Giorgio Galli, Le morti felici

«Io più non chiedo | io son felice | content* il rogo | ascenderò» cantano, nel concertato finale, Norma e Pollione. Ma è davvero possibile, fuori dalla esasperazione lirica, una “morte felice”?
Dovrebbe essere merce non rara, mercé i tanti insegnamenti religiosi o filosofici che dipingono la vita come un passaggio verso altro, oppure come qualcosa che deve essere vissuto solo quando dotato di un minimum standard di dignità. Peraltro, come mi faceva notare anni fa Fela B. (mamma di un’amica): «quelli che più credono in una vita ultraterrena son sempre i più spaventati dall’idea di lasciare questa». Semplicemente, dice bene Jim Harrison in una tarda poesia: a volte «Vorresti darci su, gettare la spugna, però non puoi, perché sei tutto ciò che hai».
L’istinto di conservazione prevale su qualunque medievalismo.

Eppure, epiteti di serenità e felicità ricorrono a più riprese nella carrellata dello scrittore Giorgio Galli, che in questo piccolo catalogo, ottimamente prefato da Marco Ercolani, intesse ventotto finzioni (dal frammento al racconto breve) riferite all’esito di personaggi illustri. Storie a volte narrate in terza persona, a volte in prima, a volte per il tramite di un personaggio legato al morente (classicamente, Max Brod per narrare Kafka, o il grande pianista Rudolf Firkušný per il suo Maestro, Janáček).

C’è, certamente, una felicità nel dettaglio aneddotico. Una maestria del minimo passaggio (riprendendo il titolo di una raccolta di saggi di Adorno su Alban Berg). Ogni «Enciclopedia dei morti» (qui Ercolani cita a proposito Danilo Kiš, anche se le premesse sono differenti) dà felicità “euristica” non in chi la anima, ma in chi la legge. L’attributo “felice”, in questo senso, si alligna a chi si nutre dell’invenzione di Galli e dell’humus storico dei personaggi qui ritratti. Nelle storie dedicate a Khayyām e Janáček, per esempio.
Confortante è trovare, in coda al libro, la bibliografia delle fonti utilizzate come trampolino, a partire dalle quali il volo immaginifico di Galli si concreta, spesso plasmando note, racconti, epistole, altri dettagli. Questa base di ricerca sottostante pone una importante pietra di fondamento rispetto a tanti, troppi dettagli inaccurati che ho riscontrato imbattendomi, altre volte e per opera di altre penne, in narrazioni su personaggi illustri.

Ma il libro è qualcosa di più. Verklärung surclassa Tod, si direbbe straussianamente. Il ragionamento su morte e vita prevale sugli accidenti della morte stessa. E il trait d’union di questi personaggi, ossia la loro più autentica morte felice, mi sembra (conformemente alla spiegazione Autoriale) essere il loro gioco a scomparire o a distaccarsi da tutto. Che la morte giunga non provocata, o di propria mano, la maggior parte delle celebrità culturali prescelte sente – con sfumature diverse per ogni storia – che ogni (propria, altrui) cosa è compiuta e in fondo vana nella sua compiutezza, come tale da spingere a fondo nel passato; oppure ancora che il giungere a vedere nuovi tempi sarebbe un’aberrazione. Sparire, come suggerisce una sezione del libro; uniformandosi, in ultima analisi, al tutto. Cessare, sia transitivo che intransitivo.
In questo libro, effettivamente, molto si esprime e astrattamente si afferma, tanto da poter dire che il suo baricentro è significativamente distante dall’exitus, quindi anche da quella enciclopedicità che le sue caratteristiche sembrerebbero suggerire. Forte è la valenza di ammaestramento. Del resto Icaro, nel pezzo più breve, suggerisce che l’essenziale non è piangere lui, che muore vicino al Sole, ma consolare suo padre Dedalo, cioè i vivi.

Cattura il mio occhio, ovviamente, l’abbondanza di personaggi legati alla musica classica: compositori, direttori d’orchestra – con perle quali Georg Tintner [il bruckneriano in me “stragode”: Tintner ne ha diretto magistralmente un ciclo sinfonico, rispolverando pure il finale “Volksfest” della Romantica – snobbando però curiosamente la questione del finale della Nona] e Antonio Guarnieri, che denotano in Galli la virtù di conoscitore delle sinfoniche cose. Oltretutto, massimamente sub specie superstitionis, il mondo della classica è permeato di morte, come ho voluto suggerire in questa rapida carrellata (della quale ritroviamo in questo libro Mitropoulos e Sinopoli).
Ma tutto il libro sa riservare molto; anche al poeta, allo scrittore. Con spunti di (naturale) ironia per la attuale era dell’autopromozione coi suoi risvolti circensi (cfr. Hrabal). Con gli insegnamenti sul silenzio di Sibelius. Persino con qualche provvida contraddizione. Si prenda l’infinita querelle sulla “poeticità” della canzone d’Autore: da un lato Jacques Brel (o Galli/Brel) afferma: «La canzone non c’entra nulla con la poesia: è come la differenza fra portare tori al pascolo e fare una crociera sul Nilo»; dall’altro l’ultimo capitolo è in parte dedicato all’esegesi del testo di Anthem di Leonard Cohen (peraltro non solo poeta in musica ma anche su carta); testo cantato e avvicinato perfino a Lorca e Dickinson.

8/10

[Giorgio GALLI, Le morti felici, Genova: Il Canneto Editore, 2017, pp. 111, ISBN 978-88-99567-26-2]
scheda libro e link per ordini online

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