Mirabili incroci artistici: Roy Andersson e César Vallejo

The Bar
Una scena da “Canzoni dal secondo piano”. Fonte: royandersson.com/en/press. Copyright: Studio24.

Roy Andersson, regista svedese classe 1943, è famoso in Italia quasi unicamente per il suo Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza, Leone d’oro 2014 e ultimo film di una trilogia sull’essere umano iniziata nel 2000 con quello che, a mio avviso, è il suo vero capolavoro, Canzoni dal secondo piano  (Gran premio della giuria a Cannes).
In questa pellicola più risalente di oltre una dozzina d’anni troviamo già in pieno quelli che, dal momento della consacrazione veneziana, abbiamo imparato a conoscere come i marchi di fabbrica del cineasta di Götebörg, la sua cifra stilistica. Fatta di tableaux più o meno [qui, meno] autonomi, di ambientazioni algide tra il teatrale e il pittorico, di personaggi intonacati, di intolleranze diffuse e striscianti, di dialoghi o situazioni surreali, di graffiante acume satirico. Quest’ultimo coraggiosamente rivolto anche verso una storia svedese che un certo nazionalismo spesso intende come insindacabile; vedi il cordone sanitario attorno all’omosessualità di re Carlo XII, tratteggiata all’interno del “piccione”; oppure, qui, vedi il richiamo alle simpatie naziste delle gerarchie militari durante il conflitto mondiale.
Ma in questo film girato al volgere del millennio troviamo soprattutto, ben più che nelle altre pellicole dello stesso autore, una sorprendente attualità e lungimiranza accusatoria verso un sistema capitalistico ormai al di là della soglia del collasso. Tanto da fare quasi fantasticare che la sceneggiatura sia stata scritta a ridosso del tempo presente – in cui la crisi perdurante ha fatalmente prodotto un’alta gradazione di sciamanesimo politico ed epistemologico – e non in un duemila ancora ignaro della grande recessione a venire.
Nel film, mentre i grandi industriali abbandonano frettolosamente il paese che hanno portato studiatamente alla rovina, le istituzioni danno in pasto al panico generale una turpe miscela di impotenza dirigistica e bieca ritualità religiosa (emblematiche etero-flagellazioni, agghiaccianti salmi sacrificali) o – il che, almeno etimologicamente, è lo stesso – superstiziosa (la zingara con la sfera di cristallo seduta al tavolo dei ministri).
In questo quadro ampiamente compromesso scorrono (si schiantano) le vite dei monssù Travet. Quasi sempre anziani: forse per mostrare un ineluttabile declino della civiltà nel mancato ricambio; ma anche per descrivere tutta la crudeltà del sistema verso una età “veneranda” che riceve tutto tranne “venerazione”. Vi è poi la famiglia del protagonista Kalle, i cui pellegrinaggi di lavoro si contornano di visioni escatologiche, seppure probabilmente racchiuse nei personali conflitti di coscienza; come a dire che la fine del mondo, percepita negli incubi a occhi aperti del personaggio principale, si tradurrà verosimilmente in una Apocalisse meramente congiunturale, cioè in una eterna ripetizione della irredimibile miseria di ciascuno.

In Canzoni dal secondo piano, un posto particolare e di tutto rilievo è occupato proprio dalla poesia!
Uno dei personaggi principali, Tomas (un figlio di Kalle), lascia taxi e moglie per dedicarsi ai versi, e – apparentemente per questo motivo! – lo troviamo confinato in un ospedale psichiatrico. Mediante questa figura si declina plasticamente e parossisticamente  la tematica classica della incompatibilità tra poesia e vita, la vita pragmatica dell’
homo oeconomicus; se il contrasto viene costantemente rimarcato e stigmatizzato dal padre, l’altro figlio – Stefan, la figura positiva del film – cerca di mediare a modo suo, subentrando nel lavoro e probabilmente nel ruolo maritale del fratello, ma non ripudiando la poesia, anzi facendo ampio tesoro e sfoggio empatico dei versi lungo la narrazione.
Versi che forse, nella finzione cinematografica, sono intesi come composti dal “puro folle” Tomas, ma che sono sin dai titoli di testa attribuiti al loro vero autore, il grande poeta peruviano César Vallejo, alla cui memoria l’intero lungometraggio è dedicato.

César Vallejo nel 1929 (wikimedia commons, PD)

Soprattutto dalla lettura dei Poemas humanos, raccolta capitale che fu pubblicata postuma nel 1939 dalla vedova Vallejo, Andersson deve avere tratto ispirazione e consonanza per la trilogia antropocentrica che ha poi realizzato. In queste poesie – talora prose poetiche – di ampio respiro, Vallejo si occupa diffusamente degli ultimi: mendicanti, minatori, disoccupati, disgraziati… Tutti, proprio come in Andersson, in contrapposizione ai “milionari”, a cui si augurano punizioni esemplari ma che probabilmente anche qui la faranno franca. Questo il rinfrescante leitmotiv della raccolta, sebbene non manchino affatto le poesie rivolte a se stesso e alla propria difficile vita parigina, a partire dalla famosa semi-profezia Me moriré en París con aguacero… tal vez un jueves, como es hoy, de otoño.
Ne nasce una dialettica di arricchimento reciproco, come evidenziato dalla seconda di copertina della mia edizione di riferimento:
«Mai forse… l’ “altro” aveva fatto irruzione più violenta e corposa nell’animo di un poeta. L’ “anima”, tradizionale tempio del soggettivismo, sacrale rifugio, torre e assenza, è violata e invasa dall’uomo miserabile e sofferente, analfabeta e disoccupato, il paria, il disprezzato, l’uomo “impoetico”, il quale se ne impossessa e vi si insedia materialmente con tutto il suo enorme carico d’indigenza, d’infelicità e di rabbia. Da ciò quell’emozione solidale che è un altro tratto specifico di questa poesia…».


La “poesia umana” di Vallejo prescelta da Andersson per accompagnare il film è Scontro tra due stelle (Traspié entre dos estrellas). In essa il poeta, dopo aver riflettuto sul gran numero e grado di “genti disgraziate” in cui si è imbattuto, invoca amore su di loro, mediante un andamento largamente anaforico e un’iconografia nuda con appena qualche punta di surrealismo. Ed proprio questa sezione mediana della poesia a essere citata a più riprese nella pellicola; forse per la citata anafora “Siano amate / Sia amato / Colui che” (Amadas sean / Amado sea / El que), plasmata più o meno intenzionalmente sulle beatitudini del Discorso della montagna, e che quindi può aprire logicamente al tema della religione e soprattutto della figura del Cristo (trattata, in verità, in modo ambivalente lungo la trama).
È appena il caso di notare – ma senza esempi, per non guastare la visione – come alcune situazioni descritte dai versi abbiano trovato fedele rappresentazione in alcune scene del film!

Il verso che introduce in esergo la pellicola e vi ricorre più di frequente (persino Kalle, generalmente sordo al richiamo della poesia, si scopre a declamarlo), è l’endecasillabo (sdrucciolo nella mia traduzione, ma non in originale) “Siano amati coloro che si siedono”. (Amadas las personas que se sientan). Provando una esegesi dello script: può il “sedersi” di Tomas, cioè il porsi completamente fuori dalla vita attiva ed esiziale, essere visto come atto di ribellione? Difficile, perché l’ultimo verso citato e tradotto esprime un invito alla non rassegnazione: [Amado sea] El que tiene un honor y no fallece, “sia amato chi ha dignità e non soccombe”. Anche verso la figura industriosa, ma truffaldina e colpevole, di Kalle, spira un vento di simpatia e di semi-assoluzione, testimoniato dalla ricorrente litania del personaggio sulla necessità di lottare duramente per un tozzo di pane.
La risposta di Andersson è dunque complessa e sta da qualche parte tra il non liquet e la necessità di una associazione tra uomini; forse di una rivoluzione, di cui tuttavia restano da dimostrare viabilità e utilità, visto che il capitale appare mai come oggi irraggiungibile, perfino fisicamente.

Sia come sia, incroci poetico-cinematografici di questo tipo ci pongono ad altezze qualitative e speculative non comuni. Lodevoli, desiderabili, appaganti.
Avrete capito che mi sono innamorato di questo film, e che con eguale entusiasmo sono in piena esplorazione delle Poesie umane.
Vi consiglio vivamente di provare entrambe le esperienze.
Vallejo è, purtroppo, scarsamente presente nei cataloghi. A suo tempo, anni fa, ebbi l’intuizione di acquistare la sua opera poetica in doppio volume, curata negli anni ’70 da Roberto Paoli e riedita nel 2008 da un editore toscano, Gorée, che dubito sia sopravvissuto. Di certo essa è fuori commercio, ma raccomando ancora di procurarsela in biblioteca, come prima scelta. 

Parallelamente, anche la trilogia di Andersson è stata edita in lingua italiana solo nel suo capitolo finale (il “piccione” è felicemente seduto anche nel database di skài on demand, per esempio). A proposito: non ho ancora citato il secondo film (Tu che vivi, 2007) perché, pur con qualche bello spunto, mi sembra nettamente inferiore agli altri due.
In ogni caso, sia esso che, per quello che ci interessa, tutti i film dunque anche le Canzoni sono in vendita sul sito di produzione del Regista, in dvd con sottotitoli inglesi e scandinavi…
In più, di Songs From The Second Floor gira in rete, almeno a oggi, una versione di discreta qualità, sottitolata giustappunto in inglese. Non la linko per ovvi motivi ma, dal momento che sarà improbabile una edizione italiana (visto per esempio il trattamento del sacro nella pellicola), ho creato, a partire da essa, una traccia di sottotitoli in lingua italiana.
Spero che la traduzione (condotta ovviamente sull’inglese, come ripeto) sia decente; di sicuro è stato un bell’esercizio per entrare ancora più profondamente nei dialoghi e nelle loro dinamiche.

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