Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 13 anni

La dolcissima gloria, la dolcezza gloriosa: Visioni dell’aldilà prima di Dante

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Vale la pena di segnalarvi questo volume fresco di uscita per Lo specchio Mondadori: si dà spazio a quattro poeti duecenteschi lombardo-veneti in lingua volgare, i cui poemi “pastorali” (in senso ecclesiastico-teleologico: volti cioè al fine della salvezza delle anime) tratteggiano qua e là un oltretomba strutturato in città divine e infernali, paradisi e inferni, proprio come avverrà per la Comedìa dantesca.
L’operazione ha più di un pregio, iniziando dall’equilibrio critico che le conferisce la prefazione del prof. Marco Santagata: lo spirito della riproposizione non è affatto quello competitivo che sottintenda il “c’ero arrivato prima io”. Anche se non è affatto improbabile che Dante abbia avuto esperienza di alcuni testi qui raccolti (soprattutto di Bonvesin e Giacomino, in cui già si assapora il gusto di certe punizioni o zuffe demoniache della prima cantica), la commedia dantesca è, e resta, tanto di più – per stile, per esiti poetici, ma anche per sostanza filosofica, politica, religiosa; e il contributo dell’Autore di Come donna innamorata non manca di segnalarlo già in limine.
Ciò tributato al padre della lingua italiana, nondimeno la poesia dei quattro predanteschi è gustosa, trovando la propria urgenza espressiva in descrizioni che si propongono di essere didattiche e fungere da deterrente; dunque, per raggiungere il loro scopo, devono essere cariche di immagini e comprensibili al volgo. Per ottenere questo ci si situa sul registro dell’immagine a effetto e si dà un connotato corporale e sensoriale a punizioni infernali e premi paradisiaci; in particolare questi ultimi consistono in splendide abitazioni, vesti, cibi e musiche (e qui sta una marcata differenza col paradiso dantesco e la pura contemplazione del divino come estatica mercede ultraterrena).
Gioie ultraterrene, ma misurate con affezioni sensoriali, corporali. Il tutto mi ricorda un po’ il testo del finale della “quarta” di Mahler, Das himmlische Leben; anche se, per gaudio dei vegetariani, Bonvesin non ti cita nessun San Pietro a pescarti il branzino né evangelisti a mandare al macello agnello o bue (cfr. qui, in calce, e qui, IV). In compenso si spinge il pedale del “celeste terrestre” fino al paradosso per cui il beato – che è tale anche per la sua terrena disattenzione per beni materiali e attenzione ai poveri e ai subalterni – in paradiso disporrà di “avere”, “potere” e persino servitù, compresi ovviamente giullari poetanti! (28% ebook:)

Lassù non manca al giusto | avere né potere,
servi ben messi e pronti. | gioielli e anche giullari:
giullari che le feste | rendono più perfette,
con versi così belli che io non li so dire.

Come avrete intuito dallo stile della quartina precedente, fulcro dell’operazione è il lavoro di ammodernamento del testo dall’originale volgare duecentesco (presente comunque nel libro). Qui entra in gioco il poker di poeti contemporanei che è occupato di ri-versificare i poemi rendendoli più digeribili al palato del lettore di oggi, ma mantenendone l’assetto prosodico (in prevalenza, verso alessandrino o endecasillabo) e, per quanto possibile, preservando la rima (normalmente, rima continua in quartine o terzine).
Ecco gli abbinamenti tra predanteschi e loro curatori: Bonvesin da la Riva – Maurizio Cucchi (che sovraintende all’intero progetto); Giacomino da Verona – Mary B. Tolusso; Uguccione da Lodi – Giorgio Prestinoni; Pietro da Barsegapè – Fabrizio Bernini.
Il volume è quantitativamente sbilanciato verso i primi due Autori, più immaginifici e “sistematici” nel concepire un catalogo di 12 punizioni e altrettante gioie (Bonvesin) o le architetture delle ultramondane Babilonia e Gerusalemme (Giacomino).
Ribadendo come gli sforzi di ri-versificazione abbiano tutti in comune la maggior lealtà prosodica e di rima possibile, ogni poeta ha la sua impronta.
Dell’approccio di Cucchi gradisco l’attenzione verso alcune impronte stilistiche di Bonvesin: per esempio la “milanesità” (“mi schiscio”, “mi stremisco”, “le busacche”) e l’ubiquo prefisso accrescitivo stra- (“stradolce”, “strabello”, “stragode”) che curiosamente mi restituisce un gusto di parlata adolescenziale (dunque “volgare”
latissimo sensu e conforme agli intenti).
La versione di Tolusso delle due città “Giacomensi” è invece molto coesa, musicale, marcatamente moderna: dal punto di vista strettamente artistico è la più convincente.
Negli altri due, e nell’opera dei loro ri-versificatori Prestinoni e Bernini, si apprezza una più marcata componente oratoria e moralistica rispetto alla pura didascalia (non a caso le opere sono il Liber e il Sermo), con episodi storici, riferimenti all’Apocalisse e persino, in Uguccione, un accenno al tema, spinoso anche per Dante, della predestinazione.

L’esito poetico che più mi rimarrà impresso, però, non è quello relativo all’oltremondo: è la prima parte della Scrittura nera, il “libro dei dannati” a firma Bonvesin da la Riva. Preludio alla descrizione del castigo infernale è una lunga vanitas della condizione umana con toni a volte crudi e realisti, quasi ossessivo-compulsivi. È il caso del suo  inizio (3-4% dell’ebook):

La nascita dell’uomo | è di un tale colore [nero, ndr]
perché egli è generato | da schifose interiora
dove il sangue è mischiato | con puzza e con sozzura;
e in quel lurido albergo rimane ad albergare. (…)

E dopo che è cresciuto, | che è bello di persona,
che si tratti di un maschio | o di gentil fanciulla,
potrà anche sembrare | di fuori bella e buona,
dentro nessuno è bello | né cavalier né dama.

Non c’è maschio né femmina | che sia di tal bellezza
né piccolo né grande | né regina o contessa,
che sia bella di dentro | lo dico con chiarezza,
è anzi ricettacolo | di gran puzza e bruttezza.

Dal corpo mai non esce | beltà, solo sozzura:
da quella bella bocca | vengon fuori scaracchi,
schifo esce dal naso | dagli occhi e dalle orecchie,
un bel corpo di fuori | e dentro un gran marciume.

Non c’è alcun cibo al mondo | che sia tanto prezioso
da non marcire dentro, | non appena nascosto:
dalle membra del corpo, | benché sembri prezioso,
non esce alcun buon frutto | che non sia fastidioso.

E via così, con piena rappresentazione del disprezzo medievale per il corpo; disprezzo, se ci pensate, un po’ contraddittorio rispetto alla remunerazione pienamente sensoriale e dunque “corporale” delle gioie del paradiso, cui ho accennato. E disprezzo che nelle stanze successive si coniuga con la durezza della condizione umana lungo la vita intera.

7/10

[A.A.V.V., Visioni dell’aldilà prima di Dante, cur. Maurizio Cucchi, Milano: Mondadori, 2017, pp. 278]

P.S. oggi scoccano i dieci anni dalla mia prima recensione/nota di lettura poetica (per la musica si va addirittura al 1999). Frasi a suggello? Nessuna: sono dieci anni più vecchio, li sento tutti, non c’ho fatto mezza lira, ho perso molto da allora, scrivo in maniera meno entusiasta ma forse più credibile.

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2 Risposte

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  1. Beh, dal mio punto di vista son dieci anni spesi bene se hanno portato alla bellezza, sensibilità e intelligenza che trovo sempre nei suoi lavori.
    Benedetti siano tutti gli anni a venire.

    Mi piace

    vengodalmare

    24 novembre, 2017 at 13:14


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