Novella Torre, cinque poesie da Un secolo di febbre

novellat
(foto F. Gnot / Caffellatte, tutti i diritti riservati, no © infringement intended)

Lunedì 3 giugno alle 18, presso la libreria L’ora blu in Viale dei Mille 23/r a Firenze, Novella Torre presenta la raccolta Un secolo di febbre (Transeuropa, 2017, prefazione di Niccolò Scaffai). Con lei, la poeta Paola Ballerini. Propongo cinque poesie, una per ogni sezione del libro.

***

(da Nell’acqua della gora)

Vetro e crepitio di forasacchi sotto i piedi
e piume che perdi sotto la testa bionda.
Tu sai il passato con gli occhi
la testa tra le gambe mi nasconde
quanto di brutto è stato
quanto di bello è perso.
Cammino al fianco della gora come al tuo
magro: dove dondola il treno
della schiena, batte il ginocchio
la lenza con cui, dolce, ti ho pescato.
Placami la voce e gli occhi con i tuoi
se, come sembra, conosci ogni mia lingua
come il sole e il tempo
come la punta della mano

*

(da Di magnifico c’è che non fa male)

Lo stupefacente quarto di secolo
in cui si è vista cadere altra pioggia,
si è mangiato visto e vissuto
a crepapelle segnando le tacche
sul muro e i piloni dei km trascorsi
ciò che poteva si è perduto
ed impegnato il resto – che resta
da spiegare di quell’altro quarto
dell’ora sconvolgente sterile in cui
il vivere passò di dimensione, e ancora
ci si chiede come si sia potuto come
si possa contare qualcos’altro
come passi un minuto e l’altro dopo

*

(da Il dentro e il come)

la cosa prima

perché la cosa prima di scegliersi è finire
e una volta morti e aperti i semi
patire i gusci dentro il letto, tentare
di aprire le ali sforacchiate, girarsi
e rigirarsi senza tempo e senza pace

la cosa prima ancora è riposarti senza
una parola senza occhi senza dito
che sulla punta tremi tagli stacchi
l’adesivo tocchi il buio senza fondo,
turi ancora l’orecchio, scalzi il dente

l’ultima cosa ancora precedente sarà
partire senza averti minato, campo
di lancio o di preghiere sotto
un velo, alta la lode al cielo e
ritrovarti arato aperto disossato

e quel che c’era nella mente c’era stato
un filo di vento, senza tradizione,
un tempo senza nessun avviso,
in cui dentro qualcosa di vecchio fu
dopo un secolo di febbre il tuo sorriso

*

(da L’oltre e il mentre)

Il patto è stipulato sulla panca
di fronte a chi intendeva regalarci
qualcosa, un elefante
un nodo di fili chiari al polso
ha suggellato così che verrà il giorno
di salutarsi, parteggiare l’uno
per se stesso.
Allo sfilacciamento dei colori,
verrà il momento
del distacco dal luogo di incroci
tra la mano e l’orologio,
di sottolineare
che anche stavolta
già si era visto ciò che poi è arrivato,
il colpo quotidiano,
il taglio della fibra,
lo sfilarsi dall’ultima promessa.

*

(da Il fare e il dire)

che cosa mi darai, perché mi spetta
qualcosa, non è vero, per tutto
quanto è stato. Forse venderai
comprerai quel che è possibile
per far vedere chi tiene a cosa
chi è presente, che il qualcosa
che si vuole si è lottato per averlo.
Oppure si combatte per rendere il maltolto
si viaggia per anni per sparire
o si assume all’essenza del richiedere.
A me ha restituito a usura
il non disporre di te, il non disporti
attorno ad altri soldatini, quello
mi ha pagato, perderti.

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Un commento

  1. Fantastici i testi di questo libro, ogni parola ha il suo peso meditato e cadenzato, ogni verso rappresenta un elemento insostituibile nella costruzione di questa narrazione chiara e cristallina di un’esistenza, questa continua partita col tu che ascolta e forse a volte prova a parlare ma poi resta muto, in attesa che la mossa la faccia chi si espone scrivendo.
    Andate, andate tutti voi che potete, e poi raccontate a chi purtroppo sta troppo lontanto, ma solo col corpo, non certo con lo spirito.

    "Mi piace"

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