Sonia Lambertini, Perlamara

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Nelle sempre più rarefatte occasioni in cui qualcuno si cimenta nella lettura di un mio testo, si tratta di gente comune: amici, parenti, vicini di ombrellone incuriositi… Da fulminato a elitario, gli aggettivi che raccolgo e conservo mi danno conto del letto di Procuste in cui giace la mia poesia, forse quella di tutti o di molti: un sillabario per gli addetti ai lavori, un Codex Seraphinianus per le persone che vorresti attrarre alla lettura poetica. Cambiare il fianco su cui si riposa, ossia subire la lenta, “PrimoLeviana” forza di erosione del giudizio esterno, è naturale, in qualche misura inevitabile; riscontrabile – se si è appena accorti – anche in chi si dichiara platealmente estraneo a tutto ciò.
Questo mi fa riflettere su come – in nome della chiarezza o delle metrics delle soglie di attenzione del pesce rosso – oggi si sia perso molto del “tesaurizzabile” della lettura, che consiste nella voglia di cimentarsi.
Dicevo: i libri belli, come gli ordigni, hanno diverse tecniche di innesco. Se alcuni libri mi hanno causato un piacere cerebrale immediato, Perlamara di Sonia Lambertini (Marco Saya Edizioni) è una raccolta che mi è arrivata addosso a ondate, a frammentazione. Un fiore color antracite che, se dalla prima lettura lasciava intravedere – pur in differenti estensioni del verso – il registro cupo che era proprio anche della precedente prova, si è di colpo schiuso all’ermeneutica delle sue strutture portanti, archi, contrafforti.

Perlamara è un libro snello e densissimo. Fatto di simboli e leitmotiv: soggetti, periodi ripetuti.
S’intuisce un trauma (improvviso e diuturno: «vento dal deserto»); un prima, un dopo. Si tocca con mano una nube composta di insoddisfazione, sentimento del tempo, coscienza dell’incomunicabilità, senso – anche fisico, ponderale – di colpa e peccato.
Il resto, da qui in avanti, è soggettivismo dell’interpretazione – ma quale godimento nel condurla!

Già nella prima sezione si declinano i simboli floreali e ornitologici (uccelli – corvo/merlo in particolare – becco; uovo: guscio/embrione) che accompagnano il lettore distribuendosi lungo le rimanenti quattro parti. Attori di una incomunicabilità bidirezionale – linguistica, sociale, sessuale – e di uno sforzo mnemonico.
Un potente legame della raccolta è anche l’utilizzo sapiente delle varie gradazioni dell’espressione: l’A. ha una «lingua di corvo» che sembra sciogliere solo sul finale, in cui suggestivamente si ripete l’inciso del suo pressoché unico “dire” lungo la raccolta. In precedenza, l’asserzione appartiene più al regno degli altri («le ali, dicono», periodo ripetuto; poi ancora: «dicono», «bisbigliano», «rispondono»). Mentre l’A. vaglia la propria carnalità tra leggi non scritte e disincanto («ancora il centro del mondo, pare»; inciso anch’esso ripetuto) e soprattutto riserva a sé stessa un percorso accidentato: dal «si fa per dire» – passando patologicamente per «parole secche» o «parola silenzio, pare morta» – a «non riesco a dirlo», «volevo dire», fino al «si può dire!» in apertura dell’ultima sezione, preludio allo scioglimento dell’ultima poesia cui accennavo sopra.
Sul piano fonetico, poi, colpisce una intera sezione, la quarta, di cui è forte la musicalità, ottenuta tramite scelte lessicali e allitterazioni vocaliche; vedi anche, allitterando per doppia consonante: «balla la corolla… mi fibrilla la memoria» a p. 13
Non manca la gnome, l’ammaestramento: «si brucia di fatica | a ricordare il male», p.30.
In due richiami culturali, che lascio individuare a voi, aleggia, metonimica, l’ombra dell’amatissimo Thomas Bernhard; come pure il ricordo dell’orrore eugenetico (qui tirato in ballo in chiave di autoanalisi e liberazione interiore, come da esergo di Georges Bataille). E in una poesia a tema religioso (p. 39) si affiancano la “teologia negativa” di matrice orientale e la visione (ebraica, ma anche islamica) dell’unvorstellbare Gott (cfr. il Moses und Aron Schönberghiano).

Consiglio vivamente una lettura – ripetuta e a fuoco lento – di Perlamara, forse la miglior prova pervenutami in questo 2019.
Nella indissolubilità dei continui rimandi da una poesia all’altra, scelgo la singola poesia forse più autonoma, a mio avviso anche la più riuscita, posta in apertura della seconda sezione, a p. 19: tra i molti spunti possibili, il secondo e il terzo verso danno una immagine praticamente perfetta della condizione ansiosa, come vado da tempo sperimentandola.

Sprofonda la colpa, buco della terra
rincuora il buio, se non è ombra
morte del respiro sul cuore stretto

aggiusta la giacca, scardina
il centro, dormi verticale

si fa per dire, malanotte accendo
parole secche, uccelli storditi
smorzano il fuoco. Le ali, dicono.

Sonia LAMBERTINI, Perlamara, pref. E. Grasso, Milano: Marco Saya Edizioni, 2019, pp. 52, EAN 9788898243754; formato ebook: disponibile.

Immagine: Panorama di St. Veit im Pongau, Austria.
Crediti e licenza d’uso: May.b [licenza CC BY-SA 3.0 come al link (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/at/deed.en)%5D

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