Alba Donati – Tu, paesaggio dell’infanzia

Ho tra le mani Tu, paesaggio dell’infanzia di Alba Donati, un corposo volume che raccoglie oltre un ventennio di poesia, e il pensiero svolazza fugace tra le pagine di uno degli ultimi Venerdì di Repubblica in cui la poeta viene citata (e fotografata) tra i nomi ineludibili della poesia vivente. Poi la mente rimbalza a una serata, del 2004 o giù di lì, in cui l’altrettanto valida Teresa Zuccaro mi scorrazzò con calma fronte in auto al Teatro Studio di Scandicci, a una presentazione-lettura della seconda raccolta di Alba, Non in mio nome. Come tanti, fui colpito da quell’opus secundum di grande potenza (qualche sensazione di lettura in un mio record addirittura più risalente di questo blog!). Oggi posso sfogliare l’intero arco delle sue poesie (augurandomi che presto ne seguano altre), che in realtà è un quadrilatero, perché questo volume contiene una sezione finale, nuova, eponima, dopo averci proposto i precedenti La repubblica contadina, Non in mio nome, Idillio con cagnolino. Quattro raccolte, dunque, per quattro lustri: un discreto esercizio di temperanza per una voce poetica oltremodo “fotosensibile” alla luce arancio degli eventi.

La mia non sarà, per una serie di motivi, una recensione né una critica. Che sarebbe presto fatta, grazie anche al verso libero, allo stile immediato e semplice, alla comunicatività immediata, ma all’occorrenza ricercata per i molti accostamenti sinestesici e le schegge di riferimenti letterari. Tutto questo con in più un incardinamento ben definito: una struttura – chiara nei primi due libri di Alba ma ravvisabile anche nella seconda metà della sua opera – per la quale, in ognuno dei singoli libri, a una prima parte votata alla narrazione, alla storia spesso sublimata in visione (con risultati altissimi, appunto, in Portovenere, dove il raccordo abissale e immaginifico tra Giulia, Valerio e i bimbi del ‘41 diventa canto di ogni orrore e violenza sui più deboli), o anche solo all’affresco dei propri affetti profondi nella quotidianità, segue una seconda parte più marcatamente moralistica e didattica, di professione di fede e “tradizione” dei propri modelli e maestri (siano essi Patti Smith o Cesare Garboli), ma anche e direi soprattutto di deplorazione (persino etimologica) per quello che la cronaca e la società ci riservano (Not in my name, il Pianto sulla distruzione di Beslan – che idealmente si raccorda con Portovenere -, A Mark, Off).

Preferisco partecipare qualche sensazione “drammatica”. Quello che più mi ha colpito del volume, infatti, va al di là dei connotati stilistici o – trattandosi di un opera omnia – della conservazione della ispirazione nel tempo; variabili su cui probabilmente si può discutere ad infinitum. Si potrebbe pensare, per esempio, di preferire le accensioni – ora quasi schiumanti, ora impaurite – de La repubblica contadina alla pacatezza di alcuni ultimi quadri; probabilmente è così; nondimeno, al momento di mettere insieme le liriche che ho ricopiato qui in coda, gli estratti più recenti hanno sorpassato quantitativamente i primi.
Di questo libro, oltre alla immagine di poeta “totale” di Alba, come esce dalla pluralità tematica intuibile da quanto ho scritto  sopra, mi ha impressionato la capacità inquisitoria, di interrogare o almeno interrogarmi sul ruolo, sulle virtù, sui doveri del poeta.

Tu, paesaggio, accompagnandoci lungo una vita baciata dalla poesia, realizza una coincidentia oppositorum tra registro eroico e registro arcadico, tra chiamata al sovvertimento sociale ed educata (ma non sempre pacificata) chiusura al mondo. È un gusto musicalmente un po’ straussiano (Ein Heldenleben o ancor meglio lo Zarathustra contro la Sinfonia domestica); a ben vedere però non si tratta di contraddizione (ma anche se fosse? Whitman docet) bensì di racconto diacronico, costellato di persone e di eventi e segnato da una disposizione d’animo cangiante con l’età.

Perché il libro mi interroga? Perché la mia esistenza si è sempre svolta in dissidio con le mie radici familiari. Perché non ho famiglia, ho rigettato il paese di mio padre la cui gente mi è sempre parsa estranea, urlante, intimidatoria, interessata solo al lavoro e al denaro; non ho storie da raccontare se non nella microscintilla della flânerie quotidiana, non ho linee patriarcali o matriarcali, probabilmente si sono cotte come gli spaghetti. E ora che sento la mia poetica venire meno, mi viene il sospetto che tutta questa mancanza si sia tradotta in incompiutezza iniziale, in assenza di fondamenta: le fondamenta di quel paese, Lucignana, da cui si parte nel primo libro e si torna nel più recente, con occhi nuovi ma sempre felicemente commossi e sempre indagatori del suo corpo organico fatto di persone e strade e case e chiesa e campi. Alba Donati sembra chiamare a vivere profondamente, a partire dalla venerazione per i propri affetti, mura, lari, la consapevolezza di un ruolo “forte” del poeta in ogni piega dell’umano (di qui, credo, anche la predilezione per i poeti russi che spira lungo tutto il libro). Raccordandosi idealmente col passo rilkiano del Malte secondo cui per essere poeti bisogna aver vissuto e provato un po’ tutto, senza preclusioni.

Il libro mi interroga anche sulla grande forza della nominazione. Sotto più aspetti eteroindotti.
Spesso mi dolgo di non riuscire a nominare i miei avversari (piagato come sono dal timore reverenziale che promana – questo sì – dalla mia famiglia, nonché da una realtà fiorentina che trovo molto consociativa e vischiosa): Alba, nel suo fervore didattico, ammannisce consigli (di crescita personale, prima ancora che di lettura e studio) ma si lancia anche a petto sguainato contro «i cani neri», quelli che vede come nemici della buona letteratura (per inciso, non mi sento di approvare l’invito “rimario” a non leggere Camilleri: forse quello giallistico, ma almeno La presa di Macallè è un libro potente, violentissimo, accusatorio, degno).
Invidio e rimugino anche molto sulla schietta e ostinata nominazione e celebrazione degli amori, cui non dedico mai una riga se non a satira. Una “mia” competente psicologa di qualche tempo fa (camuffo un po’ nomi e ruoli) è la moglie di un famoso calciatore, tale Rossi, e tutte le domeniche andava in tribuna col cagnolino sulle ginocchia e una maglietta bianca con su scritto, in corsivo fucsia, MRS. ROSSI. Una professionista di prim’ordine, stimata, il cui lavoro consiste nell’aiutarci a ricercare un equilibrio, si tramuta ogni domenica in una pacchianissima cheerleader. Quando l’ho raccontato a mia madre, ha ironizzato che dovrei essere io a psicanalizzare lei; a me invece la capacità di esprimere apertamente l’amore, persino con un pizzico di ostentazione kitsch, sembra una cosa buona, da esperire almeno occasionalmente, una cosa di cui né un serio cittadino né un poeta debbono avere timore.
Infine mi trovo ad arrovellarmi con l’insegnamento di un mio editore, categorico (correvano proprio i giorni d’Ossezia) nel consigliarmi di non fare poesia sugli eventi. E perché no? obietto ora. A patto che tale nominazione non sia dozzinale né un pretesto per parlare di sé: il Pianto dimostra che si può ampiamente fare, con un approccio fattuale, crudo, che non nasconde lo strazio e le lacrime. Ma questo imprinting a suo tempo mi ha segnato molto e sto cercando di rieducarmi.

Proust comprende e sancisce, come noto, che ogni lettore, quando legge, legge se stesso, e in tal modo implicitamente valuta il libro più o meno riuscito. Oggi credo di avere compreso sulla mia pelle che in un buon libro si può leggere anche una distanza anche pronunciata con se stessi; perfino le proprie mancanze, i propri difetti; e rimuginarci su per un lungo tempo, sempre che si sia in grado di mettersi in discussione: in tal caso il suo valore sarà anche superiore al “narcisismo di lettura” (M.G. Beverini Del Santo), meccanismo così bene individuato dal sommo Marcel.

***

BALLATA DELLA REPUBBLICA CONTADINA (incipit)

Per arrivare qui dovete lasciare,
sì lasciare, ogni avere, che sia
oscura miseria ogni parola, tralasciate
domande mal fatte, se volete arrivare
al posto dove maggio impazzisce
e le sere hanno donne alle finestre
se volete che ogni canto sia allegrezza
e scusa al mondo, in madre padre e parenti tutti.
Se arrivate che è notte e la chiesa
si ergerà violenta allo stupore di voi
gente civile, chiesa-
lotta di poveri e chiesa proletaria,
viva di chiusa e viva di festa, zeppa
di rose e di mani annerite:
se ora, davvero, arrivate di sera o di notte
questo è il nostro comando interiore.

*

Non vi amo, poeti, sono politica
e forse morirò sporca di sangue!

*

da DIFFERENZA DI FUSO ORARIO

A quest’ora mia madre parla alla macchia la sua lingua di sarta,
la sua lingua di provincia. A quest’ora il mio amore parte per l’Avana
in cerca di lavoro. Io sto qui paralizzata nello specchio del mio armadio,
sto al buio di questo mondo narciso, ormai perso per sempre
di questo mondo egoista sé vedente, sé specchiante, sé producente.

Se mi comprerai una bicicletta sarò la maestrina dei tuoi sogni
lo sarò per te e per tutti i bambini che vorranno una maestra come me.

(…) Allora mi racconterai che qui un giorno qualcuno, prima di finire
nella fossa comune, si è alzato un mattino, alle prime luci dell’alba
e ha proclamato l’indipendenza e la guerra alla Spagna, e io ti racconterò
la fiaba dell’acciarino magico, l’unica che mi abbia insegnato
a trasformare il pianto in un cortile di voci, la povertà in vita immensa.

*

da PORTOVENERE

Sono scivolata lentamente nel mese di giugno
verso la spiaggia di Portovenere a questo incontro.
Ho visto la terra sprofondare nell’acqua
e ciò che era immobile dalla nascita districarsi nel fogliame
assumere forme di animali, avvicinarsi alla fine.
Ho visto nuove sostanze forgiarsi dalle rocce,
i sassi mutare in corpuscoli stellari e precipitare nell’atmosfera
e l’erba concedersi alla macchia, annientarsi verso la Liguria.
Adesso tocca a me diventare te che da tanto aspetti
e vedere con questi occhi l’orlo del ponte
affondare nel fango, tocca al mio nome farsi guerra e
vanità, tocca a Giulia diventare salvezza e futuro
e a te sopportare la mia attualità di corpo giovane e bianco,
non ancora di donna. A me rendere la tua morte sopportabile.

*

Tutte le volte che torni
si inaugura la possibilità
meravigliosa dell’amore.

Non chiedermi se amo
il tuo corpo qui e ora,
se formiamo un paesaggio
in questo stare uniti.

Siamo per il momento
giusti per tutti gli altri,
che ci useranno per il loro bene.

*

FERNANDO

Perché un vecchio come lo zio Fernando,
arrivato a novantasei anni, dal suo letto
in cima al paese urli e chiami mamma.

Perché prima di lui tanti, scappati di casa
e carponi risaliti sulla strada che portava
alla casa dell’infanzia, senza ascoltare consigli.

Del come ci sia questo spazio intermedio
tra la vita e la morte in cui si cancella tutto il tempo,
e si stia inermi come neonati nelle braccia di chi ci ha amato.

Come se la vita non fosse accaduta.
Come se costruirsi una personalità fosse,
all’improvviso, un tempo perso, perché in verità

non volevamo che sostare e chiedere conforto.
Adesso ci fa compagnia il grido cadenzato,
quasi di ora in ora, dello zio, che si spinge giù dall’alto,

sui tetti delle case più in basso e ci contiene:
è come un dio del tempo, un Re che dal suo castello
col suo grido di dolore tenga in scacco il villaggio.

Fuori stanno calmi i boschi nella notte,
e adesso che anche loro vanno a dormire
noi di via della Penna, di via della Chiesa

rimaniamo sovrastati dalla morte – ma così
tra una figlia e una moglie, così stretto come potrai cadere via?
Mai nessuno nella vita si sarà sentito tanto al sicuro.

Del perché adesso mentre stavo scrivendo di te,
sei morto, alle nove del mattino, alla fine di luglio.
Non c’è più nessun padrone nel castello

tutta la favola della vita al confine con la morte
e della tua mente sospinta all’indietro
che batteva il tempo per tutti noi, è finita.

Mi ricordo di te a ottant’anni nella vigna
appoggiato al bastone, col solito sguardo da bambino
varcavi in lungo e in largo i tuoi confini,

ti godevi la giornata che a quell’ora ancora ti portava
dove erano le cose tue più care. Di quella fierezza
non ho più avuto notizia né mi è capitato altre volte

di conoscere così bene il senso della parola appartenere,
così come tu appartenevi a quella vista,
con la figura di tua madre ancora tiepida nel petto.

Perché ci sia questa magia dell’uomo che cammina,
in un tempo che a dispetto di molti, non si ferma, non finisce,
e si assottiglia per arrivare a domani.

*

IL LUPO ANTIADORNIANO

Il lupo adesso si è messo a scrivere. Fa lo scrittore lui.
Racconta, lui che era lì, l’agonia della gallina sgozzata,
la fuga inutile del maialino. Certo fa il testimone oculare:
aveva occhi grandi e bocca grande, e anche dello stile!
Fiction la chiama lui, fiction introspettiva, riguardosa
nei confronti delle vittime, le galline senza vita,
i maialini senza mamma. Il silenzio del sangue.
Anzi il loro punto di vista. O il suo, non distingue bene.

*

VADO DI CAMAIORE (per Cesare Garboli)

Il punto era che la casa non era più
la grande casa di Vado, sulle colline di Camaiore.
Adesso viveva su uno svincolo autostradale,
intasato, allo svincolo di Viareggio:
lo spettacolo infernale, di rumori e fumi.
Cos’era questa caduta a un passo dalla fine?
Cos’era quel portarsi a poca distanza dal mare,
ma come in una cortina di ferro, ottusa, non oltrepassabile?
Cos’era la casa abbandonata nel silenzio?
Voleva entrare nella stanza bianca di Elsa
o accucciarsi con Penna nel lettino di ferro.
Ma si crede di no. Era piuttosto
questa nostra passione caduta,
la deposizione del corpo della letteratura.

*

dal PIANTO PER LA DISTRUZIONE DI BESLAN

7. Nei bagni le ragazzine violentate. Mitragliate.

8. E molti dei presenti
vedendo i loro corpi benedetti
da nessuno accuditi…

11. Proiettili di kalashnikov, bazooka, mitragliatori,
tritolo, chiodi e bulloni.
Hanno sparato sui bambini che scappavano.
Hanno tenuto per loro il cibo dei bambini.
I contenitori di uova vuoti, sparsi sui tavoli,
in cucina i pacchi per il pane, i cartoni del latte.

Si sono saziati.

È rimasta sul pavimento una piccola confezione di pasta in brodo
istantanea. Era di Lena.
La madre stringe il pacchetto, lo riporta a casa.

*

da IL MIO PAESE È UNA CASA. BALLATA

Il mio paese ha un balcone
dove tutti insieme, parlandoci addosso –
strafottenti gli uni con gli altri,
facendo finta che nulla conti
sempre e per sempre,
riprendiamo un discorso interrotto.

Il discorso interrotto è la nostra infanzia,
luce che illumina le nostre case/stanze
i corridoi/vicoli, i corridoi/arterie
la chiesa/cuore e il campetto/cuore
il castello/altana e la scuola che c’era
e non c’è più.

Il mio paese è una casa, a volte trema.
Il mio paese è un corpo a volte ferito.
Ma mai niente in esso è separato.

*

SCRIVERE QUATTRO

Devo lo scrivere alle poche
cose avute in dono dalla sorte
una povertà possidente
di boschi d’ottobre e brina
di dicembre, di rose di maggio
e soffitte arredate di ragni
e vecchi cappotti.
Devo tutto al niente, al caso
come è giusto che sia.

___
Alba DONATI, Tu, paesaggio dell’infanzia. Tutte le poesie (1997-2018), postfaz. di G. Ficara, Milano: La nave di Teseo, 2018, pp. 297 (disponibile anche in ebook). Biblioteche in cui è presente.
La foto di Alba proviene dal suo account twitter ed è di sua proprietà.

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