Tre satire (inediti)

By Bjørn Krogstad, [ CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) ], via Wikimedia Commons


TRE SATIRE 

Alla fine del massaggio cinese fioriva sulla schiena un viraggio maionese
Di sudore e di grasso, accenno di sapone, missiva del maiale interiore.
Il Lao Shi, dolce Maestro del bicchiere mezzo pieno, tergendo con un panno
Quell’indecenza, mi diceva: è Yin Qi, energia negativa che ti lascia.
Quest’anno finalmente me ne vado dalla casa trentennale
Che avrei voluto amare, ma il Yin Qi futurista, veemente più che mai,
Gonfia finestre e muri, in forma di furioso edile, di stradale sovracuto,
Di liceali ormonali, di trappole trap. Ha portato persino nuovi amici
All’insonnia: l’ammanco ai quattro semi, l’ansia del lentissimo congedo,
La fallacia del desiderio. Mi abbandonerà nella nuova dimora?
O forse è un portato del karma, perché i soldi per ogni mattone
Furono reperiti con bugie, arroganza, ossequio ai potenti, raggiro agli umili?
In questo caso il male non trasuderà mai per intero.

*

Ci saremmo divertiti, Wilma, o perlomeno ci saremmo messi
A guardarci, sfidarci a chi fa meglio la smorfia del tre di briscola,
Per consolarci fronte a questo reading di poesie orripilanti ovviamente applauditissime,
Glorificate dal traduttore – inglese? anglo-aretino! – che ce le spruzza sui timpani,
Fonemi assurdi di gatto in astinenza, di Tiresia operistico.
Dove vuoi che finiamo, se non in ridicolo necrotico costipato oblio?
Esco alla strada e per davvero spira un vuoto affollato,
Senza la tua intelligenza conoscenza consonanza
Appare tutto inutile, compreso andare a cene, fare amori,
Cambiar case, buttar giù stanze e stanze, mandarle a editoroni
Ovvero editorini, o meglio lasciar stare. Qualcuno doveva bloccarmi
Venti anni fa. Qualcuno doveva leggerti Cioran
Dodici anni fa. La parola finale: fatiscenza, che una dorata danubiana
Rimira poi sprezza sull’esplosione dei polpacci fasciati dai legging.

*

Avrebbe avuto senso sbarrarci il passo in quel locale di grido,
Ornato di avvenenza, fresche statue come di rado ne vedi.
Noialtri: vecchi, grassi, dolicocefali, incolti malvestiti. Campagnoli capodogli a un tavolino:
Gli avventori ci avranno creduto vittoriosi a una riffa di carità.
Ma già salutiamo gli amici e danziamo la merda dei cani sul lastricato verso casa.
Prima di cena avevi rispolverato un dado, su ogni faccia una postura
Per copulare, ma a mezzanotte e zeroquattro sei cotta, per onore di ruolo
Ti ho appena schiaffeggiato un gluteo col pene – azzardiamo – semirigido
Pregando in silenzio di non dover performare; per fortuna già russi sul letto a pancia in giù:
Un parallelepipedo. Poco dopo scalci perché son io a ronfare,
Rantolo un vaffanculo e m’infogno alla meglio sul divano sotto un plaid,
Ciondolando su pagine di Huxley: Il sorriso 
Della Gioconda a questi splendori di mezza età,
Glosserebbe Paco d’Alcatraz, è paresi d’ogni rinascimento.

_____

[inediti, marzo 2018]
[immagine: Bjørn KROGSTAD (1943-), Dyret undersøkes (L’animale esaminato), 1977-2002, foto dell’A. via Wikimedia Commons, licenza in calce all’immagine]

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