Cacofonia domestica (inediti 17-19)

max_liebermann_bildnis_richard_strauss
Wikipedia, CC0/PD

Siccome non propongo nulla da mesi (pure, un paio di libri belli di cui dire ci sarebbe) ma oggi il mostro morde alquanto, pubblico una decina di poesie brevi tra quelle – tantissime – accumulate nell’ultimo triennio del Mondo di ieri (cit.). Erano state sottoposte, con qualche minima differenza, a una rivista a novembre scorso, però boh (almeno se non vi piacciono sapete che non siete soli, e non sentirsi soli in questo Nuovo Mondo Distanziato (semi-cit.) è cosa non spregevole).
Forse sono le ultime cose che divulgherò, essendo evidente che le annotazioni dal Mondo di ieri sembrano saluti da Saturno (ari-cit.), oramai. Tutto mi pare necessariamente da reinventare. Non da me: sia per motivi anagrafici-esistenziali, sia perché, almeno a oggi, ho perso la poesia con angosciosa naturalezza; così come alcuni, ahiloro, hanno perso gusto od olfatto…
Il titolo volutamente riecheggia (e – syn//kakós! – il primo verso contrasta con la dedica di) una nota composizione del signore qui sopra (anche lui parecchio ed egregiamente volto al passato), così come ritratto nel 1918 (manco a farlo apposta) da Max Liebermann.
__

I.
Non ho generato discendenze infelici
Da mettere in braccio ai miei genitori
Giusto per dirli fieri
Di me, per cui ho comprato loro un TV 4K.
All’alba, di nascosto, li ho visti carezzarlo.

*

II.
Si sente fino in camera, a uno stadio da qui,
Il mugghiare dell’onda agitata, il sabba nella notte
Di pieno ottobre, quando tutto è deserto.
L’angina del futuro, la promessa della fine
Urlata con franchezza per quei pochi.
Il mare affila i denti sui miei lobi
Mentre porto al cancello l’offerta votiva
Della frazione organica
A Cigno e Orsa maggiore. Offerta inutile.

*

III.
In fondo basterebbe che tu tornassi in forma,
Che affidassi a qualcuno il tuo puppy ruffiano,
Che un prozio parabolano si facesse deflagrare
Durante una riunione del tuo plenum familiare
In cui noi per puro caso ci trovassimo al mare;
Però senza intaccare
L’integrità dell’asse immobiliare, che mi serve.
Allora ti amerei senza riserve.

*

IV.
Muore un libro: fallisce il suo editore;
Scade il triennio senz’alcuna ristampa…
Oppure è nato morto, senza distribuzione,
Nemmeno vaccinato col deposito legale.
Come porsi dinanzi a questa perdita?
Come la suola a carrarmato, temo:
Accetta, calpestandole, la fine delle foglie.

*

V.
Ho ritrovato le teratospermie, gli abbozzi manoscritti
Delle prime poesie.
Ero un adolescente di trentaquattro anni,
Partorito non antologizzabile,
Più languido di adesso,
Con in mano la lira
(Ma eravamo già entrambi fuori corso).

*

VI.
Moscerini in fervore, mentre fisso
Il crepuscolo umido e infiammato,
Saltano avanti agli occhi. Dentro gli occhi si annidano
Mosche (miodesopsie). Finché non so
Più distinguere i piani, tenere il mondo asciutto
Dall’ansia che tracima. La disperde,
Attirando lo sguardo, una zanzara che vorrebbe cavar sangue
Dal berretto dei Mets posato sul ginocchio,
Ignorando che anche quest’anno son andati assai meglio gli Yankees.

*

VII.
Faccio il bagno in autunno,
Sto simpatico a tutti,
Robi qua e Robi là:
Qualche marinaretta
Par che me la prometta!
Sono un divo del Forte…
Finché posso pagare,
Finché sono in arnese.
Poi mi rinnegherete.
Poi mi scavalcherete.

*

VIII.
Saremo, forse,
Scoperti a settant’anni dalla morte.
L’autoptico? Quella microeditoria
Che stampa solo titoli di pubblico dominio: prova orrore
Per l’esborso all’autore.
Vediamo dunque di arrivarci in forma,
Al settimo decennio dal decesso,
Per goderci la fama e le donzelle
Che apprezzeranno almeno il ritrovato rigor.

*

IX.
L’anno vecchio, sbattendo la porta,
Mi fa capire come la paura,
Tumore inoperabile ai geni di famiglia,
Divori ogni mia cosa, persino la poesia:
Un sigaro smorzato per errore
Nell’acqua piovana del sottovaso.

*

X.
Provo a scrivere un verso.
M’interrompe a gran voce: “I gusci delle cozze
Dove vanno? Nell’umido? Nell’indifferenziato?”

___

2017, tranne 2018 (III.) e 2019 (X.)

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