Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Teresa Ciabatti – La più amata

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«Chi poi mi torturava è fuggito nella grande amnistia della vecchiaia»
(Cinquantaseicozze, I)

 

Devo dedicare qualche riga a un libro “personalizzato” che mi è incredibilmente vicino ma che – a differenza per es. di Haiducii – non posso certo giudicare un capolavoro. Si tratta del runner-up allo Strega 2017: un libro, La più amata di Teresa Ciabatti, che già dalla sua uscita sembrava tra i candidati autorevoli alla vittoria, per alcuni addirittura un predestinato. Si è tirato in ballo perfino Proust, si è parlato di “romanzo della borghesia”.
Cosa ha decretato il riscontro di popolarità e quasi premiale del romanzo e della sua scrittrice, peraltro già nota per prove precedenti e articoli sul giornale? Il fascino discreto della confessionalità, se mi si concede il remix di Buñuel (remix egualmente surrealista: magari la poesia confessionale sortisse lo stesso fascino della narrativa confessionale! Ma anche qui è possibile concludere che, in fatto di libri, il quomodo, cioè il genere, vince sul quid del contenuto).
In pratica, sin dai teaser precedenti l’uscita e sin dalle prime pagine si è promesso di rivelare i segreti di un padre miliardario realmente esistito, potente e intrallazzato – considerato un santo, un genius loci del grossetano e non solo – attraverso l’indagine di una figlia autodefinentesi con forza disadattata.
Tradotto dal punto di vista psicologico del lettore: ecco un thriller e contemporaneamente una storia con fortissimi elementi di verità; ecco, per giunta e prima ancora, una scrittrice coraggiosa che scende dall’Empireo, esce dal Club del verbo rivelato a cui molti suoi colleghi afferiscono, e rivela il suo disadattamento profondo alla vita a causa di quanto sorbito in gioventù e in ambito familiare.

Irresistibile, no?
Così il vostro affezionato si è messo in coda al prestito digitale, attendendo pazientemente il suo turno e nel frattempo scrutando, come corollario del successo di vendite, la trincea “manichea” che il libro creava tra “Ciabatters” e detrattori. Trincea resa tangibile in occasione di una nota di Gilda Policastro, scrittrice e studiosa l’acutezza del cui sguardo è difficilmente contestabile. A séguito delle parole tranchant dell’Autrice degli Esercizi di vita pratica “fioccavano come nespole” (cit.), nei commenti, pochi apprezzamenti e piuttosto tante accuse di rosicamento, illazioni di rifiuti editoriali (subito smentiti alla fonte), sospetti di chiome vicendevolmente strattonate tra scrittrici.

Un arengo emotivo i cui spalti sono stato tentato di calcare anche io quando ho lambito più pagine, per esempio quelle in cui la “figlia del professore” viene idolatrata dai suoi assistenti tuttofare forse per compiacere lui (parte II, 1): «L’ebrezza di avere qualcuno a mia completa disposizione, il plotone in camice bianco che segue papà, quel plotone che ho sempre sentito anche mio; (…) Loro eseguono. Eseguono per compiacere il Professore, qualcuno dice».
Brividi. E trappola empatica: qui dovrebbe trovare posto il racconto parallelo di mio padre, altro divetto cittadino, e della mia esistenza per relationem, ancorché imperniata su una costante sensazione di nullità piuttosto che su proiezioni di grandezza della giovane Teresa (io non mettevo il “forse”: ero certo di essere relazionato dagli altri solo per lisciare papà; se ripassavo dal borgo da solo due ore dopo, manco mi riconoscevano. Ancora a maggio di quest’anno, con quasi cinquanta primavere sul groppone, venivo presentato sul lavoro come “il figlio di T. Corsi che magari ci porta dai dirigenti viola!”. Io non ho neppure un nome di battesimo. Ma basta così).

Ricapitolando, il successo del libro (ben fiutato dagli scout mondadoriani) riposa nell’indubbio coraggio nell’esporsi da parte dell’A. e nell’alta capacità di suscitare reazioni emotive di immedesimazione, amore o repulsione.
Provando però a dissipare questa nebbia purpurea e pre-giudiziale, ho dovuto concludere che a mio parere il libro pecca per difetto in stile, narrazione, caratterizzazione. Finendo quindi col conformarmi al thread di Policastro, la quale a mio avviso fa un discorso (un po’ Savonarolesco, però) non ad personam bensì incentrato sulla insufficienza qualitativa di un libro che stava per essere incensato dai media come il miglior romanzo del 2016/2017, e inducendo da ciò una grave anossia dell’attuale, italo panorama di scrittura romanzesca.

Questo libro, secondo me, ha proprio il problema di voler a tutti i costi essere un romanzo contra se ipsum – quando purtroppo la narrazione è esangue, quando la caratterizzazione di avvenimenti e personaggi scorre via come una pallina di mercurio sul palmo, quando la cornice storica è insussistente, quando le trovate letterarie si esauriscono pressoché del tutto in una frammentazione dell’unità temporale e in una “anafora anagrafica” – «Mi chiamo Teresa Ciabatti [, ho quarantaquattro anni]» ripetuto ostinatamente – che fa dire ironicamente a un commentatore su Anobii “non ho capito come si chiama” – tradotto in Sanfredianino: e s’è capìhooooo!.
Tutto ciò per tacere di una inesistenza del profilo cronachistico/documentale/giuridico (dovuta, credo, a una ovvia pietas come senso affettivo persistente), che a me interessava poco o punto ma che poteva essere presupposta nei lanci o nelle prime pagine.

Peraltro, almeno l’evanescenza dei personaggi è consapevole e volontaria. Verso il finale (proprio la IV e ultima parte del libro è la migliore e forse il kernel, il nocciolo in cui La più amata si sussume e a cui qualche detrattore potrebbe sostenere non senza argomenti che potrebbe essere ridotto), Ciabatti ammette di aver avuto un dissidio con l’editor per aver lasciato i genitori al loro destino ultimo, tagliando il “come è andata a finire?” e «i grandi eventi», se si eccettua un richiamo “popolare” carico di significato a «La morte dei giusti» (III, 5), cioè alla morte nel sonno.
Richiamo che mi fa pensare al senso di amnistia espresso nel mio verso in esergo; richiamo foriero di sensazioni di inutilità, e di frustrazione viva delle indagini di questo tipo, in rapporto con la rappresentazione “ufficiale” e sempre vincente della storia e dell’esistenza.
Condivido le perplessità dell’editor; non mi sfugge però anche l’istinto della scrittura di Teresa, che ha forse, come espresso sopra, il solo torto di aver sbagliato superficie per giocare il suo tennis.
Tutte le congetture vanno a posto considerando il fine autentico dell’A.: perché Ciabatti, d’après Cecil Day-Lewis (“We do not write in order to be understood: we write in order to understand”) scava apertamente per trovare se stessa nell’adolescenza (IV): «Voglio scoprire perché sono questo tipo di adulto, (…) Deve essere successo qualcosa. Qualcuno mi ha fatto del male. (…) Scrivo di mio padre e mia madre, ricostruisco la storia di famiglia per arrivare a me». Proprio Tornare là dove ci hanno spezzato s’intitola un capitolo del manuale Autostima di Gloria Steinem.
Ma questo procedimento esige penne finissime e difficilmente si presta al genere romanzesco: prova ne è che anche uno dei più grandi romanzieri di sempre ha scelto piuttosto la forma epistolare per esaurire la propria recherche familiare e temperamentale (e la dedica di Ciabatti al padre dà un ulteriore appiglio alla mia tesi). Del pari, sono convinto che la abbondante e lodevole, a volte violenta propensione confessionale di Ciabatti troverebbe una sublimazione nella poesia; anzi la esorterei a cimentarsi con essa, ora che grazie al successo di questo romanzo le sue vendite sono assicurate e possono trainare anche un consumo ex se debole come quello della letteratura in versi.

5,5/10

[Teresa Ciabatti, La più amata, Milano: Mondadori, 2017, pp. 218]

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Written by Roberto R. Corsi

3 ottobre, 2017 a 15:04

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