Philip Morre, Istantanea di ippopotamo con banane

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bananas inside (by rofisch @ Pixabay.com CC0/free use)

Molti ringraziamenti vanno rivolti ad Andrea Cati e alla sua casa editrice Interno Poesia per lo sforzo di scoperta e riscoperta che sta compiendo ormai da almeno un quadriennio. Osservo che, rispetto al roster di autori italiani, spesso giovani,  che sanno sfruttare al meglio i canali internautici e non, un maggior spazio di conoscenza e advocacy dovrebbe essere, da noi lettori più o meno “steinerianamente” armati di matita, tributato alla collana Interno Books, che pubblica a ritmi più pacati autori in lingua straniera, i quali – a quanto mi sembra di percepire – ricevono dalla rete un engagement più labile. Contro le già oltre quaranta raccolte inserite in collana principale, oggi i volumi di questa serie Books sono solo sei, tutti di pregio; in cauda è arrivata… l’ambrosia, perché il libro di poesie di Philip Morre, Istantanea di ippopotamo con banane, è senza dubbio non solo una delle letture più belle del 2019, ma un libro che ha le qualità per reggere alla prova del tempo, prova sempre alquanto dura per i seguaci di Calliope e/o Euterpe.

Morre, londinese ma per gran parte della vita adulta italiano e in particolare a lungo veneziano, vantava fin qui tre pamphlet e una raccolta (The Sadness Of Animals, di cui potrete leggere la poesia eponima in coda alla prima sezione del libro); il recupero di questa bibliografia dentro Istantanea è stato solo parziale, e azzardo (ma non ho la conferma) che possa essere “geotaggabile” confrontando i traduttori: Giorgia Sensi per le nuove poesie, le «altre mani» indicate in calce a qualche lirica (Barbara Del Mercato, Monica Pavani, Marco Aurelio Di Giorgio, Riccardo Held) per quanto già edito.

Forse non è un caso che la seconda poesia del libro contenga delle «tall windows» che Sensi traduce, come è corretto è logico, alla stessa guisa delle Finestre alte di Philip Larkin. Immediata la sensazione di affinità con High Windows nella percezione di un purissimo procedimento induttivo: poesia che muove dall’attenzione verso il dettaglio (delle cose, delle persone, degli eventi) e riesce a trarne una massima perentoria.
Proprio l’attenzione per le minuzie è alla base di una lirica, Il tarbush, la cui chiusa è ex se una dichiarazione di poetica: «Con diligenza | schieriamo i nostri bei bastioni di fatti, |ma le grida di strada si intromettono, | rifiutano di essere note marginali, | irrompono nei nostri atti».
Mi viene da pensare a un rovesciamento di Kavafis, quando (riprendendo Filostrato) statuisce che «i sapienti percepiscono ciò che si approssima», «le misteriose voci degli eventi» e «fuori, per le vie, la turba non riesce a sentire nulla» [trad. Tino Sangiglio]. La poesia, invece, non ci compare come voce in testa mentre stiamo seduti davanti a una scrivania, se non nella rimuginazione (collegamento, analogia, induzione… ) della carica poetica di quanto ci viene incontro e calamita la nostra attenzione.
Non è facile smontare una certa, ancestrale, precostituita aura sacerdotale del poeta o peggio ancora di nobiltà della materia poetica; ne ha coscienza il prefatore Patrick McGuinness (egli stesso valido poeta inserito nella collana Interno Books, sempre a cura di Sensi), il quale scrive che Morre ama, della vita, «anche quegli aspetti che altri potrebbero ritenere non meritevoli di poesia». Molte sfumature mi hanno concretamente testimoniato, negli anni, questo pregiudizio.
Eguale fervore dichiarativo, stavolta anti-astrattista, si nota nella poesia In dettaglio.

978-88-85583-33-7_Istantanea-di-ippopotamo-con-bananeAl contempo, tall non coincide almeno formalmente con high e la scelta originaria dell’aggettivo sembra dichiarativa sia di un apparentamento che di una quantomeno lieve presa di distanza. Morre, a mio avviso, condivide con Larkin (e forse con l’intero The Movement) la disposizione introspettiva e organizzativa di fondo, ma non va certo commesso l’errore di liquidare con ciò la sua individualità poetica, fatta per esempio di uno slancio per nulla larkiniano oltre la barriera del disincanto, con “quieta esaltazione” (perdonate l’autocitazione di un ossimoro antichissimo), volta per volta, della quotidianità amorosa o del trasporto erotico. Per dirla più cruda, si esce dalla lettura con convinzioni ben diverse dal Man hands on misery to man  o – nota ancora McGuinness – dalla nostalgia, altro tratto marcato di High Windows che qui invece mi sembra più pacificato.
Sul piano contenutistico e stilistico vanno registrati anche l’interesse di Morre per l’ekphrasis (Da Beato Angelico) e una sempre controllata attenzione formale, con l’uso frequente di un impianto rimario (spesso impossibile da tradurre) in cui Morre esercita un certo virtuosismo interlinguistico (si rima col francese: oblige/preached e anche con la toponomastica olandese: stick/Winterswijk) e persino d’attualità politica (fog/Rees-Mogg; quest’ultimo reso in italiano, perdendo parte della carica satirica, rimandolo su altro verso e politico: consoli/Zavoli). Utile, dunque, l’edizione bilingue, senza nulla togliere all’ottimo lavoro di traduzione, onde apprezzare tali colorature.
Ciò che rende emozionante la lettura e di altissimo livello la poesia di Morre, resta peraltro – ribadisco e concludo – la sua lucidità nel passare dal dettaglio o episodio a qualcosa in grado di attecchire alle nostre filosofie e idee sulla vita.

Interessante è anche la seconda, brevissima sezione del libro, i Tradimenti di cinque epigrammi di Callimaco, secondo il noto adagio per cui “tradurre è un po’ tradire”; in almeno un caso (Melan-ippo – sempre in tema col leitmotiv >> Philip – hippo – Hippocrates che è alla base della poesia eponima della raccolta) il tradimento si spinge assai efficacemente al completo rovesciamento dell’epigramma 31: l’originario, callimacheo compianto funebre tout court diventa, mediante lo stratagemma narrativo di una fictio criminosa, professione di un rigore morale che non deve venir meno neppure davanti alla morte, fino addirittura al sollievo.

[le quattro poesie che trascrivo di seguito sono tradotte da G. Sensi eccetto Il maestro di scacchi, tradotta da M.A. Di Giorgio]

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Il tarbush

Il tarbush, diceva lei, pare
non evolversi, e toccando la scrivania
con la bacchetta, proietta una slide,
che infatti mostra coni troncati
quasi identici con date diverse
mentre dietro al suo podio
finestre alte danno su un ampio canale
dove ragazzini a testa nuda
gridano sguaiati
mentre la nostra padronanza
del copricapo copto si accumula.
Così va il mondo: allo stesso tempo
acquiescente e sfuggente. Con diligenza
schieriamo i nostri bei bastioni di fatti
ma le grida di strada si intromettono,
rifiutano di essere note marginali,
irrompono nei nostri atti.

* L’unica differenza, credo, tra tarboosh e fez è che la prima è una parola araba (egiziana, per la precisione) e la seconda turca. [NdA]

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Il maestro di scacchi

Chiamato dalla sua vecchia scuola per adornare
un torneo di beneficenza, il maestro di scacchi
ce l’ha messa tutta. Gli eroi si radunano
per un’ultima bevuta nel prato al crepuscolo.

Valutando i sopravvissuti come lui –
una medaglia di bronzo alle Olimpiadi
boicottate, quell’attore dello spot del caffè,
‘Ghengis’ Patel, flagello dei lavativi –

si sente rincuorato nel suo CV:
l’annus mirabilis in cui vinse
quattro tornei di fila e si guardò
allo specchio e vide il destino

dimostrò che cosa? Un’estate breve, ma ben
vissuta, bella abbastanza da rinfrancare
i cupi anni in cui s’erano schierate le nemesi
e bestiole blu emergevano dal bosco.

Successivamente un decennio affidabile
nel circuito degli anziani, una sinecura
su un giornale domenicale,  i suoi demoni
sopportati, se non banditi: diciamo, battuti?

come i bambini d’oggi, in calorosa soggezione
dietro i pezzi neri, lui sta su una pedana
e fissa un muro bianco con labirinto invisibile:
al loro capitano concesse un pareggio

– se per stanchezza o tatto, non saprebbe dire –
ma gli altri li stese. L’orgueil oblige.
Dopodiché aveva fatto al sua doverosa omelia
sul “Fare le cose come si deve”.

Se messo alle strette dirà che non siamo tanto
definiti dai nostri punteggi più alti quanto dai
nobili fallimenti, colpi mancati, un tirare a campare
spacciati per trionfi della mente

che fanno una vita, ma gli stendardi sono
ripiegati sui cenotafi: quattro eroi si ergono
a valutare un tramonto, cocktail in mano,
interamente a proprio agio con questo mondo.

* Per chi non è fanatico di scacchi, quello che si descrive nella sesta strofa è una ‘simultanea alla cieca’. Il maestro volta le spalle ai suoi avversari e tiene a mente tutte le loro mosse, mentre loro hanno la scacchiera davanti e ognuno a sua volta grida la mossa. C’è una famosa fotografia del campione del mondo Alexander Alekhine che gioca in questo modo con i membri del Chess Club a Parigi nel 1925 [NdA]

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In dettaglio

Come liberare, a parole,
l’albero scheletrico di Mondrian?
Spogliarlo delle foglie toccate dal vento,
mentre lo sfondo sbiadisce fino a Arnhem,
affinare l’alberità dell’albero…
Una poesia astratta, o quasi:
non sarebbe una gran noia?

Meglio, sicuramente, abiurare
del tutto gli -ismi. Trasmettere
i contorni casuali
di una foglia ingiallita, che lassù
sta per staccarsi (gli si appiccicherà
grintosa alla scarpa
fino a casa a Winterswijk),

quel landschap lievemente ondulato,
indisturbato da pendii o persone,
disteso come un Aubusson,
(colori sbiaditi e autre-siècle
grandeur): si può appena intravedere,
aguzzando gli occhi, il sole
che proprio ora cattura un campanile.

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Melanippo

Melanippo, che vendeva roba ai ragazzini,
facendo un favore al mondo stamattina
è morto di un colpo. La giovane Basha
dopo pranzo l’ha seguito di sua volontà.
Composta la salma del fratello sembra
che lei stessa si sia composta e non vedesse
motivo di rialzarsi. La casa vuota del padre
devoto è schiacciata su due lati
come una noce. Ci dispiace per lui,
fino a un certo punto. Non se l’aspettava?
Una cosa lui la deve ben sapere, in effetti
i suoi due tesori all’inferno sono diretti.

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[Philip MORRE, Istantanea di ippopotamo con banane, prefazione di Patrick McGuinness, traduzione e cura di Giorgia Sensi, traduzioni aggiuntive di Barbara Del Mercato, Monica Pavani, Marco Aurelio Di Giorgio, Riccardo Held, Latiano BR: Interno Poesia Editore, 2019, pp. 103, EAN 9788885583337]
[scheda del libro sul sito Interno Poesia]

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