Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

sotto un cielo irraggiungibile: “Latitudini delle braccia” di Nino Iacovella

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Poi nei pressi del piccolo lago scorgemmo | la pace delle rane | lì dove buttammo le pietre | per vederle saltare dall’acqua: | come sprofonda a volte il masso senza colpire | altre volte c’è il sangue che torna a galla, | e a chiudere gli occhi non puoi | che immaginare lo scempio, | mentre a riaprirli è come sperare | che tra le proprie mani non ci sia tutto quel vuoto, | che la pietra sia lì come prima di colpire

l’Autore (img poesia.corriere.it)

Questo passaggio che si trova a p. 46 dell’ultimo libro di Nino Iacovella, Latitudini delle braccia, uscito già da un triennio per deComporre Edizioni, fa a mio avviso da spartiacque ma soprattutto da piano dell’opera, dividendo il libro idealmente in due parti e fotografandone lo spirito. Prima il sangue che torna a galla, ossia il lacerante ricordo delle stragi, della guerra vissuta non in prima persona bensì sulla propria terracarne (si cita spesso, implicitamente, Franco Arminio), nei luoghi delle proprie origini; poi il riaprire gli occhi e ritrovare il vuoto – nella mano che, in un traslato emozionale, ha operato lo scelus, ma anche, estendendo lo sguardo, il vuoto stesso dell’esistenza di chi resta: il vuoto come risultato, in tutte le tonalità del sentimento di estraneità, in se stessi come negli altri.
Iacovella ci concede scatti di Polaroid che restano inchiodati nelle sinapsi del lettore, forti di un’espressività che – è stato scritto da Alessandra Paganardi nella sua nota introduttiva – ricostruisce e scava senza emettere giudizi diretti; soprattutto, direi, senza cedere (a dispetto di alcuni richiami titolistici) alle lusinghe del “salto immortale” nell’escatologico.
Le due metà ideali in cui il libro si squaderna sono bilanciate e ci consegnano entrambe un incedere poetico di alto livello, uniforme, mai al di sotto della soglia di tensione che lo vivifica, e con singoli esiti di rilievo.
Mi hanno colpito i due quadri di cui è composta la poesia Food for the ants (pp.86-87), dove la triste cronaca nera è preceduta dall’invenzione poetica, e il proprium della lirica, cioè un suicidio, è tratteggiato semplicemente nella sua rappresentazione sociale anti-etica e persino anti-utilitaristica: «un ingombro al senso di marcia delle persone».
Mi resterà dentro l’immagine della madre di Nino in visita a Milano (p. 91): «Lei felice di stare in un fast-food, | stare al passo con le novità | un altro modo per avvicinarmi || E non basta a sorridermi quel suo modo | di fare un vuoto prima delle parole | quanto il suo fondo di verità, | di aver voluto i figli | per farne una bracciata in più | sulla superficie dell’abisso». Una madre tenera e arrendevole, consapevole dell’(in-)significato della vita, franca, umana nell’incapacità di resistere – forse per amore materno, forse è un rilievo generazionale – allo sradicamento culturale (di cui è attore anche il fast food) alla base dell’alienazione contemporanea, o magari lungimirante nel percepire la futilità, anche in una generazione ben più forte e determinata di quelle successive, di ogni resistenza.
Ma soprattutto devo correre il rischio di essere additato come lettore superficiale: diffidate, di norma, di chi vi scrive che ha apprezzato soprattutto la poesia d’apertura del vostro libro – spesso si è fermato a quella! In questo caso, tuttavia, Iacovella cala subito un asso di danari impossibile da sottacere e tale anche da silenziare ogni possibile dubbio di poesia di circostanza. La lirica che apre la raccolta (p. 19), dedicata a una vittima della strage di Bologna, possiede un equilibrio perfetto tra violenza e sospensione aerea. La associo al titolo del libro e vengo investito da una raffica di squarci taglienti: i brani del corpo, tra cui le braccia di «insostenibile peso» (e va notato che a p. 42 “braccia” è accostato a “radici”), che vengono proiettati lontano; il «cielo irraggiungibile»; le domande sulla «faccenda della vita»; la stessa solitudine che rimane tra le macerie, come un lacerto strappato agli arti inferiori, «mescolata a terra, indistinta tra | lamiere storte, viscere e sangue».

Latitudini delle braccia è una raccolta che riesce efficacemente a mettere in relazione passato e presente, parlandoci di molto di quel che realmente accade (o non accade), dicendo molto anche del suo Autore senza alcuna patina autoreferenziale o vedutistica (p. 102): «Dalla veranda dell’ipermercato | il tramonto appare un’ultima finzione, | la parte scura di un azzurro | che ci cade addosso, per ferirci».
Un libro importante, diacronico, che consiglio assolutamente e del quale auspico una diffusione capillare.

[Nino IACOVELLA, Latitudini delle braccia, Gaeta: deComporre Edizioni, 2013, pp. 136]

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Written by Roberto R. Corsi

17 marzo, 2016 a 19:01

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