Il commissario Magrelli

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Col senno di poi, l’assonanza (par)onomastica Maigret/Magrelli era troppo gustosa per non dedicarvi alcune variazioni, cioè darle svolgimento. Magari la scintilla si è presentata così, pura e semplice, all’arguto poeta, magari durante una cena o una conversazione tra amici.
Intuizione, quella de Il commissario Magrelli, pensata forse come una nuga; di certo presentata editorialmente come una strenna natalizia e, soprattutto, autonomamente – come qualcosa di extra-vagante  e implicitamente “minore” – rispetto alla contemporanea uscita del opera omnia del poeta romano (Le cavie. Poesie 1980-2018).
Ma gli spunti di riflessione sono anche qui molteplici e riguardano l’an almeno quanto il quomodo.
Mi viene in mente il sottotitolo de La promessa di Friedrich Dürrenmatt: Un requiem per il romanzo giallo. Uno dei pochi casi in cui, rinviando ad altra sede tutti i risvolti esegetici della frase, il grande scrittore si è mostrato cattivo profeta – non del medio, bensì nel lunghissimo periodo: oggi si legge molto poco, e quel molto poco è prevalentemente giallo di struttura classica; lo ammette anche il commissario, già dall’esordio del libro, adducendo all’interno anche una plausibile spiegazione (poesie I e X):

Visto che tutti i libri
hanno ormai un commissario,
mi faccio commissario
della poesia
e parto sulle tracce dei misfatti
che restano impuniti a questo mondo.

Ogni giorno un imbroglio,
un furto, un omicidio.
Possibile che non esista altro!
Ma non ci andate mai allo stadio,
per dire?
Forse è la verità;
forse è davvero questa la natura dell’uomo.
Forse per questo, piace il giallo o il noir.
Ecco perché diffida, il commissario,
ininterrottamente.
Qui non facciamo altro che diffidare.
Aveva ragione il poeta:
illeggibilità del mondo.
Tutto è doppio.

Rovesciando il tutto, ben può essere Il commissario Magrelli un ironico requiem per la poesia, della cui evidenza cadaverica, alla cassa delle librerie ma anche nei registri bibliotecari, dir non è mestieri.
E, se il giallo per D. avrebbe dovuto vedere la sua fine per l’esaurimento dello schema endogeno assassinio-detective-indagine-reperimento del colpevole, qui invece non si tratta di condurre una indagine sulla poesia, ma di saltare subito il fosso e, provando a leggerne l’evidenza cadaverica come evidenza comatosa, attaccarla alle macchine di un genere più fortunato per farla respirare e sopravvivere.
In questo senso Magrelli compie una operazione del tutto analoga, ma di polarità opposta, a quella che sta avvenendo grazie a quella che possiamo subito svelare come colpevole di tentato omicidio della poesia: la sua instagrammizzazione, species del genus aneddotizzazionecioè il fare la poesia aneddoto, breve frase da ricordare, aforisma, biscotto della fortuna (autocit.) di pronto utilizzo e riutilizzo. La poesia è morta e noi la facciamo a pezzettini per vedere se almeno loro attecchiscono.
Le armi sono molteplici: instagram, gli altri social network, ma anche libri veri e propri (spesso stampati augurandosi una scia di vendite del successo social) di frasette pret-a-porter. I nomi degli sgherri più operosi li sapete tutti benissimo, altri stanno venendo rapidamente su. Sono tante, almeno dodici e forse in futuro dodicimila, le coltellate sull’Orient Express della poesia.
Un recensore del libro, Mario Baudino su La Stampa (qui l’anteprima, il pezzo è a pagamento), individua giustamente come questi colpevoli siano gli unici che l’indagine non tocca: Magrelli «trascura la piccola criminalità che non da ieri sta borseggiando lingua e grammatica italiane». Aggiungiamo: non tocca esplicitamente, dato che noi siamo arrivati al colpevole con un ragionamento per similitudine. Però possiamo convenire, dato che è meglio parlar chiari quando – come qui – se ne ha il coraggio, che questa è forse una delle poche pecche del libretto, il quale aspira a essere un planetario di nefandezze, dallo scippo per bisogno alla pedofilia (XXVII):

Certi reati il commissario li ammette,
o perlomeno li può sopportare.
Scippi, furti, magari anche rapine.
È il «bisogno», sia pure della droga,
la meta-merce, pura dipendenza,
la cancrena di chi non può permettersela.
Ma sullo stupro, non sente ragioni.
Idem sugli incendiari e sui pedofili.
Donne, paesaggio e infanzia,
tutto ciò che è indifeso, vulnerabile,
deve restare intatto,
tabú,
SACRO
E le pene? Democratiche, è logico,
e tuttavia liturgiche, corali:
«Qualcuno tocchi Caino».

Del resto, leggendo il libro, ci accorgiamo di essere di fronte a molteplici “cadenze d’inganno”. Il commissario, di nuovo dürrenmattianamente, è poco inquirente e molto requirente. Le indagini sono già concluse o non sono neppure necessarie, tanto evidenti, ictu oculi, sono i misfatti e i loro moventi. Il commissario è, “semplicemente” un tribuno, un accusatore civico, un pubblico ministero (un custode dell’interesse pubblico) di stampo processualisticamente più “inquisitorio” (ossia di ricerca della verità materiale) che “accusatorio” (di controparte dell’accusato); un osservatore e censore privilegiato dei diritti umani e delle umane mollezze e nefandezze: un poeta civile. Quale Magrelli ha dimostrato di essere lungo una quarantennale carriera (VIII):

Il candidato alle presidenziali in Francia
ruba.
Il genero del re di Spagna
ruba.
Il tatuatore ruba
modificando lo scontrino.
Il tappezziere ruba
non emettendo lo scontrino.
Le compagnie telefoniche rubano
sulle scadenze delle bollette.
Un suo inquilino gli ruba le bollette.
Ma non vi basta mai?
Altro che ladri: voi siete bulimici.
«Quanto lavoro…», mormora il commissario.
Forse sarebbe meglio un terapeuta,
per riparare il secchio senza fondo
di questi ladri insaziabili,
morti di fame,
di una fame psichica.

Ecco dunque – altra cadenza d’inganno – che l’operazione, ironica, di contaminare la poesia col giallo per farla sopravvivere, si svela come operazione di facciata, cavallo di Troia per un autentico ritorno alla poesia aperta all’osservazione e alla denuncia di quello che avviene a qualche passo dal nostro io (ego) lirico.
Addentrandoci tra le pagine possiamo constatare, oltre al sapiente utilizzo metrico,  al construtto ingegneristico (es. il “vomito” del commissario nelle prime liriche), all’andamento musicale abbinato a un lessico semplice (binomio stilistico che è trademark almeno del Magrelli più recente), una forte componente ironica che tracima nel comico quando, nella quinta poesia di ogni decina, si sciorinano improbabili trame precostituite e simili nella struttura, quasi come risultati di un crime fiction plot generator.
Domina tutto il libro una satira forte e intransigente («Qualcuno tocchi Caino»), che un critico – probabilmente ferito dalla (fondamentalmente giusta) relazione tra cattolicesimo gesuita e perdonismo del colpevole, anche o soprattutto del più riprovevole e meno pentito (cfr. XXII) – ha bollato come giustizialismo. La ricondurrei, piuttosto, alla stanchezza esistenziale di una coscienza matura e integra che ha sentito troppe volte certe, eterne, cantilene; d’après Saramago in una nota intervista concessa nell’ottobre 2009 a Serena Dandini: «Più si invecchia, più si diventa liberi; e più si diventa liberi, più si diventa radicali» (XL):

Adesso, per esempio, sente solo
il pianto della donna martoriata
dal pappa, anche se il pappa lí di fronte
non fa che lamentarsi.
Il punto è questo: perché gli altri non sentono
quello che sente lui?
Perché vi commuovete per il lupo,
e non per l’agnello sbranato?
Forse è solo questione di carattere,
come una classe di bambini al cinema
divisa in due: metà che fa il rapace,
l’altra, che trema al buio.
Ebbene, il nostro commissario è pecora,
ma una pecora da combattimento.

Abbiamo detto che la lettura è snella e gradevole; abbiamo provato a insinuare che possa servire come pungolo alla scrittura o al consumo di una poesia sull’altro-da-sé; abbiamo bollato come difetto la sostanziale impunità della instapoetry nel suo lavoro di bisturi sulla poesia. Piacerà questo libro agli addetti ai lavori più autorevoli e austeri? Non troppo, non a molti, perché manca di quella complessità frastica che per alcuni è l’essenza della poesia (a maggior ragione in opposizione alla semplicità da social). La sua extra-vaganza rispetto al volume della “Bianca” è forse anche un verdetto, una contravvenzione, un’oblazione del commissario sulla sua stessa esistenza.

7/10

[Valerio MAGRELLI, Il commissario Magrelli, Torino: Einaudi, 2018, pp. 75 o ebook*]
* da questa recensione inizio a indicarvi anche se esiste una versione ebook dell’opera recensita.

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2 commenti

    • rispetto l’opinione pur senza condividerla (e fidando che si riferisca agli scritti, non all’Autore che è persona squisita).
      Limitandomi al libro in topic: che esso divida o possa suscitare insofferenza, l’avevo previsto nella recensione…

      Mi piace

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