Davide Rondoni, La natura del bastardo

By SinixLab (https://www.flickr.com/photos/sinix/6510517415/) [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)%5D, via Wikimedia Commons

C’è un titolo, all’interno di questa raccolta, che a mio parere la riassume al meglio: Quel che un uomo può dire al cielo o a una donna.
Il divino e l’amore costituiscono da tempo, se non da sempre, la stella polare binaria del poeta forlivese; tanto che, affiancando alla versificazione un’intensa attività di divulgazione (anche nel quadro dei Colloqui fiorentini: una volta ho avuto modo di seguirlo) e cura dei nuovi talenti, viene spesso visto come l’ideologo/ispiratore di una certa via teo-young alla poesia. Via, va detto, piuttosto trafficata.
Contraddistinto dalla copertina di un bel viola elettrico, il libro fa parte di quella collezione poetica di punta di Mondadori che specchio non si noma più però da specchio fa.
Rispetto alle prove precedenti del Rondoni poeta, per esempio Apocalisse amore o Avrebbe amato chiunque (qualcosa si legge qui), La natura del bastardo si pone come continuazione contenutistica e stilistica; quest’ultima espressa soprattutto dal gusto caproniano per la rima in uscita, in ultimo verso (solitamente col quartultimo) e con la consapevolezza che la rima occasionale (interna o esterna) suscita più attrazione di una gabbia metrica rigida.
Il “bastardo” è l’amore, forza primordiale e – perché no? – forza schopenhaueriana tesa alla procreazione; forza alla quale Rondoni canta la rinnovata necessità di arrendersi, nonostante il dolore che, in quanto bastardo (con gloria), ci provoca, e nonostante la ragione tenda a portarci a deliberazioni opposte. L’amore promana a partire dall’assonanza «bastami | non bastarmi amore / imbastardisci me / di te», che viene ripresa più volte, come un leitmotiv, lungo il libro. Natura sive deus, verrebbe da sovvertire; e il divino, che del resto nella sua forma pneumatica, in Dante, è chiamato ‘l primo amore, spira ovunque.

Anche volendo accantonare per un attimo quello che pensa lo scrivente, ossia che oggi ci sarebbe bisogno di cantare soprattutto il pensiero razionale e agnostico (grande vittima dell’attuale corsa a rivoltare la frittata), questo è un libro tutt’altro che perfetto.
C’è indubbiamente una iper-religiosità didascalica che stucca. La prima parte del libro fa pensare alla volontà di produrre un nuovo prontuario per innamorati sulla scia de La voce a te dovuta. I (pochi) squarci di prosa poetica non si legano coi versi; nei quali pure il tono non è uniforme e conosce semplicismi, manierismi o cadute, ivi compresa una descrizione di Firenze un po’ troppo da cartolina turistica, da soggiorno short-term, culminante nell’accostamento (persino gentrificante, almeno agli occhi ipersensibili di un residente in riva d’Arno) delle madonne del Beato Angelico alle modelle di una nota griffe.

Allo stesso tempo conservo la sensazione che Rondoni sappia scrivere e sappia talora parlarmi, e le penalizzazioni del libro ut supra mi urtano meno di quelle di altri autorevoli poeti. I suoi secchi richiami ad avere coraggio (o, a seconda dei punti di vista, incoscienza) si stagliano come sentenze, o come cartine di tornasole psicoanalitiche:

Possiamo soltanto amare,
il resto è il teatro amaro
dell’impotenza sotto il sole giaguaro

*

amare è l’occupazione
di chi non ha paura

La vita mi ha insegnato che quest’ultima è una verità profonda. La verità, forse.
E vividi sono alcuni quadri: quello in cui una ragazza magrebina incarna la ferocia del turbamento d’amore e il messaggio di insistere; oppure le scene presso la metro o la ferrovia (trascrivo quest’ultima):

Sui gradini che vanno ai binari piange e prova
a non farlo,
nel viso magro e arrossato
le preme un uccello d’ombre
irrefrenabile «è che

mi vergogno di chiedere»
e prende i pochi spicci dell’uomo,
un tizio dal sorriso affabile e un tarlo
di pena.

E ritorna, le dà qualcos’altro
mentre lei alza le iridi contro i neon a congetturare
quel volto:
«Sei tornato indietro per me?»

Crollano
gli ultimi colori del sole di dicembre
lungo le colline marchigiane,
s’abbuia alle spiagge il mare
coi suoi brividi, i lentissimi frutti –

lui soffia ancora qualcosa nella ressa
piccola e mesta di sottopasso
la voce dalle lacrime risponde «Maria» –
l’onda passa negli altri occhi: «che bel nome». E
«Non piangere, qui vedi chiediamo tutti».

Un libro non certo carente di autostima, forse eccessivamente lungo e farraginoso, che però sa assestare alcuni colpi ben portati.

6/10

[Davide RONDONI, La natura del bastardo, Milano: Mondadori, 2016, ebook, EAN 9788852077142] (link al negozio M.)

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