Romanzo personale (al modo antico). Appunti afosi su “Dolore minimo” di Giovanna Cristina VIVINETTO

G.C. Vivinetto a Parco Poesia (immagine via Carteggiletterari.it)

Al volgere di pochissimi mesi dalla sua uscita (finito di stampare: maggio 2018), Dolore minimo, il primo libro in versi di Giovanna Cristina Vivinetto, ha registrato un immediato successo tra i lettori e nell’attenzione critica e premiale (CetonaVerde Giovani), e saputo smuovere un volume importante di reazioni, diventando così a buon diritto un “caso” e quindi – come ho scritto altrove – una sorta di cavallo con maniglie della poesia, cioè un esercizio di lettura pressoché obbligatorio per il cultore della scrittura in versi di oggi. Con ciò arrecando giovamento a tutto un genere letterario, quello poetico, proverbialmente negletto nei media e nelle scelte dei lettori, maxime sotto l’ombrellone.

Ciò posto, è indubbio che l’engagement mediatico e di lettura è stato agevolato dalla tematica trattata e dalla sua estrema attualità. Giovanna Cristina è una giovane e talentuosa letterata transessuale che, in questo romanzo in versi, ha voluto cantare l’esperienza della sua disforia e della sua trasformazione (o meglio: del suo viaggio verso la vera se stessa). Con ciò compiendo una prova senza riferimenti storici e di enorme impatto.
Inutile nasconderci che il portato del libro sia anche fortemente politico, in un’Italia molto tentata da oscurantismi di vario ambito e gradazione. In un paese in cui, almeno per i miei taccuini da bar, domina da decenni il refrain “Io non ho niente contro l’altro-da-me purché se ne stia nelle sue catacombe”, è logico che la sublimazione poetica di una disforia di genere faccia reagire anzitutto di pancia. E per “di pancia” intendo “in maniera piuttosto autonoma dalla considerazione critica del testo”.
L’approccio più onesto l’ho trovato, in questo senso, in un pezzo-intervista di Gay News (a firma Claudio Finelli) dove si parla e si titola di una valenza “eversiva” e “politica” della poetessa (in sé, ma ovviamente anche dell’opera attraverso cui si esprime).
Anche volendo soprassedere sul primo aggettivo, è evidente che questo libro ci costringa, almeno in cuor nostro, a schierarci.
Avverto questo dato, pur pre-testuale, come ineludibile (l’interprete è ben legittimato a cogliere ed evidenziare il valore “storico-evolutivo” di un testo) ed essenzialmente confermato dall’osservazione empirica dei feedback di lettori e addetti ai lavori (vedi sotto). Anche se poi Giovanna, saggiamente e dando prova di conoscere alcuni orientamenti di filosofia giuridica a me cari, chiosa nel senso che «la valenza politica è tipica di qualsiasi letteratura: ogni cosa che scriviamo avrà sempre una certa risonanza dal carattere politico, dal quale, quindi, non si può prescindere».

È stata proprio una serie di reazioni di pancia che mi ha fatto conoscere e interessarmi al testo e alla sua Artefice. Partendo, per quanto mi riguarda, dal primo giugno scorso, su Dolore minimo si sono concentrati da un lato acritici anatemi e qualche posizione fuori dal coro che obiettava una sovraesposizione dell’opera rispetto alla sua autoreferenzialità (concetto neutro); scatenando per converso nel nutrito novero di sostenitori un endorsement sempre giocato sulla capacità del testo di “emozionare” o “far innamorare”; capacità, quest’ultima, che è tutto sul piano della lettura e del successo editoriale, e in fondo rende superfluo oppure odioso lo stesso esercizio della recensione, ma è poco o nulla sul piano analitico.
Da parte loro, anche i critici dei quotidiani (da ultima, Lara Ricci sulla Domenica del Sole 24Ore, il 29 luglio scorso) si sono soffermati sulle tematiche del libro e ne hanno citato passaggi chiave, trascurando però l’elemento tecnico-formale della versificazione.
In sintesi, Lato Chiaro (giornali, recensori, fan) e Lato Oscuro della Forza (Associazioni antiabortiste o singole voci fuori dal coro) si sono paritariamente fronteggiati su un piano acritico e, giustappunto, politico-discrezionale. Un clima che è stato avvertito, per esempio, da Sonia Caporossi che su Midnight Magazine ha saggiamente ammonito tutti a restare sul testo; salvo poi, con ironia mista a consapevolezza del difficile se non impossibile scenario, vaticinare sui social che tanto lei stessa sarebbe stata attaccata ad hominem per la propria omosessualità!

Fa eccezione piena a quanto sopra un intervento di Simone Burratti per La balena bianca; intervento che, a quanto mi consta, è l’unico con cui fino a oggi si sia tentata una critica formale. Il giovane critico e poeta – coraggiosamente e, va detto, con una certa coerenza argomentativa – parla di Dolore minimo come di un libro dopotutto riuscito ma anche come di una occasione perduta di rappresentare la forte tematica con scelte tecnico-stilistiche e lessicali altrettanto forti. Con ciò esercitando (come ai tempi purtroppo cessati di Formavera, portale di cui era conredattore) una funzione critica “militante”, ove per m. non si intenda solo la tradizione contrapposizione ad “accademico” ma, in un senso più specifico e solo apparentemente ultroneo, il richiamo e la ricerca di elementi fondativi per la poesia contemporanea.
Non sono d’accordo con alcuni passaggi della sua critica, in primis quando si riferisce, in più punti, al dovere andare oltre una confessionalità pura e semplice (declassata dialetticamente in «nenia autocentrata») che per me ben può in astratto esaurire tutto lo strumentario senza bisogno di sovrapposizioni tecniche (sono sicuramente di parte, visti i miei esiti personali), sulla scorta di una lirica-manifesto a pp. 85-86 che sa incarnare e addirittura portare su un piano interpersonale il famoso distico di Miłosz che mi è molto caro («È difficile comprendere da dove provenga questo orgoglio dei poeti | se sovente si vergognano che appaia la propria debolezza»):

Per acquietare il male che lo assale
il poeta lo canta. Ne fa bella
mostra nei suoi versi per sbugiardarlo,
quasi a gridargli in faccia l’infinita
piccolezza della sua minacciosità.
Il poeta ha per sé l’arma della luce
a rischiarare i vuoti d’ombra,
le fessure dove s’annida, il male.

Potrai dirmi che si è deboli
mettendo a nudo i vasi incrinati.
La tavola di legno che balla.
Il punto del muro che non regge.
Nessuno – mi sembra udirti – è disposto
a indossare i tuoi dolori come perle
o a portarli in giro come docili
cani al guinzaglio. Eppure è proprio
del poeta indicare col dito
la ferita. I lembi ammalati
che non chiudono. Anche se tu
non assisti, ti sussurra comunque
un segreto che non puoi avere.

Così il mio male si estingue
su ogni mio verso. Lo canto,
lo urlo per liberarlo dal groviglio
di pelle che ha contagiato.

Non voglio che tu lo colga
per salvarmi. Mi aspetto
che lo guardi crescere. E appassire.
Rannicchiarsi sfinito fino a non esigere
più nulla. Mi aspetto che il mio male
non ti faccia più male.

Con ciò, comprendo la preoccupazione e lo sforzo “sistematico” espresso da Burratti e portato avanti anche da altri critici giovani e validi come Davide Castiglione o Simona Menicocci.

Aperta parentesi. Anche la critica militante è politica. Se per “politico” intendiamo per un attimo non (come sopra) la carne viva del thema Vivinettiano, il quale provoca di rimbalzo nel lettore una serie di reazioni attinenti a eguaglianza e dignità, ma la discrezionalità nella indicazione di una “forma vera” attorno alla quale gravitare, e che possa additare alle generazioni a venire una poesia di oggi autonomamente strutturata e riconoscibile.
Ogni critica militante poi, non solo quella poetica ma per esempio anche quella classica-musicale, dovrebbe comprendere una branca eziologica, autoanalitica, che possa interrogarsi per esempio sul reflusso gastrico per cui ogni tentativo di sovversione di «ciò che è desueto» si traduce nel medio termine in una iperproduzione in senso contrario (come il “secolo di Darmstadt” ha forse generato bon gré mal gré il contropiede ipertonale di un Ludovico Einaudi o di un Giovanni Allevi, così l’iperformalismo genera la ipersemplificazione di un Francesco Sole o un Guido Catalano, o addirittura lo sciamanesimo easy listening di un Marcoaldi o di un Arminio déuxième vague?). Tutto ciò proporzionalmente a quanto comporre in una modalità “classica” sia percepito ancora come seriamente possibile (quindi molto più marcatamente in musica che in poesia, e questo ha un qualche valore monitorio per la critica poetica…).
Ma questa è un’altra storia. Chiusa parentesi, e scusate.
Tornando a noi, mi pare che Burratti non cada in errore quando indica in Dolore minimo una certa svalutazione (o meglio mancata coltivazione) della forma in rapporto alla sostanza narrativa. E che sappia anche trarre correttamente i distinguo della sua stessa critica quando individua come più riuscite le poesie in cui più serrata è l’oggettificazione e minore è la sublimazione lirica della propria condizione (come alle pp. 68-69):

Il simbolo del corpo transessuale si ostina a restare.
è la pillola. Tonda, compatta,
friabile alla saliva, anonima.
La scambieresti per una caramella
alla menta o per un’aspirina.
C’è quella del mezzogiorno
e quella della sera. Quella
che serve a riempire i fianchi,
abbozzare i seni e rendere
un po’ madre e un po’ bambina.
C’è poi quella necessaria
ad addolcire i tratti maschili,
creando valli, pendii e docili
insenature. La trasformazione
si compie ad ogni peristalsi.
Ogni giorno qualcosa cade,
rotola, rompe, butta giù,
trasforma – senza che me ne accorga.

La pillola crea un solco nel corpo.
Un’abitudine alla mutilazione.
Scende attraverso la peristalsi,
salvifica, sempre più giù
mentre un flusso chimico travolge
con violenza muta, scardina.
Sotto il sottile confine di carne
la pillola riempie, persino consola
eppure un incolmabile vuoto
si ostina a restare.

Il modestissimo apporto critico che un “generazione 70 nato morto [studi giuridici e primo libro 2007]”, come lo scrivente, può dare alla poesia di oggi, oltre all’imbarzottamento dell’averne viste e lette tante e conseguente incallito relativismo à la Nicanor Parra (o, per proseguire il parallelismo con la classica, alla Luciano Berio di Intervista sulla musica), può essere dato dall’osservazione esterna del fenomeno della militanza.
E di come, semplificando un poco, il dibattito si situi all’interno di determinate coordinate o assi cartesiani, quali: preponderanza dell’io lirico contro sua dissoluzione fortiniana; discorso narrativo-dimostrativo contro frammentazione della deissi; scelta lessicale pianeggiante di marca americana contro edipeo enciclopedico continentale. Il tutto non in una prospettiva manichea di bianco o nero, ma piuttosto lungo una linea, uno spago lungo il quale piazzare la molletta nel punto desiderato.

Su questo piano di osservazione è agevole già a una prima lettura constatare come il lavoro di Vivinetto occupi sempre la parte sinistra, basica, di ogni cartina di tornasole. Quella diametrale alla “forma vera” de quo ante. O alla “estetica pragmatista”, mutuando da un efficace intervento di Menicocci che riporta a complessità le contrapposizioni semplificate sopra.

Scendendo nei particolari, ci facciamo condurre per mano da Giovanna Cristina nelle anse di un io straripante che, per la propria storia, ha un vitale bisogno di narrarsi non solo in sé ma anche nel suo alter-ego disforico; coinvolgendo i propri affetti nella trattazione ma poi sussumendoli in sé, sovrapponendosi, diventando lei stessa genitrice del proprio nuovo essere ed Ecate di quello passato (p. 116):

«Sono tua madre, sono io» – gli dissi
per acquietargli la morte. Certe
forze benefiche portano a volte
l’inquietudine di mani violente.
«Sono qui per curarti amore mio.
Non soffrirai più, con me starai bene».
Nelle terre profonde dalle quali provengo
la morte coincide con il sonno,
non addolora. Ci si risveglia sempre
ma qualcosa ha già cambiato il suo corso.
Sono io la Madre cannibale, la Natura
celata che corrode pezzo a pezzo il corpo.
Nei riti di rinascita c’è un prezzo
da pagare – ed è la rinuncia, l’umiliazione,
privarsi di tutto per avere una possibilità.
Ma come ogni madre, riesco persino
a rimboccare le coperte, soffiare
la buonanotte, con le dita scostare i capelli
da una fronte che non trova più pace.

Tirando in ballo ulteriormente, in poesia o in esergo, i Miti/Archetipi di Tiresia e dell’Orlando di Woolf per adattarli “pavesianamente” (si pensi a Leucò) alla propria parabola esistenziale.
Si ha la sensazione lungo il libro di un bisogno espressivo quasi insaziabile.

Sono condivisibili le riserve verso una teatralità-ieraticità d’antan che pervade il libro («Baciai la terra quando seppi», p. 40; «Benedico il tuo non comprendere», p. 59; e passim). Detto che il parallelo con la vicenda di Orlando mi sembra più azzeccato, qui però l’Autrice davvero si fa Tiresia; ma è un Tiresia più sacerdote che indovino, colto in quella parte del Mito che lo vede ex post come solutore dei dubbi sulla dicotomia del sentire maschile-femminile.
Al limite, per forzare ancora di più il contrasto, la desuetudine del registro si sarebbe giovata di un accento perfino maggiore, qualora si fosse resa rigida la gabbia metrica.
Dal mio punto di vista, favorevole a una poesia confessionale giustificata da se stessa, poi, non mi sarebbe stata sgradita una confessionalità più violenta nella rappresentazione delle chiusure mentali e delle avversità, comunque tratteggiate non senza efficacia da Giovanna Cristina lungo le poesie (p.44):

Al mio paese esiste una parola
nitida come un chiodo
un motivo che scongiura il male.

«Scansatini» è una preghiera,
un inno altissimo alla preservazione
di se stessi. «Fa’ che non accada»,
sentivo bisbigliare spesso
«Fa’ che non diventi così», e poi
all’improvviso le labbra si serravano
e le parole assumevano un accento
arcano, quasi inviolabile.

Eppure gli «Scansatini, Signuri»
tornarono uno ad uno: il male
da scansare fu concepito tutto
nel mio grembo – ma non ci furono nuovi
spergiuri da formulare, parole
che annullassero parole, mani
da alzare al cielo per fingersi
inutilmente sorpresi, feriti.

Minori obiezioni mi suscitano il lessico pianeggiante (peraltro non immune da arcaismi quali un «in vece» a p. 23) e la scelta di una struttura nettamente narrativa che ritengo legittima (a rischio di scivolare pure io fuori dalla critica) quantomeno sotto il profilo psicologico-tensivo. E teleologico. In soldoni: dubito che una tematica forte, totalizzante, alterum non recognoscens quanto la storia di una vita così carica di tensioni endogene ed esogene sarebbe stata rappresentata altrettanto efficacemente in un contesto poetico reso più frammentato, criptico, complesso.
Non a caso le soluzioni tecniche si riducono a un minimum standard condotto per anafore o parallelismi, come il trittico perdita/scoperta all’inizio del libro e come la progressione anagrafica nelle medesime poesie incastonata.

Utile è, infine, la considerazione comparatistica entro un altro asse, che è la stessa locuzione “romanzo in versi”, genus letterario a cui questa prova sicuramente appartiene. Dall’Eugenio Onegin e dall’Aurora Leigh in poi, l’ago della bilancia del romanzo in versi si è posizionato a distanze differenti dai due poli dell’espressione, cioè via via più verso l’attenzione narrativa oppure verso quella tecnico-strutturale.
In questo senso mi sono orientato a ricondurre il libro di Vivinetto ad alcuni esempi della nostra tradizione poetica. Anzitutto a La camera da letto di Attilio Bertolucci, il cui sottotitolo ho storpiato (“personale” anziché “famigliare”) e adattato a titolo di questa mia; l’inizio molto solenne di Dolore minimo mi ha ricordato il famoso primo capitolo in cui Bertolucci “fantastica” dipingendo con toni epici la scena della migrazione a cavallo dei suoi antenati, dalla Maremma al parmense.
Più di recente, altre prove il cui impianto si può apparentare a quello di Dolore minimo sono Mia madre un secolo di Silvio Ramat (soprattutto nell’edizione accresciuta, sulla quale qui) o China di M.P. Quintavalla.
Tengo distinto invece Dolore minimo da altri romanzi in versi diversamente bilanciati quali La ragazza Carla di Pagliarani e soprattutto l’epocale ed eminentemente “nuovo” (benché scelleratamente fuori catalogo) Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta (che a suo tempo passai al microscopio qui).

Osservo ulteriormente che, rispetto a Ramat per esempio, in Dolore minimo la componente riflessiva e meditativa tiene il confronto con quella cronachistica. Anzi, il “personale” surclassa “familiare”, compresa l’elaborazione psicologica dei complessi accadimenti.
Forse il libro la cui lezione Vivinetto mostra di avere maggiormente assimilato è Jucci, scritto un quadriennio fa proprio dallo scopritore e curatore editoriale di Giovanna, Franco Buffoni. Altro lavoro a carattere poematico in cui l’Autore gallaratese, con una maggiore padronanza delle dinamiche espressive rispetto a Giovanna, ma sempre con un andamento libero e dopotutto narrativo, intesse la storia di una personale scoperta e presa di consapevolezza profonda; benché più marcatamente intersoggettiva e implicitamente dialogica rispetto a Dolore minimo, essendo qui la parte riflessiva e meditativa incarnata soprattutto dalla voce “in corsivo” dell’amica del poeta (con una soluzione di grande acutezza sotto vari aspetti, su cui non sto a dilungarmi in questa sede).
Mi colpisce per es. la scelta di entrambi gli Autori di chiamare “malattia” la trasformazione o la consapevolezza che stanno faticosamente attraversando: così Buffoni, a p. 11: «Questo per dire che | Consapevole lo ero, | In un clima che cercava ragioni | Alla mia “malattia”. || Solo dopo la tua morte imparai | Che non ci sono ragioni, | Non si nasce né si diventa: | Si è. Con la verità infilata dentro | Come un orecchino». E Vivinetto a p. 13: «Nella quiete di quelle strade | la malattia giunse d’agosto».

Probabilmente Giovanna Cristina Vivinetto ha scritto il suo romanzo in versi “al modo antico” (avrebbe potuto imporsi metricamente addirittura un “modo più antico”). Ciascuno di noi, però, e lo dimostra il dibattito anche pretertestuale che si è sviluppato, ha saputo ermeneuticamente rapportarlo, e col proprio personalissimo strumentario, al difficile tempo presente. In questo senso nessuno può negare il successo della sua ideazione, né può auspicabilmente negarsi al confronto con essa.
Quanto invece ai margini di miglioramento: attende la poetessa siciliana, già a partire dal suo secondo libro, la sfida di confermare un inizio così ambizioso e dispendioso di energie poetiche e mentali; con essa, forse quella di saper mutare angolo di osservazione o stile.

6,5/10

[Giovanna Cristina VIVINETTO, Dolore minimo, presentazione di Dacia Maraini e nota di Alessandro Fo, Novara: Interlinea, 2018, pp. 139]
scheda del libro presso l’Editore

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