Giulia MARTINI, Coppie minime

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Giulia Martini (foto © Marco Gennai)

Si cita spesso l’aneddoto di Eduard Hanslick che, ascoltata la quarta sinfonia di Brahms, commentò più o meno così: «per tutto il primo movimento ho avuto la sensazione di essere picchiato da due persone estremamente intelligenti». Il participio passato “traumatico” della citazione viene spesso interpretato negativamente, tanto che ci si affretta a dire che più tardi il critico rivide in melius la sua opinione. Io invece prendo “picchiare” per “pungolare”, come a dire che ogni opera è riuscita quando ci stana dalle nostre comodità, quando un passaggio ci fa alzare dalla sedia mentre la stiamo assaporando, pungendoci nel nervo sciatico-sensore della novità e della forza; in questo senso Giulia Martini sa colpire e “legare” i lettori come boxeuse di livello, sdoppiandosi nelle sue doti principali, ossia la accuratissima scansione del reale e il suo incredibile bagaglio sapienziale e ingegneristico-poetico; e riunificandosi nella capacità (se mi passate il freddo giuridichese) di sussumere la fattispecie concreta in quella [astratta] superiore.

Coppie minime, lo dico subito, è un libro potente, consigliato, capace di deliziare il lettore, almeno quello coraggioso e assetato. La snella ma centrata introduzione di Francesco Vasarri coglie come il titolo si riferisca non solo al dato linguistico dello scarto minimo tra fonemi, procedimento principe che permea di sé tutto il libro, ma anche alla sostanza della storia narrata da Giulia, quella di una separazione dall’amata la cui picca, a distanza di un anno, ancora non si spunta. “Minimo” è dunque il rollio della parola verso un’altra parola attigua, ma “minimo” è anche – almeno nella sua consistenza di inventario – il risultato di un investimento affettivo in qualche modo epocale. In particolare una poesia in testa alla sezione eponima, citata da Vasarri, mostra la bravura della poeta nel sezionare, arricchire, duplicare, rovesciare i lemmi, aprendo al lettore passaggi a volte tradizionali altre volte insospettati; nonché, insieme, scandire la sostanza dell’incompatibilità dei destini, quasi fondando reami diversi sulle varie gradazioni di pragmatismo e sofferenza (p. 31).

Io rime, tu rimedi.

Tu vai verso quello che credi,
io verso quello che rimane.

L’agere per minima di Martini, ossia l’uso diffuso della paronomasia, non è esente da rischi: con differenti sfumature di benevolenza, viene a volte chiamato calembour, divertissement, “caproniana”, altre volte bartezzaghismo, altre ancora bergonzonismo (dove tra l’altro il Bergonzoni-poeta di L’amorte attenua significativamente frequenza e carico delle sue paronomasie rispetto ai pezzi in prosa o teatrali). Termini per me tutti positivi o comunque non ostili, ma a volte proferiti a declassamento del risultato, in un quadro poetico continentale a mio avviso ancora troppo lirico-tenorile (vedi la triste damnatio memoriae cui è sottoposto un alfiere della variazione verbale come Vito Riviello – si pensi al famoso con chi parlo che diventa le con qui parle!).
Occorre essere chiari: il libro non è sprovvisto di componente ironica, e una scena su tutte, quella dei silenti passeggeri dell’autobus che nella testa della poeta le domandano quando esce il libro, rappresenta a mio avviso con somma ironia e autoironia la linea di demarcazione tra la comfort zone poetica, in cui ognuno è lettore accanito di ogni altro, e il reale disinteresse verso la poesia da parte del generico umano consorzio (p. 121):

Tutti quelli che silenziosi siedono
accanto a me sull’autobus, col viso
al di là di una testata, conquiso
da morte accumulata, che mi chiedono
quando pubblicherò il prossimo libro

cosa vorrebbero che ti dicessi,

se le mie parole erano già tue?
Non ero che una spina in mezzo ai nespoli
prima che tu nascessi a Bagno a Ripoli
il dieci marzo trecentodue.

Viene anche citata e versificata una battuta sulla proverbiale parsimonia genovese (p. 111). Tuttavia l’impianto della raccolta mi sembra sfociare non in un grottesco come forma del tragico ma piuttosto in una Verklärung del tragico in surreale (ancora Vasarri), cioè in una forma egualmente potente ma più sottile e delicata del drôle Beckettiano.

Come garantire che il serrato gioco delle paronomasie non stucchi? Accompagnandolo con una dimostrazione di maestria stilistica, prosodica e di rima, di scelta lessicale e dunque di polifonia nei registri, con una certa attenzione anche al contemporaneo in chiave oggettistica (i sentimenti dell’Autrice si trovano a fronteggiare lavatrici e frigoriferi) e terminologica (divertendoci un po’ pure noi: m’incantò la rima Ming/streaming di p. 89).

Ma, direi soprattutto, il lettore di Coppie minime si troverà a dover fare i conti con uno sterminato arcipelago di citazioni letterarie e sapienziali che ornano il vissuto delle poesie, gli danno cornice, lo sublimano. Un vero “mondo nella testa” canettiano!
Il dato culturale preesistente, sia esso vangelo o liturgia, oppure poesia antica o moderna, perfino filastrocca o canzone (le civette sul comò o anche la signorina Maccabei), viene a volte riportato fedelmente tra virgolette, altre volte manipolato per fondersi con l’epos di Giulia: «Beati gli invitati alla cena in via Dernier» (p. 46); «Erano i capei d’oro a Marta sparsi» (p. 109), ma soprattutto l’irresistibile mélange, in un’invettiva dal sapore catulliano, tra Maestro Adamo e la poesia contemporanea (p. 85):

Dico la verità: come fai, falli.
E tu che mi dicevi che eri pura…
Ricordati, spergiura, la Cavalli.

Credo che questo libro sia uno dei più validi tentativi che conosco, se non il più valido, di vivificare la propria erudizione, o meglio di significarne pacatamente al mondo la vitalità e la presenza accanto a noi in ogni attimo della giornata. Sotto questo aspetto trova un consimile nell’opera di un’altra poeta fiorentina, Eleonora Pinzuti (Con figure, Zona, 2018).
Probatio diabolica, quella di Giulia, di fronte a un panorama poetico, soprattutto giovane, che è per massima parte pura “escrescenza del miocardio” (Alessandro Di Nicola) poco incline a sussumersi in schemi preesistenti, meno che mai a considerarli carne viva. Dal lato del lettore poi, per assaporare al massimo una congerie di riferimenti che credo impossibile da cogliere in toto in una edizione non commentata, occorre anche lo sforzo di riconoscere i propri limiti, di lasciarsi prendere per mano dall’Autrice ed eventualmente dar sfogo alle proprie ricerche.

Non so se sia possibile riuscire completamente nel tentativo. La mission dei miei primi anni di poesia era qualcosa di simile, ma è tangibilmente mancata la purezza della ispirazione o la forza dello studio. Altri poeti si sono mossi e tuttora si muovono in questo contesto programmatico.
Quel che importa qui, tornando nel chiostro di Coppie minime, l’iniezione “keynesiana” di sapienza, agendo in combinato col tappeto paronomastico e col magistero stilistico-formale, allontana qualunque sospetto di mestiere o di effettistica mantenendo il risultato su livelli poetici alti e autentici. Si potrebbe parlare di una quasi ossimorica ma tangibile naturalezza nella complicazione. Due degli esempi possibili sono la “montaliana” a p. 84 :

Da quale astro alla mia stalla?

Il maniscalco che sta là
manipola la verità che calcolo
nell’ora che svetta questa canicola.

Sul digesto di quello che non so
scrive in calce dal comò una civetta
quello che ora preferisci, il gesto
che mi dilegua lì dove sparisci.

Quaranta volte il gallo ti rinnega
alla carrucola nel pozzo che non ha
attinto il volto, al carro in tregua all’a-
ratro finto, che nella terra scava

in rivoli la verità che viene a galla.

E, in chiusura della prima sezione “desertica”, il trattamento del passo evangelico della tentazione, dove il Verbo divino si rovescia, nella penna (e nella pena) del poeta, in «dïavolo di parola» con valore terreno, esistenziale, residuale (p. 24):

Mt 4, 1-4

Ti prendo per lacerti in questi giorni
di magra, di magnificat. | Mi mitigo
il tuo deserto con moti per luogo –
diverto ogni tuo niente in desinente
di caso e numero, nome persona
e tempo nel verbo, | se è vero il Verbo
che non di solo pane vivrà l’uomo
ma d’ogni dïavolo di parola.
(E così via, e così via *dicendo*)

Va citata (senza trascriverla, per non far perdere il gusto della chiusura) anche la poesia di coda, che partendo da Assai cretti celare di Stefano Protonotaro rende parzialmente riflessiva l’antinomia dire/celare nel celarsi dell’amata, insinuandone – sulla scorta del poeta duecentesco – una differente forza amatoria.
Per chiudere, ho detto all’inizio di una maggior brillantezza nella sezione (la più robusta) che dà il titolo al libro. Ma anche alle restanti tre ho attinto nella trattazione, e vorrei sottolineare come anche la ballata che da sola costituisce la terza parte Voci correlate brilla per equilibrio e, pure qui con quasi-ossimoro apparente, enciclopedica freschezza.

9/10

[Giulia MARTINI, Coppie minime, introduzione di F. Vasarri, Latiano BR: InternoPoesia Editore, 2018, pp. 127]
Scheda del libro sul sito dell’Editore.

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