Limonio: una nota di Massimo Seriacopi

Massimo Seriacopi (sx) e Antonio Lillo. Foto di B.E. Manetti.

The aftermath (after-matt?) del pomeriggio di martedì scorso non può che essere positivo: ambiente raccolto, relatori brilli ma in fondo simpatici e coinvolgenti, letture di Frau Frühling (come il Corsi chiama affettuosamente Giada Primavera) centrate al punto da fornire spunti ermeneutici ulteriori. Infine pubblico adeguato alla capienza ma partecipe ben oltre il consueto e lo sperato. Tra le sue fila, il Prof. Massimo Seriacopi, che gli aficionados del Corsi conosceranno come prefatore delle 56c, i muchissimo aficionados anche come poeta e gli habituès degli incontri culturali fiorentini come eccellente divulgatore dantesco e non solo. Dopo l’evento, che lo ha visto intraprendere senza premeditazione la lettura di una parte in prosa di Limonio, Massimo ci ha fatto pervenire una nota altrettanto spontanea, che è oggi un piacere estendervi.

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ANTONIO LILLO, Limonio. Locorotondo (BA), Edizioni Pietre Vive, 2019, pp. 120, 10 euro.

Immaginate di immergervi nelle acque venate di correnti fredde e correnti più tiepide di un punto di mare in cui Nord e Sud confluiscono, immaginate di valutare e lasciarvi avvolgere da questa complessità di correnti e temperature, come se foste un iceberg con la parte maggiore sommersa (e quindi stimolata nelle componenti più interiorizzate) e con la curiosa e stimolante sensazione di trovarvi presi dalla complessità di queste differenti venature: ecco, forse un’immagine del genere può essere metaforicamente correlata alla complessità delle componenti di questa raccolta poetica, che non nega la tradizione e allo stesso tempo sperimenta e varia, si muove in più direzioni mostrando però una grande solidità nell’uso della parola e del verso.
Dunque, al di là dell’eleganza con cui il libello viene presentato, la ricchezza del prosimetro (ma anche le parti in prosa, “narrative” per così dire, hanno una temperie poetica) si sa venare, evidentemente per natura stessa dell’autore, di elementi ironici e autoironici che si pongono in un rapporto dialettico con le difficoltà esistenziali sperimentate e affrontate, non di poco peso e non immuni da malinconie, eppure sempre tese verso uno sprazzo di luminosità che riesce ad alleggerire, con una saggia incoscienza (o temeraria coscienza che non impedisce di procedere nel proprio percorso), la pesantezza del combattimento – che sa diventare accettazione e tenzone – con le umane fragilità, con gli umani limiti.
Sempre con rispetto. Con un senso di dignità. Con volontà di onesta analisi di sé e di apertura, di comunicazione e – perché no? – di rapporto di solidarietà con l’altro da sé (non scherziamo: qualunque tipo di clown o pagliaccio scegliamo o siamo destinati a rappresentare, siamo tutti parte dello stesso circo, non è vero?).
Ah, non ci si dimentichi: nemmeno dall’interesse “sociale”, diciamo così (si veda almeno “Tieni” mi dice il vecchio; ma non solo), è immune l’itinerario poetico di Antonio Lillo, che trova nel caso individuale il simbolo, il sigillo di una situazione esistenziale universale, nel vasto mosaico che sa proporre versi delicatissimi (“[…] Scambiare/ la vanità del tuo corpo pieno/ con la leggerezza ormai orientale/ del tuo corpo vuoto”, in Limonio, poesia che chiude la raccolta e le dà il titolo – cercate sull’apposito dizionario cos’è il limonium vulgare, inesperti di botanica!) alternati a versi di estremo realismo, versi in dialetto e versi che ricollegano la condizione umana a quella universale attraverso il legame con gli amati gatti (“Un piccolo tutt’ossa nero di sfortuna/ mi si stringe alle calcagna/ cercando in me il fratello […]”).
Una complessità, una variegatura che hanno un senso, che diventano, mentre si compone la sequenza di poesie, manifesto di poetica, modo di considerare e di cantare la vita – la propria, la nostra – con estrema cura formale, ma con il privilegio di saper proporre contenuti trattati con quell’ironia e autoironia di cui si diceva, che concorre a scavare (e a far scavare a chi legge) in profondità.

* Massimo SERIACOPI è docente di Lettere, dottore di ricerca in Filologia dantesca, vicedirettore della rivista “Letteratura Italiana Antica”, direttore delle collane “Dantesca”  e “Poesia medioevale” per la FirenzeLibri/Libreria Chiari e della collana “Minima dantesca” per la Aracne di Roma, autore di articoli danteschi per riviste italiane e straniere, di volumi di esegesi dantesca e di edizioni critiche di commenti inediti trecenteschi, quattrocenteschi e pascoliani a Dante. Per la poesia, vincitore nel 1994 del concorso internazionale di Assisi, nel 1995 del concorso “Arthur Rimbaud” di Empoli, nel 1996 del concorso “I prati blu” di Firenze.

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