La trilogia poetica 2017/18 di Gabriele Galloni

Foto di GG dal sito di Edizioni Ensemble

Arrivo probabilmente per ultimo, entro il poetico consesso, a segnalare Gabriele Galloni, giovane poeta romano, nato a metà dei Novanta, che nel breve giro di un anno ha dato alle stampe tre raccolte alquanto apprezzate da addetti ai lavori e appassionati di poesia.
Citiamole e linkiamo subito alle loro schede; così, se la mia recensione vi annoia, la saltate e andate a comprarle: Slittamenti (AUGH! Edizioni, luglio 2017, prefazione Antonio Veneziani), In che luce cadranno (RP Libri, gennaio 2018, introduzione di Antonio Bux) e Creatura breve (Edizioni Ensemble, luglio 2018).

Lo stretto giro delle uscite fa sospettare che questa trilogia – alla quale l’A. ha dato già il bacio di Ecate dell’esperienza conclusa, mettendosi già al lavoro su altri progetti – sia stata concepita unitariamente e poi tripartita in un gioco che, tra indipendenza di ogni volume dagli altri due e rimandi reciproci, non a caso rimanda a un’esperienza “una e trina”; del resto il religioso e lo scritturale sono copiosamente affrontati.
Studioso di poesia e interpretazione, Galloni fa intravedere un apparato storico-tecnico-poetico invidiabile, che però sfocia in inchiostro con naturalezza e senza mai restituire il senso di una pedissequa imitazione. Ciò a motivo di una ispirazione mai trattenuta eppure mai inelegante, neppure nei dettagli più vividi; di certo agevolata dal pieno controllo della forma metrica, rimaria, figurale.
Nell’esperienza poetica di Galloni, all’interno di una cornice attenta a ogni sfaccettatura dell’esistenza, i temi prevalenti sono quello erotico, quello della morte, quello della religione intesa sia come precetto che come “ordinamento”, sistema di relazioni intersoggettive. Il poeta intesse la sua ragnatela tra rimandi continui, libri “monografici” (il secondo episodio è a tematica esclusivamente mortuaria), sezioni dedicate.
Il dato sorprendente è la maturità, stilistica e inventiva, già presente dalle prime pagine dell’esordio.
Essa, a mio parere, trova la massima espressione nel saper dare sempre una dimensione eterogenea – totalmente estranea alla doxa, al giudizio comune – all’episodio esiziale, o a quello comunemente “scabroso”, oppure a quello socialmente intoccabile perché sacro (“scherza coi fanti” etc.), perfino a quello violento.
In particolare, Galloni sembra intavolare un gioco raffinato coi nervi dei – troppi – benpensanti: in primis liberando di ogni senso di colpa (ben sedimentato nella nostra Vaticultura) le esplosioni di vitalismo sessuale; altre volte caricando di sessualità il sacro. Ecco per esempio un rimando “tabù” tra due liriche della prima e della terza raccolta:

Lui non vuole. L’amico
gli viene uguale in bocca.
Quasi lo ha ucciso, ride, di sorpresa.

*

L’angelo è pazzo. | L’angelo ci tocca.
L’angelo vuole; | l’angelo non dice.
Sul sofà newyorchese una Beatrice
velata. | L’angelo ci viene in bocca.

La vivificazione sensuale del sacr[ament]o, oltre agli esempi estatici mirabilmente riscontrabili per es. nell’arte scultoria, è presente anche nel distico di una raccolta di Massimo Seriacopi di qualche anno fa, ove l’ostia era assimilata (!) al seme.

Gli esempi potrebbero continuare, ed è soprattutto Creatura breve ad alzare il tiro del l’agone “bacchetta il bacchettone!” con sesso e sacralità, culminando nell’accostare immagine divina e bruitage da fellatio, o nel raffigurare l’Avversario con l’affresco di una doppia violenza (familiare?) verso un bambino.

Rassicuro: la penna, forte, di Galloni è capace anche di toni meno marcati, per esempio in tableau tragici che sbucano come germogli dalle pagine dei libri (da Slittamenti):

Ti dissolvevi a ogni colpo di neon
sulla vetrina. A pochi metri, steso
a terra, un ragazzino. In piedi accanto
a lui sua madre, sagoma sottile

in una eternità di controluce.

Non sembra esserci troppo spazio, almeno sulla terra, per una salvezza peraltro fideisticamente accettata, quasi liturgicamente recitata, predicata, lungo la raccolta.
Questa vita è di certo l’arengo di una policroma crudeltà, di violenza; e Galloni sa rappresentarla anche per allusioni, come nella cruda sezione Sakim del libro d’esordio – trattato in cinque quadri sul taglio delle carni, in bilico metaforico tra macellazione halal, terrorismo, possibile onomastica-anatomia di un amore ingrato (la parola, in tagalog filippino, vuole dire egoista, o avaro).

Una felicità effimera può darsi nello snaturamento percettivo della vita stessa: nella sospensione del corso del tempo in presenza di pochi momenti di beatitudine, surrogati della proclamata eternità (da Slittamenti, con pregevole equilibrio di canzone; lo squarcio più rasserenato della trilogia):

I ragazzi alla spiaggia di Focene
insieme incontro all’onda sonnolenta
che ritornando bagna loro il fianco
adolescente. È questa vita, lenta,

la sua illusione qui della durata
eterna. Quando ciò che resta è il bianco
della parete a fine di giornata,
il mese placido, tempo che viene,

i ragazzi alla spiaggia di Focene.

Ciò che certamente ci aiuta a guadare questo “orrido campo” esistenziale è l’humour, o meglio il grottesco. Qui ben presente nel rovesciamento della tradizionale iconografia mortuaria; un «contrappunto» alle nostre vite che costituisce tutta l’ossatura di In che luce cadranno:

I morti hanno fiducia nella sorte.
A notte fonda salgono sugli alberi
del tuo giardino; li trovi che all’alba
non sanno come scendere dai rami.
Li vedi; non ti vedono. Li chiami
e non ti sentono. Li aiuti – scendono.

Ogni notte ritornano e dimenticano.

O nella carrellata di chierici, a metà tra la satira e il limerick, che costituisce la sezione Ritratti di comunità in sei giorni entro Creatura breve:

Padre Bologna, figlio dell’omonimo
pittore, visse da eremita tutta
la vita. Ma vestiva solo Armani.

E adorava la seta; alla sua morte
chiese di essere avvolto nello scialle
della madre – di seta, è naturale –

e di essere mangiato da sei cani.

Gabriele Galloni, forte del suo neanche-un-quarto-di-secolo, ha energia e fame di poesia, ed è già – come detto – al lavoro su nuovi progetti, con ritmi che le mie cellule e i miei dischi intervertebrali ormai emisecolari invidiano e contemplano, come fa un bovino con un treno di passaggio. Spero che non si faccia travolgere dal vortice dell’engagement; ma se a questa lucidità si accompagnerà anche la durata, avremo certamente davanti una delle voci più notevoli della sua generazione.

8,5/10

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