Antonio Lillo sulle Cinquantaseicozze

rivelazioneSì, signora mia, lo so che io e Antonio Lillo – poeta, narratore ed editor-in-chief di Pietre Vive Editore – siamo in forte odore di “conventicola”, come si amano definire i focolai poetici laudo ut laudes, recentemente anche geotaggabili con una certa facilità, quasi raggruppati in Houses internamente coese e ostili all’esterno. Negli ultimi mesi mi pregio di avere sviluppato col Lillo una forte amicizia, basata peraltro sull’oggettiva ammirazione per la sua cura del prodotto editoriale. Ciò mi ha portato, come vedete a questo tag, ad assisterlo in una presentazione fiorentina, a occuparmi con piacere dei “suoi” autori, a essere definito io stesso da lui “suo prossimo autore” (temerariamente: la battaglia non è ancora iniziata) e soprattutto a mangiare la trippa con lui dall’ottimo Baldini, il che è preciso indizio di flagrante (e fragrante) complicità in crimine.
Nondimeno, giuro su San Serapione Martire (cit.) che non era affatto all’odg conventicolare questa nota di lettura ottobrina; essa nota salva, ancora per un giro di coda di Minosse, le cozze dall’oblio (o dalla differenziata avendo cura di separare l’umido del mollusco dal non differenziabile dei gusci). Quel che più importa, Lillo va qui a cogliere aspetti del mio carattere e temperamento estremamente rilevanti. In trippa veritas.
La nota sta su Faceb00k (ove iscritti, potrete anche commentare in loco), ma la riproduco qui sotto per intiero.
Approfitto, nell’augurarvi buona lettura, per ribadire che, ora come ora, il canale più rapido e sicuro di acquisto del volume è c/o il carrello dell’Editore.

*Per ringraziare l’estensore della nota, avendo timore di violare il copyright di qualche sua foto e non sapendo in quale si ritenesse più bello delle altre, vi mostro la copertina del suo libro da me preferito, Rivelazione (scheda libro cliccando sulla pic)

***

SULLE COZZE DI CORSI. (Antonio Lillo)
Difficilmente mi capita oramai, con un contemporaneo, di dover tornare sul suo libro dopo averlo letto la prima volta. Mi è successo di recente con Cinquantaseicozze di Roberto R. Corsi (italic, 2015), libro che in piena linea col titolo – che a me, l’autore lo sa, non piace proprio – offre numerosissimi e gustosi spunti coi quali si è costretti necessariamente a sporcarsi le mani. La natura salace – spesso divertente e ricca di calembour, rime, battute (e battutacce) e giochi di parole: il mio preferito nella rima passeri/Casseri della pur mesta Cozza n. 32 – la rende una lettura godibile e stilisticamente assai coesa, più di quanto, a una prima lettura, la varietà dei temi trattati possa far pensare; e nell’uso sapientissimo del verso che vive di evidenti rimandi alla forma classica della Satira (nel suo continuo oscillare fra intimo e pubblico con accenti moralizzanti, ma senza troppe speranze), e nelle vivaci incursioni nel più moderno stile diaristico dei postmoderni, perlomeno nei suoi accenti più intellettualisticamente borghesi (Sanguineti, mi è parso, su tutti). Eppure, allo stesso tempo, lo sguardo basso, concreto, spesso impietoso, autoironico fino all’autodenigrazione dell’autore, lo rende un lavoro accorato e a tratti disperato. Ne emerge infatti, nascosta dietro la risata, l’insanabile solitudine di un uomo troppo umanamente partecipe per assolversi da qualsivoglia colpa; troppo intelligente per non sentirsi estraneo a qualsiasi impegno o gruppo; e allo stesso tempo troppo (poco) serio per non cogliere la vacuità di tale atteggiamento e farne, anche a proprie spese, dell’ironia.

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