Cosa mi ha insegnato il film Paterson (contiene spoiler)

Passaic_falls
Le grandi cascate del fiume Passaic, a Paterson NJ, appaiono spesso nel film. credits: Decumanus at English Wikipedia [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)%5D

Me lo dicevate praticamente tutti di andare a vederlo, che Paterson era un gran film e un atto di amore per la poesia. Io non l’ho mai messo in dubbio: conosco il talento di Jim Jarmusch, come regista e sceneggiatore, so quanto il suo cinema possa integrarsi con la riflessione e la sublimazione di un’opera letteraria (es. Ghost Dog rispetto al Hagakure). Ma il caso ha voluto che io abbia aspettato ugualmente tre anni per vederlo: da bravo radical-chic, davanti ai film ho bisogno di una concentrazione e un silenzio che raramente una sala cinematografica può darmi. Anni fa un pischello mi ha messo quasi i piedi sul capo mentre guardavo Tree Of Life, oltretutto mi ha rovinato emotivamente una serata galante: lì ho messo un crocione sulle sale cinematografiche, sono abbastanza anziano per poterlo fare. Pertanto ho aspettato la visione in pay-tv dove è approdato da qualche settimana.

Le aspettative non sono state tradite. Ho trovato il film di ottimo livello fotografico e dialogico (del resto il dialogo sostiene quasi del tutto il non-peso dell’azione). Si giova di una caratterizzazione efficace: un protagonista innamorato, pacato e imperturbabile nel sobbarcarsi l’onere di un lavoro routinario (Paterson, Adam Driver); una deuteragonista stravagante, poco concludente nelle sue velleità artistiche e bellissima (Laura, l’iraniana Golshifteh Farahani: quando dorme sul fianco, con le chiome sciolte, è meravigliosa); un cane – Marvin – “gattesco” (c’è Il gatto lupesco di Sanguineti, ci può essere il cane gattesco!) per dispetti e simpatico egoismo (e la posa di morte apparente in contrasto comico con la decantata quiche è da attore consumato); una serie di personaggi minori appropriati: ora teatrali, ora classisti, ora grotteschi.

Notoriamente, il film è costellato da poesie che vengono sovraimpresse in corsivo e recitate fuori campo. L’autore scelto da Jarmusch per dare corpo alla ispirazione di Paterson è Ron Padgett (Tulsa, 1942; Robert Frost medalist 2018); di Padgett sono state usate sette poesie, alcune preesistenti al film e altre scritte ad hoc. Nei titoli di coda non ne è indicato il traduttore italiano: non escludo che possa essere lo stesso Damiano Abeni, traduttore di qualità ed esperienza pluridecennale, che un biennio più tardi ha curato una antologia poetica di Padgett per i tipi di Italic Pequod.

Ecco le osservazioni che il film mi ha suscitato.
Avvertenza1: sono tutte cose scritte a notte fonda quindi torrenziali e magari incoerenti. Del resto le grandi tematiche mi trovano sempre immerso nel dubbio costante. Avvertenza2: c’è uno SPOILER vero e proprio, in più ci sono molti dettagli che possono rovinare il gusto di un film marcatamente statico, quindi molto giocato sulle minuzie.
Facciamo così: chi non ha ancora visto il film smetta di leggere e se lo goda* e solo dopo passi, se vuole, a quanto scrivo qui sotto.
Ok, siete avvertiti.
Procedo.
Tre…
Due…
Uno…

a) Emergo dal film pensando che la vocazione “totalizzante” della poesia – ossia la sua tendenza a richiedere sempre più tempo di studio e ispirazione, ed essere così qualitativamente pregiudicata da ogni altra occupazione necessaria; vocazione in cui fermamente credo – possa coesistere con un lavoro nella misura in cui le caratteristiche della mansione svolta possono fornire ispirazione piena per la poesia. Una cosa è premere un bottone al chiuso di un bunker, altra cosa è essere esposto a spunti continui. In questo senso un dettaglio che mi resterà impresso è il sorriso del protagonista quando, guidando il suo bus, riesce a origliare le chiacchiere e i pettegolezzi dei passeggeri. Una specie di alba dipinta sul volto, un’euforia da suggestione che è il prodromo dell’intuizione poetica, anche se le poesie create e declamate lungo il film non derivano dai discorsi nel bus.

b) Come pure non sfocia direttamente in poesia il sogno dei gemelli all’inizio del film, ma anche qui l’attenzione di Paterson si focalizza su coppie di gemelli lungo tutta la pellicola. Ovviamente il New Jersey non contiene più gemelli di qualsiasi altro stato: si tratta di nodi scenici che vogliono evidenziare la particolare sensibilità e attitudine poetica a cogliere un aspetto della realtà e magari metterlo in relazione (reale o surreale) con un piano percettivo differente (in questo caso onirico, oppure logico, oppure anche solo cronologicamente anteriore). Altro esempio: la contrapposizione tra la partita a scacchi contro se stesso del titolare del pub e i due scacchisti (reali o immaginari?) che intravediamo in disparte nel locale un paio di sere più in là.

a+b) Possiamo dedurre che nel film c’è molta poesia scritta e declamata ma almeno altrettanta catturata in fieri.

c) Un esempio di poesia direttamente proveniente dall’osservazione della realtà è la prima che incontriamo, ossia quella che sgorga dall’esame della scatola blu di fiammiferi (Love poem, che potete leggere qui). Forse la poesia più riuscita, chiusa iperglicemica a parte. L’impulso dal reale santifica in qualche modo il (triplo) gioco sul nome Paterson, in particolare in quell’arcinoto e fortunato passo del poema di William Carlos Williams che recita «no ideas but in things»; lacerto gnomico ripreso nella autobiografia del poeta, in cui Williams precisa che occorre reprimere il più possibile la tendenza dei poeti a porsi come “pensatori”, perché difetta di risultati di livello.
Questa dichiarazione tematica non può non farmi meditare, reduce come sono, da uditore, da varie dichiarazioni lato sensu “immanentistiche” di interiorità dell’intuizione e della scaturigine poetica… Siamo in effetti, mi sembra, all’interno di una cultura poetica in cui prevale il movimento poetico dall’interno all’esterno; noialtri lirici ben più dei compaesani a cui Williams destinava in prima battuta il suo ammonimento.
Credo che però la verità, come spesso avviene, sia mediana e complessa. Temo che esistano più risposte e più gradazioni, più modi di situarsi. Nel mio caso, se può interessare, direi che quando scrivo mi ritrovo in quella ricerca del raffronto tra più esperienze e più piani che indicavo come “attitudine” alla lettera b). Non mi ritrovo a pieno né nelle poesie puramente speculative né in quelle puramente oggettive, come alcune di questo film. Arriverei a dire addirittura che sono proprio le poesie di Padgett, a mio giudizio alquanto banalotte, il punto debole del lungometraggio, ma mi rendo conto che vanno contestualizzate nella loro realtà e soprattutto come dichiarazione di intenti.

d) Infine, lo spoiler vero e proprio. L’unico momento drammatico del film è la distruzione del quaderno di poesie. Paterson cerca di minimizzare ma lo sconforto è evidente. Un dettaglio che mi colpisce è che, nell’incontro salvifico col poeta giapponese, il nostro tranquillo eroe, a domanda, nega espressamente di essere un poeta. Lo fa perché le sue poesie sono andate perse o perché non le ha rese pubbliche? Lo fa per la stessa ritrosia con cui, per tutto il film, amorevolmente nega alla sua Laura di ascoltare anche un solo verso, arrivando al punto di declamarle piuttosto la poesia della bimba di dieci anni? Dovendo anche dedurne che Laura lo incita e sostiene per puro amore, visto che non può avere idea della qualità delle sue poesie? Eppure stiamo godendoci un film incentrato su alcune poesie, oltretutto proposte senza alcuna autoironia, per cui dobbiamo desumere che il loro autore sia degno di dirsi poeta.
Un altro dettaglio mi sembra decisivo: il giapponese, poeta “conclamato” – autoassertivo, pubblicato, pieno di sé – non vuole che le sue poesie siano tradotte, adducendo una variazione immaginifica del noto adagio “tradurre è un po’ tradire”: «leggere una poesia tradotta è come fare una doccia con indosso l’impermeabile». Ma allora le poesie del poeta conclamato giapponese, almeno quando itinerante per gli States, sono egualmente perdute come quelle del non poeta! nessuno può leggerle tranne chi padroneggia la lingua nipponica…
Il regista sembra suggerirci che l’essenza della poesia non vada cercata nella “pubblicazione” (condivisione in ogni forma, anche orale, prima ancora che a stampa) che è una operazione in vari modi destinata al fallimento, bensì nell’atto creativo e nelle modificazioni anteriori e posteriori allo stesso: praticare l’amore incondizionato e la recettività assoluta allo stimolo del reale («Io respiro poesia», dice il poeta giapponese), ricevere dalla poesia nient’altro che appagamento interiore e lenimento alla irredimibile ripetitività dell’esistenza.
Sono finiti, sembra dirci Jarmusch, i tempi filo-oraziani dell’exegi monumentum aere perennius o del non omnis moriar. E forse è così: gli scaffali di poesia delle librerie vengono mangiati dal reparto teatro, o migrano nei corridoi, di fianco agli ascensori. I libri di poesia sono per gran parte indistribuiti se non in ragione della energia permanente di autopromozione dell’autore, che quindi si trasforma – con varie gradazioni di gradevolezza – in un uomo sandwich 24/7 del suo libro. A sé sta il fenomeno (questo sì, di successo) delle e degli instapoet, fenomeno che spesso pecca di banalità di contenuti (fatevi la vostra opinione) ma va comunque studiato, alla peggio in chiave di mutazione della poesia in qualcos’altro. Pochissime biblioteche, perennemente sotto organico, accettano ormai conferimenti librari di poesia (a suo tempo ho fatto un test: una su 10, e manco m’è andata male). Alcune portano avanti piani di dismissione programmata del loro patrimonio librario (qui una riflessione in proposito, partendo da un caso scabroso per arrivare a vendite programmate). Il nostro prezioso (in vari sensi) libro di poesie sembra fatto più di inchiostro simpatico che di bronzo…
E allora? Il film sembra indicarci una sorta di regola benedettina laica, “scrivi e lavora” (e sopporta, e ama), come unica panacea e fiore dell’oblio per la vita quotidiana e per le difficoltà poetiche di cui sopra.

Ma la decrescita felice non è mai facile e anzi mi lascia pessimista, per tre motivi.
Dal lato del poeta, la vocazione totalizzante e soprattutto il ciceroniano studium laudis, cioè l’ambizione, mi sembrano forze difficilmente sopprimibili.
Dal lato del lettore, poi, l’esperienza mostra che la prima cosa che si domanda a un poeta è se sia pubblicato (cfr. Lerner, Odiare la poesia); quindi proprio la dimensione pubblica della notorietà e del “successo” agisce su (il riconoscimento de) lo status di poeta e, alla lunga, fa leva sulla sua insoddisfazione, alimentando ulteriore ambizione.
Infine non va dimenticato che Paterson non è un poeta formatosi dal nulla: la sua biblioteca è snella ma di qualità; essa comprende ovviamente William Carlos Williams (o “Carlos William Carlos”, come lo chiama Laura che in effetti, come tutti, un po’ meleggia Paterson e il suo amore per la poesia!), ma anche lo stesso Ron Padgett in un vero e proprio credit visivo; Paterson mostra di conoscere Frank O’ Hara, Dante, “Petracci” (come Laura chiama Petrarca, stavolta senza meleggiare), Emily Dickinson. Il demone della poesia si impossessa di noi e s’ingigantisce sempre tramite altra poesia, dunque pensare alla marginalità totale della poesia come salvezza della poesia è un paradosso e porterebbe all’estinzione della poesia stessa; a meno di non tracciare una trincea (come di fatto si tende a fare nel sistema dell’istruzione) tra poesia non-vivente (pubblicata, reperibile) e poesia vivente. Trincea non auspicabile, ça va sans dire.

Ci porteremo questi dilemmi addosso a lungo, e penso che poco o nulla cambierà mai in un ambito che potremmo chiamare filosofia o sociologia poetica. Ma forse abbiamo rimuginato troppo; mi viene quasi da credere che l’insegnamento del film sia meta-poetico: amate, e intensamente; la poesia – come l’acqua delle grandi cascate – troverà da sé la sua collocazione migliore nella vostra vita.
Sotto questo aspetto devo ancora imparare tutto e molto ho irrimediabilmente perduto.
Grazie a Jim Jarmusch e al suo lungometraggio per avermi fatto soavemente rimuginare (atto con cui misuro sempre la riuscita di un film) e financo commuovere (avevo pure io, ai tempi di Dario e Serse, la mia principessa persiana).

Chiudo rimandandovi a una curiosa coincidenza: almeno un biennio prima del film, un collettivo di Autori aveva dato vita a una meditazione poetica sulle sorti dell’Europa, La deriva del continente. Benché il tema fosse totalmente estrapolato dal poema o dalla città di W.C. Williams, il protagonista anche lì si chiamava Paterson, quindi formalmente il libro si può fregiare di avere anticipato l’idea di incarnare il nome Paterson in una dramatis persona (nella mia recensione, stante la mia ignoranza, l’ho colto solo alla seconda revisione).

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* il film Paterson è attualmente disponibile su 5KY On Demand e TlMVision.

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