Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Di liquidi certamente miscibili: “Calcio e letteratura in Italia (1892-2015)” di Sergio Giuntini

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[Pasolini] pensava che il «capocannoniere di un campionato» fosse «sempre il miglior poeta dell’anno» (p. 168).

IMG_5782La mia vita è sempre stata, ed è, attraversata dal calcio, che – taglio corto per non rendere questa recensione un’autobiografia – è stato volta per volta rimpianto, passione, simulazione, materia di studio, materia di lavoro. Senza il football la mia autostima forse sarebbe migliore, però la passione, una volta scoppiata, è indelebile. Spesso e volentieri leggo opere sul calcio, possibilmente a un livello superiore a quello dell’autobiografia. In questo caso il libro del professor Sergio Giuntini, edito da Biblion, mi ha incuriosito sin dal titolo, che lo qualificava di primo acchito come iperlibro, vale a dire come risorsa a partire dalla quale, proprio come un ipertesto, accedere a pregevoli opere letterarie imperniate sul calcio.
La lettura ha confermato questo facile pronostico, ma lo ha arricchito di molte altre connotazioni positive. Prime tra tutte la capacità e la forza responsabile di esprimere giudizi qualitativi e storici, venendo a costituire così una vera opera critica oltre che manualistica.

Dal punto di vista dell’analisi letteraria la quantità di testi citati è impressionante, alluvionale, soprattutto nel terzultimo capitolo del libro; una completezza che sembra a volte fatalmente tradursi in “lista”, invece testimoniando l’escalation della letteratura di genere nei tempi a noi più vicini. Lo sforzo di Giuntini va oltretutto molto più in là del genere narrativo, abbracciando anche saggistica, inchieste, normativa tecnica, manualistica sulla preparazione del calciatore; ma prevedendo anche due capitoli di chiusura sul calcio nel cinema e nel teatro, ove si sancisce la supremazia di approccio del secondo.
Il mio ridotto bagaglio di lettura non ha riscontrato assenze significative se non forse quella di Gol di rapina di Pippo Russo (prolifico scrittore, qui citato col suo romanzo Il mio nome è Nedo Ludi): opera del 2014 importante che inaugura o comunque ispessisce significativamente il filone di inchiesta sui legami tra calcio e TPO (Third Party Ownership).
Tornando al settore narrativo, e segnatamente al romanzo, non si manca, come dicevo, di mettere ordine, mediante un giudizio di qualità, in tanta abbondanza: mi piace, anche come consiglio di lettura, sottolineare il “podio” dei tre migliori romanzi italiani sul calcio di ogni tempo: Novantesimo minuto di Franco CiampittiAzzurro tenebra di Giovanni ArpinoIl Mister di Manlio Cancogni.

Ma è soprattutto a livello storico e storico-letterario che la monografia dà i migliori risultati e il massimo piacere di lettura. Anche “doloroso” per lo scrivente, dato che, come un luminol, ha svelato qualche piccola aporia di ricerca nella mia tesi di laurea…
Alcuni capitoli sono imperniati, ovviamente, sulle figure apicali del giornalismo sportivo. Campeggia Gianni Brera, penna magnifica e lussureggiante cui dobbiamo molti incancellabili soprannomi di atleti e neologismi anche non di genere (oltre a quelli citati a p. 142, ricordo lo “zonagro” con cui l’ultimo Brera, fatalmente soccombente, satireggiava sugli allenatori pervicacemente fissati sull’oltranzismo nel gioco a zona).
Ancora di più affascina la parata di grandi della letteratura italiana che si sono misurati e legati a doppio filo col calcio, a volte in termini di “religione laica” (solo per citare un “due contro due”: Vittorio Sereni e Giovanni Raboni accesissimi interisti; Franco Loi e Alfonso Gatto milanisti sfegatati), a volte in termini di entusiasmo o dibattito critico.
Qui protagonista è l’entusiasmo di Pier Paolo Pasolini, che alla gioia dell’assiduo e talentuoso praticante sommava la visione del calcio come «fenomeno di costume talmente importante, che un male sarebbe per (…) gli intellettuali ignorarlo e disinteressarsene». Se Pasolini adorava il calcio, Alberto Moravia lo detestava e ne parlò in una tavola rotonda come qualcosa che (sulla scia delle teorie di Thorstein Veblen, a mio avviso) «serve a distrarre i giovani dalla contestazione. Serve a tener buoni i lavoratori. Serve a non fare la rivoluzione». Facendo infuriare Pasolini per la «enormità» e perché nessuno aveva controbattuto.

La contrapposizione Pasolini-Moravia si ripropone, con attori diversi, anche nel bel capitolo dedicato al connubio tra calcio e poeti (pp. 224-233). Facendo notare, in apertura, che la prima antologia di spessore di poesie sul calcio è arrivata solo nel 2006 (Il calcio è poesia, Il melangolo), il capitolo esplora gli esiti del dopo-Saba e dopo-Sereni (le cui poesie non mancano nel libro, ma commiste alla narrativa del periodo). A un Franco Loi celebrante, ma anche a un Edoardo Sanguineti attento al calcio come testimonianza di storia, si contrappongono Giovanni Giudici ed Elio Pagliarani che, addirittura in versi, ripropongono la tesi moraviana del calcio tra “benaltrismo” e “arma di distrazione di massa”. Una possibile sintesi tra i due approcci, leggiamo nel capitolo appena precedente, è stata tentata dal lavoro – non in versi, credo – del poeta Nanni Balestrini sugli ultrà del Milan (I furiosi), la cui uscita suscitò una querelle tra Renato Barilli e Giovanni Raboni in qualità di recensori.
Molto spazio, anche recensorio, fu dato in tempi recenti all’uscita della raccolta La solitudine dell’ala destra di Fernando Acitelli; galleria di ritratti che però, a mio parere, strizza l’occhio all’amarcord molto a scapito della sostanza poetica. Stesso forse (leggerò) non può dirsi di  La partita di calcio di Roberto Roversi, dove alla partita si mischiano la speculazione e la fantasticheria, per essere le tribune popolate da personaggi quali Chet Baker, Goethe, Glenn Gould, “Che” Guevara e altri… Si termina con la sorprendente rivelazione di un Ezio Vendrame poeta per i tipi di Campanotto (EV era uno dei più talentuosi calciatori del periodo, frenato nella carriera dal suo essere contro il sistema).

Mi sono prevedibilmente dilungato. Riemergo dal viaggio letterario confortato (a metà) nel fatto che il “benaltrismo” e in genere lo snobismo che puntano l’indice contro la breriana dea Eupalla sono un retaggio recente. Fino almeno a tutti gli anni ’70 la dialettica Pasolinian-Moraviana era, appunto, dialettica, quindi quantitativamente equilibrata.
Ora, tra le persone di maggior cultura, il rifiuto è più frequente. Ma questo ha le sue spiegazioni. Non solo quelle, pur fondamentali, “scandalistiche” o di sperequazione economica.
Dal punto di vista dell’amante delle belle letture, una di queste spiegazioni – ed è il messaggio più forte e concretamente storico-critico del libro – sta nello svilimento della qualità letteraria dovuto al rovesciamento dei rapporti di forza tra pagina cartacea e televisione a partire dagli anni ’80.
Una vera e propria «mutazione genetica» con la quale la «rissosa volgarità» del Processo del lunedì di Aldo Biscardi inaugura l’era del telecalcio gridato, attirando allo scadimento “per imitazione” anche il giornalismo su carta (irresistibilmente antologizzato, nelle sue sgrammaticature, niente meno che da Vittorio Sermonti in Dov’è la vittoria?). Parallelamente alla “biscardizzazione”, Italo Cucci – a più riprese direttore del glorioso Guerin Sportivo – punta decisamente sul gossip e sul seminudo femminile per rilanciare le vendite: nascono le miss del calcio, in posa con le maglie delle squadre per club, sapientemente spruzzate di acqua… Agli approfondimenti sul calcio si sostituiscono sogni di “approfondimento” sulle starlet, verrebbe da chiosare.
Così – sulla scorta della commercializzazione globale – la stampa e la letteratura sul calcio sono progressivamente scese nel Maelstrom, principalmente per provare a rilanciare le vendite.
Se il dito puntato su questa “reazione copernicana” non è prerogativa esclusiva di Giuntini, suo è il merito di concludere con un filo di speranza, sottolineando come oggi, a lato del mainstream, stia riaffiorando una nouvelle vague di scrittori di talento, dall’occhio sufficientemente lungo per narrare il calcio con degna qualità letteraria e visione sociale profonda. Questo grazie al lavoro editoriale di case come 66thand2nd o sedizioni, ma anche all’avvento di antologie autorevolmente curate. Pure il piccolo cinema autoriale, capace di gemme come Il sole dentro di Paolo Bianchini (2012), ha enormi potenzialità di riscattare la settima arte da anni di “paulorobertocotechinate”.

Concludendo, un ottimo lavoro che coniuga rigore, ampiezza di repertorio, responsabilità critica, piacere di lettura – non inficiato da qualche refuso che auspico sparisca nella seconda edizione.

7,5/10
[Sergio GIUNTINI, Calcio e letteratura in Italia (1892-2015), Milano: Biblion Edizioni, 2017, pp. 365]

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2 Risposte

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  1. spero che Giuntini citi il mio saggio su Calcio e letteratura uscito su Letterra Zero altrimenti la sua indagine è monca 🙂

    Giuseppe Panella

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    giuseppepanella

    6 settembre, 2017 at 12:43

    • purtroppo non ci sei… Complice, probabilmente, l’uscita del quadrimestrale a primavera-estate 2015 cioè sulla “campanella” di chiusura del repertorio… se mai rintraccerò Giuntini ti farò presente! E cerco il tuo lavoro per leggermelo.

      Mi piace

      Roberto R. Corsi

      6 settembre, 2017 at 15:00


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