Hic sunt mytili: su Poesia Del Nostro Tempo (contiene anche civetta per giovedì p.v.)

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Darius Sankowski @ pixabay.com / CC0-PD

Anche in questa sede non-social desidero esprimere gratitudine a Davide Galipò che ieri mi ha inserito in un suo copioso sforzo sistematico, rivolto alla poesia di oggi; ma, prima e più ancora, mi ha letto, apprezzato, riprodotto perfino in effigie (senza barba e con zucchino in capo. anni felici!) e “in cozza XI”. Tutto ciò, per giunta, in un acquario di poete e poeti prolifici, arguti, da me stimati.

L’articolo, presente sul portale Poesia del nostro tempo, si può leggere e commentare seguendo questo link.

Quanto alla quaestio de sistema, cioè che io sia un poeta satirico (come qui si sostiene), lirico, comico, [del nostro tempo, dei tempi andati, andato di cervello, o anche inconsistente]: quando scrivo, l’intenzione è quella di lasciar correre tutta la rabbia verso me stesso e l’universo, smascherata delle buone maniere. Forse, prima ancora della satira, mi interessa proprio l’atto terapeutico di nominare il nemico (me stesso o il mondo).
[Perché] poi arriva la fase di post-produzione, a cura di madame La Peure…
Il risultato finale è qualcosa di simile al mitologico Proteo: multiforme, eclettico (che per me è sempre stato un aggettivo lusinghiero, ma sono in netta minoranza: una volta inserii l’aggettivo in una recensione ad altrui raccolta e fui quasi sfidato a duello), complesso come di certo il suo scrivente.
E lo prova il crudo fatto statistico: finora i detrattori della mia poesia la hanno definita comica (caricando l’aggettivo di deplorazione: circense, caciarona, forse approssimativa), e chi la ha apprezzata invece ne ha amato l’intimismo (il lirismo, l’autolesionismo).
Il tassello satira, almeno in tentativo, è presente, soprattutto verso la vecchia fola (cit.) del ciel, e quindi Davide con le sue antenne è entrato, e lo ringrazio, in uno strato in parte cutaneo (cozza XI) in altra parte sottocutaneo (o sottovalva, trattandosi di cozze). La cosa mi gratifica e vivifica.

L’interrogativo che mi e vi faccio, a questo punto: cosa succede se una poesia innesca differenti recettori in diversi lettori? È riuscita o è un bluff? A ciascuno la sua risposta.

Residua la questione oralità/orabilità della poesia… la questione è annosa e spinosa. Mi limito a dirvi che la mia posizione è farraginosa e relativista (come quasi in tutto); ho provato a rispondere sul recente numero de L’area di Broca, e probabilmente sarà proprio questa risposta il breve passo che leggerò giovedì prossimo, dalle 16,30, alla Sala Fallaci di Palazzo Medici Riccardi, tra colleghe e colleghi anche qui autorevolissimi. Spero ci siate; chi non potrà esserci può naturalmente far riferimento alla versione offline od online del numero (consultabile a partire dal collegamento poche righe sopra).

locabroca

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