra parola e silenzio cara, tra gli altri, a Gabriella Maleti e Kostas Monidis. È invece una coincidenza di opposti la dualità tra incontro e separazione, giocata (come correttamente l’A. annota in coda) sulla rielaborazione di un pensiero di Simone Weil.
Progressivamente, il libro lascia spazio alle citate ordalie esistenziali: Sgomberi e traslochi; il viaggio kafkiano nel giuridico attraverso il trauma ribattuto delle “convocazioni” ne La logica delle unioni; la corporeità ancora in funzione induttiva (e in dualità con la parola) nella Appendice terapeutica: di vertebre e parole. Tra queste ultime due sezioni sta la peculiarità della parte terza, Camera oscura, in cui Giusi scopertamente dialoga e ricombina col proprio vissuto l’oggetto del proprio lavoro, ossia la letteratura da leggere o tradurre (Hillesum, Wittengstein, Rosselli, Wolfgang Pauli). Qualcosa di più affiora anche oltre i nomi “dichiarati”: come non pensare, leggendo a p. 65 de «la lucente superficie bianca | di nessuna profondità» all’ eternal sunshine of the spotless mind di Alexander Pope?
Chiudono il libro – ma in realtà ne occupano un terzo, quasi come in un concerto in cui si volesse saggiare la voglia di encore! del pubblico prima di proseguire – ben quattro epiloghi e una Nota del curatore (sic!) che in realtà si traduce in un altro miniciclo di cinque poesie: il tutto in bilico tra esperienza, pessimismo (Conto corrente, Dell’incertezza delle nostre visioni) e trasfigurazione attraverso testimonianze letterarie di spicco (la Bachmann in Pappagalli a Berlino).
Alla pluralità di variazioni sul tema esistenziale fa riscontro una bipolarità stilistica tra verso (sempre libero e con sporadica rima, spesso contigua) e prosa pianeggiante ma densa di suggestioni. Continuo a preferire Giusi nella prima modalità.

Questa raccolta mi parla moltissimo e stimola il mio narcisismo di lettura (c’è anche una robusta componente acquatica nel libro), ma lo fa in termini ambivalenti e tali da ritenerla abile a parlare a chiunque: sa affratellarmi alla sensibilità della poeta ma allo stesso tempo spargere, pessoanamente, il sale sulle ferite delle battaglie che non ho combattuto. E lo sento doppiamente nell’imminenza del crollo, che – ammonisce Drago in una delle liriche migliori – avviene «almeno una volta | nella vita di ognuno», per giunta con sesquipedale carenza nel sottoscritto di «esercizio preparatorio» (p. 63).
Del resto, e per una buona volta al di là del forse egotico discorso RRCorsiano, la qualità del lavoro è stata oggettivamente comprovata dal primo premio per l’edito conferitole dalla autorevole giuria di Bologna In Lettere 2020.

Poiché il polittico Ombra di bestia è, come detto, integralmente apprezzabile su NI, mi limito a proporre per intero una sola altra poesia, peraltro eponima di sezione (p. 54):

4.

la logica delle unioni
è affermativa – avvera
ciò che ancora forse non c’è

la separazione va quindi insegnata
nel modo più netto:
tagliando in due, staccando
il collo dal collo, la pancia
dalla grande pancia

va insegnata per tempo a chi
dentro le acque nuota fuori tempo

___
[Giusi DRAGO, Correggere le diottrie, Nocera Inferiore: Oèdipus Edizioni, 2019, pp. 113, EAN 9788873414018]

scheda+carrello c/o sito Editore

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