Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Il capolavoro personalizzato: Haiducii di Tommaso Labranca

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Ho spesso pensato che la sottile linea (rossa, blu, non importa) che separa il gran libro dal capolavoro si risolva nel quid pluris per cui quest’ultimo possiede una sorta di valenza divinatoria e/o va ad allacciarsi indissolubilmente con la tua sfera soggettiva.
Nella prima accezione, libri come 1984 o Auto da fé sono capolavori: il primo anche perché sa prevedere l’odierno dispiegarsi del potere autoritario mediante la fuffa in un celeberrimo passo:

Un’intera catena di dipartimenti autonomi si occupava di letteratura, musica, teatro e divertimenti in genere per il proletariato. Vi si producevano giornali spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di sesso e canzonette sentimentali composte da una specie di caleidoscopio detto “versificatore”.

Il secondo, da un punto di vista più surreale (ma ugualmente emozionante durante la lettura), anche perché va magicamente a chiamare due suoi personaggi, il nano scacchista Fischer[le] e il portiere Pfaff, come un campionissimo di scacchi del Novecento e il portiere della Nazionale belga degli anni ‘70.

Quid della seconda accezione?
Sull’onda della commozione per la prematura scomparsa di Tommaso Labranca, avvenuta alla fine di agosto, sono andato a leggermi o rileggermi molte sue cose. Tra esse il suo romanzo Haiducii, uscito prima come feuilleton e poi, aumentato, con Excelsior1881, oggi disponibile tra i remainder.

A pagina 84 leggo:

Berlino, 2009. I nostri simpatici turisti, appena sbarcati dai low cost, corrono a infilarsi tra le 2700 impressionanti steli di cemento dello Holocaust Mahnmal che ricordano la strage di ebrei a opera dei nazisti. Lì giunti fanno cucù all’obiettivo delle digitali, spuntando con i loro occhialoni avvolgenti da una stele a caso, come se fossero a Gardaland. Come se tutti gli ebrei uccisi nei campi di sterminio fossero morti solo per far costruire un giorno quel triste Denkmal a uso della loro imbecillità di provinciali allucinati che non sanno nemmeno dove si trovano.

Come faceva Labranca a sapere di questa foto in loco del 23 dicembre 2009 del vostro presunto intellettuale poeta e critico preferito? Oltretutto con tanto di terrificante murales niveo e in compagnia di altre due intellettuali, una delle quali la scattò…

mahnmal
Come faceva Labranca a sapere che quattro anni dopo io mi sarei giocato l’equilibrio psicologico e l’acquario culturale e affettivo con una persona proveniente da Iași proprio come i Petrescu, la famiglia protagonista del romanzo?

Come faceva Labranca, in molti altri passaggi lungo tutto il libro, a conoscere i miei nervi scoperti, a smascherare la mia alma illusione di scrittore irrilevante – a volte a diffusione “condominiale” (cit. Policastro), a volte a proprie spese? Ad andare a infilare, come Ken Shiro, le dita sul nervo del troppo tardi per qualunque cosa: nervo infiammato da decennî, per cui è assodato che io sia entrato baldanzosamente in scena nel momento in cui il pubblico è già tornato a casa e a teatro entrano i vigili del fuoco per il controllo di sicurezza; nervo che dà un dolore lancinante ma che devo ignorare dato che comunque si deve pur continuare a vivere, almeno finché le autorità non introdurranno col Camerini Act e incentiveranno fiscalmente lo SKA (Suicidio Kongiunturale Assistito)?

Si tratta dunque di un capolavoro personalizzato, costruito come tale su misura per me.
Tutti sanno che per Kafka Cioran e altri un libro, per essere riuscito, deve far male. Qualcuno conosce anche l’aneddoto per cui Hanslick, ascoltando in anteprima un movimento della Quarta di Brahms, commentò di essersi sentito per tutta la sua durata come se fosse stato picchiato da due persone estremamente intelligenti. Haiducii è una lettura di una sera che, tra umorismi e un’alluvione di riferimenti culturali (tra cui un vero pezzo di bravura su Molière), mi ha preso a calci rotanti dalla prima all’ultima pagina. E che ha fissato tra me e il testo un contatto emozionale come tra i personaggi di Avatar e i loro pterodattili in overdose di V1agra o quel che erano.

Lo raccomanderei – avvertendo che, come è ovvio da quanto sopra, non a tutti farà lo stesso effetto.

TL (img © musicalnews.com)

TL (img © musicalnews.com)

Non ho mai conosciuto Labranca eccezion fatta per un paio di righe tanti anni fa su FB (dove, anche lì, mi è entrato in tackle per aver fatto il cazzone – ovvero aver cannato un plurale inglese – in un gruppo testualmente riservato al cazzeggio). Ho motivo di credere che, se mi avesse conosciuto e parlato, mi avrebbe rivolto di persona tutti gli strali che mi ha fatto arrivare post mortem tramite il suo libro: imbecille, immaturo, scrittorucolo, parassita. Forse a fin di bene: mi avrebbe fatto meglio che tanta decennale ipocrisia. Forse no: la punturina dell’orgoglio dietro la nuca (cit. Marsellus Wallace) me lo avrebbe reso nemico. Intanto io l’ho seguìto in silenzio e ho citato in questi anni nelle mie recensioni una sua opera di pregio, il poemetto Hjärta, che era un fulgido esempio di letteratura del nonluogo (anticipatore di molte belle voci attuali), e che purtroppo da qualche anno è sparito come il suo sito personale che l’ospitava.
Ritengo che fosse una mente immaginifica ma soprattutto un rarissimo esemplare di uomo libero nel paese del fratres servate ordinem et ordo servabit vos. Come si evince in particolare dalla sua Rubrica brutta e zozza con la quale si è preso la libertà di stroncare molti santoni della “letteratura” e più che altro del who’s who. Probabilmente pagandone le conseguenze ritorsive a livello di vita salute e lavoro: anche l’io narrante e giudicante di Haiducii fa trapelare, in alcuni lamentosi passi, più di una ferita e un dubbio in questo senso.

Alcuni libri di Labranca in free download (raccomando Warhol, le Poesie dell’Agosto oscuro e savasandìr la Rubrica)

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Written by Roberto R. Corsi

4 novembre, 2016 a 16:11

Pubblicato su autori, narrativa

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