#PIN8090 – gli appunti (finalmente)

Questa settimana, tra Pavia (mercoledì), Firenze (venerdì) e Pisa (sabato), si terranno incontri da non mancare per gli amanti dell’ottima poesia.
Alcuni dei poeti protagonisti saranno quelli inclusi nel primo volume dell’ormai a voi nota antologia Interno Poesia. Per cui, sia per invogliarvi ad andare che per fare parziale ammenda della mia forzata assenza, scelgo di “aprire” gli appunti, un po’ rivisti e corretti, per la presentazione dello scorso marzo a Fenysia; appunti che a fine marzo ho disvelato solo in minima parte, “avvitandomi” alquanto, come sempre faccio quando parlo a braccio.

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POETI ITALIANI NATI NEGLI ANNI ’80 e ’90, vol. I

pin8090Condivido la premessa metodologica che Giulia Martini, la curatrice, ha tracciato nella sua introduzione: al di là delle comunanze figurali riscontrabili lungo le poesie (immagini di mezzi di trasporto; o di frutta: «la morte si sconta dal fruttivendolo» per citare una imitazione ungarettiana più risalente e “profetica” a opera di Demetrio Marra), anziché tentare inutilmente, anzi con danno, di ridurre a unità l’irriducibile complessità di sensibilità poetica e stilistica dei nostri autori, si può partire dal loro contenuto espressamente gnomico o implicitamente gnomico in quanto comportamentale. Quello, secondo Giulia, di non fermarsi alla constatazione delle macerie (sia individuali che del proprio tempo) e in qualche modo andare avanti.

Per quanto mi riguarda, l’emozione composita che queste poesie, moltissime delle quali tecnicamente di livello alto, mi hanno congiuntamente trasmesso dalla prima lettura, è legata piuttosto alla paura, all’ansia di persistenza, all’ansia da raggiungimento (rendiconto spesso “con vista” sul fallimento, individuale o collettivo).
Può essere un’ansia di matrice anagrafica: i Nostri attraversano un’età in cui fisiologicamente ci si inizia a chiedere quale sia il nostro posto nel mondo e se i nostri obiettivi siano stati raggiunti. Può pure essere, invece, specificamente generazionale e congiunturale: la piena consapevolezza che le certezze lavorative, sociali, persino ambientali non esistono più; curiosamente, questo accade in capo a persone concepite e nate nel pieno dei cd. edonismo reaganiano e yuppismo (anni ’80) oppure dell’euforia da new economy (prima metà anni ’90): tempi in cui – con sospir mi rimembra – sembrava che tutto fosse “per sempre” e “a salire”.

L’ansia: tema non certo nuovo, in poesia: solo per fare un esempio, The Age Of Anxiety di Auden, poema poi messo in musica da Bernstein, è del 1948. Nondimeno, tema sempre attuale e soprattutto molto evitato dalla società, al di là della semplice e semplicistica overdose farmaceutica di risposta.Facendo confluire la mia visione con quella di Giulia, quindi comparando quasi su un piano cartesiano “ansia” e “progresso” (etimologicamente inteso: impulso a camminare in avanti), si ottiene una interessante ipotesi di verifica del volume e delle singole voci, di cui qui non posso isolare che sommariamente i tratti che ho recepito maggiormente.

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In un gruppo di autori mi sembra più marcata la fase ansiosa, contemplativa, speculativa.

Anita GUARINO: «Ho sempre paura di quelli che fanno gruppo»; «Decido di isolarmi» (pp. 22-23); Anita sembra per certi aspetti la poeta più ripiegata nella propria incompatibilità col mondo, anche se l’immagine finale che ci regala, quella proprio di un mondo deflagrante, un po’ come la residenza borghese in Zabriskie Point, può essere vista anche come un distruggere necessario per poter riedificare.
Nei versi molto maturi di Maria BORIO, segnatamente in quelli del poemetto Trasparenza (poi confluito nell’omonima raccolta edita da Interlinea) la paura è una forza universale che rimbalza dagli animali all’uomo. E in noi abita «la vertigine dell’orizzonte verticale, l’ansia | di noi, dell’immortalità» (p. 35).
Bernardo PACINI, nel suo modo di procedere “per induzione” dal quotidiano, si muove tra baristi che lo interrogano sulla sua paura di morire e un limone che gli rimprovera lo stallo esistenziale (il frutto montaliano par excellence dà corpo all’autoconvincimento del poeta ad agire).
In Damiano SINFONICO l’ansia di persistenza si traduce – nella sua poesia che preferisco, a p. 80 – nell’escamotage epistolare; dove «travasarsi nel tempo», persistere in gioventù nel tempo futuro della vecchiaia dell’amica, oltre che come metafora del valore eternante della scrittura (l’exegi monumentum Oraziano), m’incuriosisce come pittoresco capovolgimento dell’inveterato «vorrei poter cangiar vita con vita | darle tutto il vigor degli anni miei | veder me vecchio e lei | pel sacrificio mio ringiovanita» nella poesia alla madre di Edmondo De Amicis, che almeno a noi “brizzolanti” facevano mandare a memoria alle elementari per la festa della mamma.
In Francesco VASARRI ho riscontrato il nessun maggior dolore… dantesco a mo’ di consuntivo, il ricordo dei tempi «in cui gettavamo il seme del futuro ma nulla funzionava» (p. 96), e in chiave attiva un misto tra cupio dissolvi e “mestiere” di procedere.
Eleonora RIMOLO forse è la poeta che – almeno nella sua raccolta più recente – mi mostra la visione più cupa dell’avvenire, quella di un ineluttabile precipizio collettivo; il suo giudizio perentorio è appena lambito da gesti della persona amata o immagini di archeologi intenti a una “ricostruzione” di un sito che però, a mio avviso, più che metafora del ripartire è cadenza di inganno e pretesto quasi “leopardiano” per stigmatizzare la vanità di frenare l’inarrestabile caduta. Trascrivo volentieri per intero la pregevole poesia di p. 127, appartenente a una raccolta, La terra originale (Lietocolle-PordenoneLegge, 2018), che sta suscitando molti consensi e sulla quale forse, anche per l’effetto emotivo di una raccolta precedente di Rimolo che ho amato molto (Temeraria gioia, Giuliano Ladolfi, 2017), non mi sono soffermato a sufficienza.

A mani nude gli studiosi scavano le fondamenta
piegati sul fossato: dicono vi siano tracce
di una civiltà antichissima, credono a quanto c’è
dietro la superficie, pure se la pioggia impasta la pietra,
li sporca di melma, complica l’esercizio della
ricostruzione.
È triste questo nostro bisogno di ordine,
lo strappare la radice e non trovare il seme:
è un franare senza poter bloccare la discesa,
precipitare a brandelli privi del termine di caduta.

Nota non futile (forse la cosa migliore, a livello euristico, di questa mia scrittura): amo molto collegare ex post questa poesia a Tombali in catalogo di Manuel GIACOMETTI, pometto del volume che ho prefato, perché per purissimo e felicissimo caso può esserne vista come chiave interpretativa.
Infine Dimitri MILLERI, in particolare nella poesia Corrispondenze che trovo sotto molti aspetti di altissimo livello, vede la nostra come una vita che «approssima» (splendido bisenso individuato dal prefatore Castiglione, e che io interpreto più nell’accezione intransitiva di “procedere per approssimazione”) senza mai, da parte nostra, trovare la giusta intonazione e in questo mi richiama quell’universale, “ribattuto” essere miseramente vicini vicini all’orientamento sancito da Zanzotto ne La beltà.

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In altri autori, la dinamica del ripartire cara a Giulia mi sembra più marcata ed espressa.

Giovanni IBELLO accomuna più visibilmente degli altri consuntivo e ripartenza: o in esortazioni («Troveremo un altro modo per fare alta la vita», p.109), o in immagini, come nei due distici iniziali e finali della poesia a p. 105:

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne.

Clery CELESTE esprime una simile necessità di ripartenza nella sua forte etica del lavoro, anche se questo le appare spesso quasi intollerabilmente ripetitivo e a volte le chiede di diventare testualmente «disumana» (cfr. la poesia a p.119).
Damiana DE GENNARO ha un’impronta originale, marcatamente ritrattistica, nelle sue poesie: in lei trovo un accenno alla necessità di “andare oltre” (e anche alla correlata difficoltà) nella descrizione poetica, a p. 139, della professoressa che prima evoca una sciagura collettiva, poi subito proprompe in una risata e continua a svolgere le sue interrogazioni come se nulla fosse (la difficoltà può essere vista nella platea degli studenti ammutoliti, che evidentemente devono metabolizzare questa ipertimia come strumento di risposta al tragico quotidiano).

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Ho lasciato per ultimi MARRA e GIACOMETTI perché mi sembra che più di tutti riescano ad osservare le macerie con lo strumento “trasversale” (“asse Z”?) dell’ironia o della satira.
In questo senso, per quel poco che può rilevare qui, sono molto congeniali al mio modo di pensare poesia.
Demetrio MARRA si affaccia alle storture della propria città, Reggio Calabria, ribattezzata Kansas City in omaggio a Bianciardi, con un tono grottesco e surreale di immediata percezione e di buona fattura, tono che in fondo è il suo modo di ripartire e salvare, mediante l’ironia e con un registro altro rispetto a quello di denuncia, che pure è presente e  l’Autore enfatizza durante i reading, se stesso e i luoghi che ama.

*

Per quanto riguarda Manuel GIACOMETTI, potrei cavarmela con un rinvio alla mia introduzione (pp. 45-47), essendo particolarmente orgoglioso di aver partecipato quale prefatore a una raccolta di così alta qualità tenendo a battesimo i primi versi stampati di Manuel, un poeta per il quale nutro una ammirazione crescente via via che i suoi scritti mi si disvelano. Il particolare per cui, per motivi tecnico-organizzativi, tale introduzione si riferisce solo al poemetto Tombali in catalogo e non agli altri tre brevi Cammei (parte di un ciclo), mi dà l’assist per spendermi un minimo in più.

Oltre alla ricchezza del vocabolario, con un gusto per la ricerca del lemma desueto e non colloquiale; oltre alla padronanza metrica e tecnica (allitterazioni / rime esterne e interne / assonanze), dati già evidenti nel poemetto Tombali in catalogo; oltre le possibili interpretazioni dello stesso poemetto, sulle quali si concentra per intero la mia analisi in prefazione; gli altri tre assaggi sono la punta di un iceberg, estratti come sono dalla notevole quantità di cicli inediti (anche in lingua inglese) che Manuel aspetta il momento giusto per selezionare e proporre in raccolta; spero, quindi, che possano costituire un teaser, l’incentivo a una conoscenza più ampia e fedele della poetica di Giacometti da parte del pubblico dei lettori. Lettori che, accanto e al di sotto della sua superficie poetica assai scura e fortemente strutturata, mi auguro possano considerare Manuel anche nella sua essenza di raffinato poeta satirico, castigatore – a volte anche sorridente – delle storture della società.
Tombali in catalogo gioca – come ho provato a spiegare in introduzione – su un contrasto osmotico tra il culto della morte e il relativo accanimento dei viventi, svelando il carattere parossistico per es. del “necroturismo” compulsivo, e, attraverso altri richiami e possibili temi lungo il poemetto, di quanto di mortuario frequentiamo e poniamo in essere… per sentirci più vivi. Nella vertigine catalogatrice di oggetti e costumanze si realizza così una confusione di ruoli tra vivi e morti. Con lo stesso spirito, per fare una analogia, alcuni su twitter parlano di #necrotweet per ironizzare su quelle autentiche gare spontanee di chi ama arrivare prima di tutti a tweetare sulla dipartita dei personaggi celebri. Ci si vivifica attraverso la morte, fa notare Giacometti, e questo ci rende, più o meno inconsapevolmente, morti.
Soprattutto il primo dei tre Cammei qui ospitati, invece, anticipa – e in futuro altri cicli che spero verranno presto allo scoperto, in particolare le Vezzose Ecloghe del bosco o le Merende che Manuel ha letto in pubblico qualche mese fa, ci sveleranno – altri registri rispetto alla enumerazione del poemetto: il costante riferimento al deperimento e alla morte (qui, nel cammeo di p. 54, il parallelismo tra trattamenti estetici e procedimenti di mummificazione) guadagna e guadagnerà un registro ulteriore, una modalità corrosiva per ampi tratti gioiosa e giocosa (come nel verso/slogan che spero potrà presto essere il titolo di una sua raccolta), per la grande equalizzazione e la rivalsa che l’esito fatale opera nei confronti delle felicità ostentate, dei quadretti idilliaci, delle mode, dei protagonismi; in breve, di ciò che gli abitanti della “bright side of life” amano spesso infliggerci per suscitarci invidia. E il riferimento appena fatto ai Monthy Python non è casuale, perché avverto una certa simbiosi tra il loro humour nero e alcune atmosfere giacomettiane.
L’invito è quindi ad apprezzare Manuel qui in sede antologica e a marcarlo stretto anche in futuro.

***

Da questo affresco che ho tracciato si può muovere a conclusione avvalorando la polifonia delle dodici voci, che – assieme alla padronanza tecnica e/o musicale in capo alla intera dozzina – rendono elevata la qualità dell’antologia. E dando merito alla curatrice, che è poeta dotata di una propria concezione e cifra stilistica precisa e asseverata da anni di studio, di essere riuscita a riconoscere l’eccellenza anche in alcuni poeti dalle modalità espressive profondamente diverse dalla propria (Guarino e Sinfonico su tutti). È una dote che può apparire scontata ma che non lo è affatto (alcune esperienze “collegiali” me lo hanno fatto nel tempo capire): troppo spesso accade che addetti ai lavori giudichino con favore un’opera solo per quanto lo stile o i contenuti somigliano ai propri; giova invece ribadire, e questo volume ben può essere un case study rafforzativo dell’asserzione, che quando si valuta un testo letterario è fondamentale sapere uscire dalla propria modalità e “perdere in trasferta”, come amo dire, cioè lasciarsi convincere, sempre ovviamente “a colpi di” qualità, che una modalità “aliena” è legittima.

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