Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Amore e agonismo (4 inediti, giugno 2016)

with 2 comments

AMORE E AGONISMO

Stavo bene con te, al mare | sotto quella tenda bianca…
Così, in ottonarî, rompi un silenzio biennale, con la scusa che ha perso
la nazionale romena. Vieni da là, forse quando fai pratica legale
non ti piace sbandierarlo, ma nella stanza tifi eccome
per Tătărușanu e Andone. Vieni da là, dunque per tutti sei una manipolatrice,
come se l’Italia fosse il regno delle Bernardette. Vuoi farti un’altra vacanza gratis,
dicono. Come puoi farti pigliare così per il culo?
mi dicevano e dicono. Ma tu sei onnipotente di bellezza e cultura,
l’unico assoluto pensabile sono le tue chiome, gli occhi verdi e azzurri,
il corpo perfetto, la pelle che illude di brevi macchie solari
e risorge gloriosa nell’ambra. La Trinità angelica dimora nel tuo sesso,
nell’abside del respiro ritmato e crescente come macchina,
squirta lo Spirito Santo del tuo orgasmo, fluisce integratore salino nella mia bocca.
Prendimi pure per il culo, come l’idea di un dio prende da millenni per il culo i poveri
del mondo, li fa esplodere come castagne non incise… Lo faresti pur sempre
dalla mistica rosa delle tue proporzioni, mentre quaggiù mi deprime sanza lodo,
m’imprigiona una giostra di tarchiati millantatori. Illudimi con sapienza che ti giovi
la vicinanza del mio fallimento mentale e fisico, il mio flaccido involucro
che al contatto, al pensiero del contatto con la tua classica fattura, si squaglia
come sterco di scimmia gettato dentro un lago vulcanico.

Amata, la mia furiosa ambizione è stata quella di goderti per mesi, di trattenere
il possesso che invece fugge come il respiro. Fare legna prima del mio inverno,
volgerti e rivolgerti con la luce della luna che ti frustava la schiena.
Dichiaro qui in carta bollata che avrei voluto morire appena dopo,
donarti ogni mia linfa erroneamente tributata altrove, ogni anno di sofferenza a venire,
per ritardare il momento in cui i tuoi ornamenti dolciastri, i tuoi muscoli di salmone
perderanno regime, e tu sarai scelleratamente matrona delle sette colline.

E avrei voluto, cadendo in cenere, arrivare sereno a ripercorrere il momento
in cui qualcosa mi ha spezzato anima e corpo, ciò che mi ha fatto incapace
di essere, sentire, pretendere, osare, riuscire, amare, mantenere. Come bravo scienziato
riesco ad afferrare alcuni istanti disposti sul legnoverde: isterica, biancovestita
come ogni morte, chi mi diede la vita
sceneggiava il pericolo della sua fine ogni giorno, a ogni impasse, sdraiata sul
pavimento perché anche lei abbandonata – non tanto dal gitano marito,
suadente calciatore poi in girovaga levantina bugiarda ansiosa onnipotenza rifluito,
ma già dal padre fumatore e presto anche dalla madre. Dammi il micoren,
chiama il dottore, mi stai facendo crepare, gridava; oppure mi farai venire
un cànchero. Rubber is over, i giochi erano fatti:
la paura dell’abbandono è il tumore silente che si replica nell’indegnità a tutto,
e quanto più ci si sente inadatti tanto più si porge il collo a un nuovo giro di catena.

È brutto e nudo scriverlo; le cose, come i tuoi processi, hanno un tempo,
la carnefice è sorda e sta affettuosamente preparandomi la pasta gratinata,
le prove sono inquinate di distanza. Però questo paghiamo,
questo mi ha reso schiavo, paralizzato. Questo non ci porterà più
sotto una tenda bianca, soli. E dentro continua a tagliare, atterrire,
come le tue foto uscente splendente dalla cappella dei Pazzi
o i panorami della costiera amalfitana, assieme a qualcun altro
che non hanno chiuso alla gogna silente della non vita.
Non vedrò mai quei posti, come Parigi, bruciano carne e tendini,
è tardi, avrei voluto tanto amare gli angoli della terra, è tardi. Non sono più in grado
di sottrarmi alle spire, non ne ho le forze. Lo dico
con la serena malinconia della luce autunnale. Tu che hai conosciuto
l’annaspo, porta via con te la certezza del mio piccolo possibile
infanti-ciso amore.

ALÌ 

E per la terza volta Cristo violò la privacy e trovò sullo smartphone di Maddalena
messaggi piuttosto espliciti di vecchie fiamme o spasimanti esotici.
La nostra storia è terminata e mi sento persino euforico, la solitudine tutt’altro che croce,
respiro aria frizzante di ozio romanzi ottocenteschi e palinsesti sportivi,
forse perché finalmente mi riconosco incapace da sempre d’amare le persone
almeno quanto io ami invece questa fragile, sottile libertà a pensione completa.
La proverbiale goccia è un certo Alì che a inizio giugno ti ha fatto pesanti avance
e due domeniche dopo tu hai ringraziato per i bei momenti. Mi avrai fatto fesso
nel volto soltanto o pure col ciuffetto? Comunque sia andata, non sai rifiutare
l’offerta di sesso, proprio come non ti neghi mai un cucchiaio in più di risotto,
prendi amore ovunque sia – Santa Giovanna o santissimo scrivente, tre anni fa.
Non mi sfugge come i messaggi inizino il giorno prima della morte del grande pugile:
col guscio attaccato alle macchine, per poche ore ancora,
forse l’anima di Cassius è trasmigrata in questo cazzo di omonimo cicisbeo
mediorientale giramondo: nell’euforia di trovarsi nuovamente dentro un corpo vigoroso
scrive senza schivate I LIKE TO MAKE LOVE TO YOU AGAIN AND AGAIN
e sferra un gancio micidiale contro il cristallo della mia fiducia. Potrei “legare”,
abbassare la testa e indebolire il Louisville Lip – con qualche cornata, a ‘sto punto.
Preferisco sputare il paradenti, gettare la spugna, pensando tremante alle nuove sfide
che mi attendono, dai marker per l’epatite al test dell’Aids,
ma soprattutto alla ricerca, in fondo al baule, d’uno scampolo di fiducia e di forza
per accettare i fallimenti, capire che una persona non si spalanca per volontariato
e va meritata. Sinistro-destro, sfruttare l’allungo della trasparenza,
non piantarsi alle corde di fronte alle punte indagatrici di sguardi nuovi.
Fluttua come una farfalla, via, a scatti; al limite torci contro di te il pungiglione,
come un’ape imprigionata nelle quattro pareti di se stessa.

NET WEIGHT 

Tu invece vieni a salutarmi alla prima assolata giornata di Wimbledon
e poche ore avanti Italia-Spagna. Tredici anni fa facemmo l’amore
mentre Federer incantava in finale, e quando iniziasti a profonderti
nella chanson romantica del dopo io ti ruppi con un “torno subito:
alla tv c’è questo che cola a rete come oro liquido, sentenzia come un Tèseo
di Canova e rovescia colpi di katana”. Game set and match. Oggi invece sei trenta chili
per uno e settantotto, a metà esatta tra lo zero e l’inno ch’eri allora.
Pure il lògos ti s’attorciglia in secche spire malate, travisi interrompi prorompi
fai schermo di te, poi scoppi in pianto perché ti cedo in pegno d’amicizia
le sonate di Schubert, dici di non meritarle. Porti litri d’indegnità dentro i polmoni,
dici che ogni cosa del mondo ti strappa di dosso le carni. Ti posso capire.
Impossibile sfiorarti o pensarti, scherziamo su uno sfondone letterario di tuo padre,
abbozzi uno sfogo familiare gigantesco e lacrimoso ma sùbito ti tiri indietro,
per farti ridere scrivo su Google “Ciahòski”, come me lo pronunci in fiorentino;
sì scherziamo finalmente scherziamo come ai vecchi tempi e mentre fai una ricerca
io dalla sedia mi fisso sul percorso dei tuoi muscoli esausti lungo l’omero e il dorso:
le chiome bagnano stancamente le cuciture di una martoriata tavola anatomica,
la leonardesca sanguigna di un incrocio lontano, potente, essiccato nelle reciproche
follie e paure. Due albicocche per merenda, due Winston, vai via e saluti,
mi abbracci col tuo cavo abbraccio di piccione abortito sul marciapiede;
sì lo so che mi vuoi bene ma è difficile crederlo se odii così te stessa.
Sul calcio d’avvio degli azzurri parte il coro: “Ma come è ridotta?
che fa? questa muore!”. Anche Federer è cotto, poi gioca domani,
oggi apre Nole, vincerà lui il torneo tra due domeniche, remembrance day,
tempo stasi e selci d’altrui ego ci han predato come Mohicani del serve and volley.

ATALANTA

Lungo lucenti esose serate di giugno rincasare alla morte dinamica dei miei due vecchi,
pensare tra angosce a quanto si è perduto, riporlo, scacciare i corvi di quanto incombe,
tremendamente acquietarsi persino davanti all’albero da frutta del purgatorio,
l’albero della bellezza scoperta e cruda che piove ovunque come lava.

È stato proprio allora che una flebile speranza è giunta con una tornita podista
smeraldina, passando spedita fissandomi ha due volte
ansimato, senza volerlo mi ha offerto una calda disarmonica fittizia intimità.
Come un Tadzio muscolato, in sonoro, inafferrabile indicava la vita, tanto o poco più in là.

img credits: from Wikimedia Commons. (1) Ralf Roletschek; (2) Dutch National Archives, The Hague; (3) AlexIsrael; (4) “Mike” Michael L. Baird.  Original Image 1 e 2 are available on Wikimedia voices concerning Tatarusanu and Muhammed Alì, and licensed with CC BY-ND-SA.

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Written by Roberto R. Corsi

2 luglio, 2016 a 10:44

2 Risposte

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  1. (tiè! 😂😂)

    Liked by 1 persona

    elisabettapend

    2 luglio, 2016 at 16:00

  2. Avrei voluto scriverli io quei versi!

    Liked by 1 persona

    blarrt

    2 luglio, 2016 at 17:09


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