Stefano Bortolussi, Paternalia

paternalia

Da circa una settimana – in edizione pregiata a tiratura limitata, nella collana di poesia curata da Maurizio Cucchi per Stampa 2009 – è venuto alla luce Paternalia di Stefano Bortolussi.
È un poemetto in venti liriche (e un proemio), cronologicamente frammentato e “randomized”, che possiede in pieno il respiro del verso lungo e narrativo bortolussiano, come lo avete apprezzato anche in prove precedenti e più corpose: Califia (Jaca Book, 2014) e I labili confini (Interno Poesia, 2016).
Un omaggio al padre che vuole anche essere un inventario – per oggetti, calcistico, topografico, storico, di costume… – del quarantennio passato assieme, nei venti anni esatti dalla scomparsa.

Consiglio questa breve lettura per l’equilibrio e la misura, benevola ma anche ben lontana dalla agiografia #solocosebelle cui pochi resistono, con cui si “tratta” il personaggio Fabiano Bortolussi: un uomo la cui vita compie una parabola romanzesca di ascesa e caduta, un uomo caratterialmente a cavallo tra sapienza e pregiudizio, tra schiettezza ed esagerazione (il riferimento a Big Fish di Tim Burton nella poesia di testa è un itinerario molto appropriato; ideale per quei padri – ne so qualcosa – coi quali non sai mai fino in fondo se ‘un te la stanno dando a ‘ntendere, come si dice dalle mie parti).

Ci sono addirittura dei riferimenti ai Ronchi e a Poveromo, luoghi anche miei di gioventù non solo balneare. Segnatamente, compare quella storica pensione La Pergola, oggi ceduta dalla famiglia e divenuta un residence, dove d’estate potevi trovare tra i villeggianti anche Italo Calvino con famiglia.
Cose che, oggi, mi farebbero sbarellare. E che quindi fanno parte pienamente (assieme al Il cancello rosso ossia casa Longhi-Banti, Villa Irene, Oliviero, etc.) del mio repertorio di compianto su il degrado e l’abbandono della zona (cfr. anche la famosa sortita di Ivan Carozzi a Villa Verde, dubito che in 6 anni qualcosa sia cambiato) e – anche dove, mercé la moda, non è ancora arrivato degrado materiale – del suo attrattivo “quieto fervore” culturalecompletamente sparito e dimenticato. Queste piccole croci e delizie, unite ad altro, mi inducono a non stendere una recensione più estesa. Anche per non togliere il gusto di una lettura che si esaurisce giocoforza in poche ore.

Preferisco riprodurre qui tre poesie. La prima dipinge la nemesi su Fabiano, l’artificio che ne fa crollare il castello borghese ma lo rende umano e vero. Poi, il suo lato di precettore: l’irruzione, per suo tramite, del realismo nella testa di Stefano adolescente. Infine, un amarcord di quei primi anni ’70 in cui per radio risuonavano le voci del caravanserraglio di Arbore & Boncompagni – ma anche le note di Space Oddity e, naturalmente all’insaputa, scorreva la finest hour (anche la mia, di pochi anni differita però sempre accompagnata per radio da Max Vinella, il dottor Marsala…).

***

VI. Caolino

Forse avevi male inteso, tra Chaplin e Tex Willer,
le possibili versioni nostrane della febbre dell’oro:
fatto sta che quando il mefistofelico Motosi
bussò alla tua porta (ai tempi ancora nostra),
e insistette a palesarsi con abito cascante e valigetta,
ti aggrappasti all’infausto prefisso del tuo nome
e diventasti il Faust di casa – o forse l’Ur-Faust,
nel senso di ingenuo primigenio: ti lasciasti
sedurre, seduttore ormai sopito, dal termine “miniera”,
pepita falsa o carta moschicida dei tuoi sogni
di rivalsa e riconquista. Nella seconda parte, più banale,
dell’allettamento, in quel caolino che partiva
già diminutivo, forse vedevi le glorie minerali
di materie nascoste e refrattarie: la rarissima painite,
l’hazenite che affiora solo pochi giorni l’anno
a Mono Lake, o il californio che minerale non è
ma che forse ti sfiorò col soffio radioattivo
di un futuro in arrivo – poco importava che la sostanza
offerta, di cui peraltro la miniera era già spoglia
in abbondanza, avesse usi più frusti ancora dei completi
della nemesi Motosi. Porcellana, carta patinata,
compresse per Big Pharma, lotta alla mosca dell’ulivo:
in verità ci sarebbe stato di che farne, ma la tragedia
dell’affare ridicolo fu quella di fiaccarti
il poco fiato ansimante che restava,
e invece di dare la miniera prese, e prese te.

*

X. Antiborghese

Che l’oscuro motivo fosse l’uggia
all’idea di un’estate inopinata,
lontana dall’oggetto di passione tredicenne
che aveva tutte le parvenze di essere stata
messa al mondo al solo scopo di indurre
il mio delirio (e ancora sento, in zona proibita
tra gonadi e cuore, il bollore acerbo
di quelle corse serali in Roma Sport
a fare la spola tra le nostre case vicine,
fissando la finestra dei suoi sonni indifferenti)
oppure un vagito di ribellione a me stesso,
o ancora una semplice mancanza di appetito,
quel giorno a pranzo, quando tu opponesti
sguardo in tralice al mio doppio rifiuto
di cibo ancora caldo e prossima partenza
e chiedesti, di grazia, spiegazioni,
me ne uscii con questa: “Perché sono antiborghese”.
Vi fu un silenzio, allora, paragonabile
a fase preparatoria di tsunami;
ma a ben vedere, forse,
quello che seguì non fu sorpresa,
poiché prima di schiudersi a parole
le tue labbra parvero curvare verso l’alto.
Poi la tua risposta, che ancora oggi
tengo a tesoro, sottochiave:
“No, tu” dicesti “sei un pirla.”

*

XI. Gradimento

– e per Mario Marenco

Tornavo a casa da scuola e ti trovavo
già appostato accanto alla Brionvega,
la mano sul pomello del volume pronta
a cancellare le note a te nemiche di “scimmioni
e capelloni” lanciate come bombe
dai due ragazzi terribili di Via Asiago in Roma
– preferivi di gran lunga il loro incrociare
di spada, sciabola e fioretto con gli altri
moschettieri invisibili: rientravi dall’ufficio
giusto in tempo per sentire il vocione sgominato
della Sgarrambona, da cui emergeva come bolla
in superficie il ghigno soffocato di Marenco,
o la (dis)informazione di Vinella, i favoriti del momento.
Mio eroe da strapazzo era il comandante
Raymundo Navarro abbandonato nello spazio
dai cabrones, ocho años que roteo y roteo
in esto trabiculo metallico, che vedevo incrociare
nell’orbita il possibile cugino Major Tom
– ciascuno in casa aveva il suo favorito, compresi
gli amici di passaggio, e per un’ora stavamo intorno
alla radio come a un fuoco, masticando risate
invece del cibo ormai freddo, scambiandoci sguardi
senza mai pensare, nemmeno di sfuggita,
“Questo – anche questo – finirà”.

_______
[Stefano BORTOLUSSI, Paternalia, Azzate VA: Stampa 2009, 2020, pp. 27, EAN 9788883363207]
[pagina della collana]

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