Quadrofenìa dello scrittore: L’era dell’autopromozione permanente secondo Andrea Inglese.

Rembrandt, Boas und Ruth, 1637-40. Berlin, Kupferstichkabinett der Staatlichen Museen (wikimedia, pubblico dominio)

Raramente, di fronte a un approfondimento che mi piace, scelgo queste pagine come mezzo d’inoltro: forse anche per pigrizia, lo ribatto semplicemente sui social più sensibili alla materia (es. per la poesia, fb e g+; meno tw e in) e attendo eventuali vostri commenti. Oggi invece coinvolgo persino questo libro giornale di fronte a un’analisi, quella di Andrea Inglese, di rara completezza ed efficacia. Il pezzo è uscito ieri su Nazione Indiana e fa parte di un dossier a più mani presente sul numero 68 di Nuova prosa.
Inglese, poeta saggista e traduttore, mi trova spesso d’accordo sulle sue prospettazioni (per esempio qui, per un certo periodo; poi, alas, la mia svolta cozzara).
Non tutte le tematiche sono ovviamente nuove, ma quello che mi colpisce è come l’Autore abbia saputo condensare in pochi periodi tutta la felice insensatezza del lavoro (spesso non retribuito) di scrittore e, naturalmente e con insensatezza ancora maggiore, del poeta. Con risvolti psicologici e verosimilmente psichiatrici dati dal diffuso senso di colpa e dalla “tripolarità” per cui la scrittura e la ricerca sono compresse anzitutto dal “lavoro vero” (ossia quello qui dat panem) e poi dall’autopromozionalità 24/7, sorta di bufera infernal che mai non resta e che – attraverso il coinvolgimento attivo e passivo – fornisce quell’endorfina, quell’illusione di who’s who con l’effetto psicotropo di alterare la percezione corretta delle grandezze in gioco e renderci perseveranti (oltre che di farci sentire vivi in un’epoca di grande incomunicabilità ed emarginazione, ciò che forse è il carburante più puro della gran ruota).

Un estratto:

Qui c’è pochissimo da scherzare. Più il prodotto fornito dallo scrittore è poco amichevole, ossia non risponde ad esigenze decrittabili del lettore medio, più egli deve entrare in quel circuito d’agitazione pubblicitaria di se stesso, che dura ventiquattro ore su ventiquattro. Tra tutte le vittime dell’autopromozione permanente, le più seriamente devastate sono infatti i poeti, dal momento che il mondo, ormai, non chiede più nulla a loro, salvo in casi specifici, dove il poeta può partecipare a tornei vocali, che sollazzano almeno un certo numero di spettatori. Ma questo vantaggio rispetto ai poeti schivi, ingrugnati, della parola meditata e silenziosa, non li esime dalla loro indispensabile agitazione autopubblicitaria.

(…) D’altra parte, una gran fetta della popolazione delle disastrate lande della letteratura italiana, vive nell’eterno dubbio della propria esistenza. Scrive, pubblica persino, ma non sa mai veramente a che punto è, se abbia ottenuto qualche legittima marca d’interesse, di riconoscimento dei pari, qualche lasciapassare per la fama postuma, dal momento che al di fuori del successo commerciale dispensato a un numero ristretto d’indiscutibili campioni delle lettere, gli altri galleggiano nella grande penombra delle valutazioni discutibili, dei giudizi estetici, riflettenti o meno.

Tutti quindi hanno bisogno, non solo di assillare, ma di essere assillati, ognuno vuole perseguitare ed essere perseguitato, tampinare ed essere tampinato, solo questo smanazzamento comunicativo, questo spintonamento reciproco, ci rende vivi, reali, nella nostra fantomatica attività non remunerata, non richiesta, dispensabilissima.

(…) E appare del tutto chiaro che il lavoro di autopromozione permanente, se davvero si vuole fare con spirito professionistico, e non a singhiozzo dilettantesco, divora progressivamente lo spazio residuo della creazione letteraria, a tal punto che, di tanto in tanto, si scrive ancora qualcosa soltanto per nutrire la macchina dell’autopromozione, sapendo per altro che essa, come il dispositivo dell’ostrica, abbellisce e nobilita l’originario e mediocre granellino che l’autore gli porge.

 

Appoggiandosi al titolo di un famoso concept album addirittura più vecchio di me, si potrebbe parlare di quadrofenìa dello scrittore (o Quadrophenia se siete fedeli ad Albione) 🙂 L’attività di scrittura occupa, quando va bene, un quarto delle risorse dello scrittore e ne determina solo una fase su quattro (gli altri quarti: “lavoro vero”, autopromozionalità e magari uno straccio di vita sociale quando non partner o famiglia).  Quindi rende forzatamente un quarto del potenziale del suo Autore.
La scrittura è dunque una fetta di torta che si può ingrandire solo a scapito delle altre: quindi da un lato godendo di o aspirando a una condizione di privilegio (sostanze economiche o entrate non da lavoro, es. rendite), dall’altro scegliendo una specie di isolamento/celibato/nubilato artistico. Ma soprattutto la torta della scrittura e della ricerca dovrebbe essere ingrandita mediante la compressione/comprensione della propria vanità in favore di una considerazione oggettiva della realtà, nonché mediante un personale contributo – su più fronti – alla deflazione del gran circo promozionale.
Non è facile.
Intanto vi rimando all’articolo su Nazione Indiana, coi miei complimenti.
E magari fate un pensierino all’acquisto (anche come strenna) di Nuova Prosa #68

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