Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Marco Simonelli, “Il pianto dell’aragosta”

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Leggendo la poesia che dà il titolo a Il pianto dell’aragosta di Marco Simonelli mi è venuta in mente la scena madre di un film di Kieślowski (non lo nomino per attenuare lo spoiler): un uomo appena colpito da una disgrazia si reca in chiesa a pregare ma più che altro a dar sfogo alla disperazione, ed ecco che la cera della candela che tiene in mano gocciola e si rapprende sotto gli occhi di un’immagine sacra. Sono lacrime dai piani alti? È semplicemente un fatto casuale? La sceneggiatura non scioglie il dubbio, ma l’attenzione alla tematica del caso e del destino in altri capolavori del grande cineasta sembra avvertirci che la nostra vita emotiva si gioca spesso sul soppalcare di sentimentalismo o addirittura di sacralità una realtà fredda e interpretabile ex se. Parafrasando Occam, affectus non sunt multiplicandi praeter necessitatem.
E così, più scopertamente, l’aragosta del poeta fiorentino (pp. 15-16): «Si dice che al contatto con la morte/ emetta un grido, strilli,/ un pianto disperato, stile supplica./ Ma si tratta solamente del vapore/ che schizza, fuoco fatuo// tra polpa e carapace». “Rasoio Simonelliano”, lascia campo libero a una tinta forte che permea copertina del libro e tutta questa prima parte: tagliente osservatorio di crudeltà, spesso incentrato sul rapporto uomo-animale.
Mi avvicino a questo libro dell’ottobre 2015 in parallelo con Firenze-Mare, raccolta inserita nell’undicesimo quaderno Marcos y Marcos (almeno in parte, antologica: due poesie che citerò provengono da L’estate sta finendo e si possono leggere sul sito dell’Autore). Nel raffronto mi sembra di cogliere, nei versi citati sopra, una sorta di manifesto programmatico a tutto tondo per Il pianto: il movimento a sottrarre, a de-saturare la tavolozza.
Ci sono, è vero, analogie evidenti tra le due letture: per citarne solo alcune, l’occhio spento delle cèe anticipa il pianto del crostaceo; il grande affresco di Anna a Torre del Lago fa il paio con Sapore di mare (pp.33-37); culminando con Prove tecniche di pianto, poesia presente in entrambe le uscite (qui a p. 46). Ma la sensazione non è quella di una mera continuazione del discorso: ne Il pianto dell’aragosta Simonelli sembra voler, almeno parzialmente, smontare o abbassare il soppalco cui mi riferivo, sfoltendo un po’ – che è lungi dal sopprimerlo – il proprio mirabolante e accattivante bagaglio di riferimenti culturali ad amplissimo raggio e vario spettro; con ciò riposizionando la propria verve in rapporto a un’ironia più affilata e una malinconia più pronunciata (l’ultima parte, un “farsi aragosta” immedesimandosi con una dinamica per inversionem: qui è l’Autore stesso, non la realtà oggettiva, a vanificare il proprio concreto pianto nascondendosi In bagno, p. 48).
A mio avviso la scommessa è vinta; per premio una consolidata maturità.
Scorgo un esempio per me plastico del “movimento a sottrarre” nella poesia dedicata a Massimiliano Chiamenti, Ora di chiusura (pp. 38-41): l’incontro interdimensionale si apre già sotto il segno del «gelido distacco»; il plug-in dell’ironia colta (Orfeo o Enea) e del pop (i vampiri di Twilight) viene – pur dopo una citazione di Battiato – scartato e bollato come «umorismo patetico e importuno»; cade soprattutto ogni velleità di costruire un impianto escatologico sopra la narrazione («Io non ho voglia di chiedergli se là…»), giungendo così l’interazione a una semplice evanescenza, un fade out che prepara ed esalta il durissimo finale:

Lo specchio del bancone riflette solo me
insieme alle bottiglie. Guardo il tavolo,
i cerchi concentrici del legno
e penso all’albero,
allo sforzo di piantarsi con un ramo
la scure dentro il tronco.

Per terminare coi miei rilievi, la componente “ora di chiusura” in cui «sembra tutto più lontano» è presente anche in Capodanno (pp. 44-45): qui pure l’attenzione del poeta si sofferma e lavora su una sottrazione, che è il mancato incontro di due mani: «osservo la tua mano che scorre la ringhiera// e intanto cerco l’arancio/ del pulsante che ripristina la luce/ qualora il buio scattasse all’improvviso». L’effetto è quello di contrapporre, nel gesto della mano che cerca l’interruttore, lontana da quella del compagno che scende le scale in fretta, la componente del distacco e quella della premura, rendendo incerti su quella prevalente.

[Marco Simonelli, Il pianto dell’aragosta, Napoli: Edizioni d’if, 2015, pp. 53]

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Written by Roberto R. Corsi

29 gennaio, 2016 a 13:11

3 Risposte

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  1. Che recensione raffinata e acuta, caro Roberto! Ciao, Massimo

    Liked by 1 persona

    Massimo Seriacopi

    29 gennaio, 2016 at 14:32

  2. Complimenti per l’ottima critica! Perchè non combini un incontro poetico con Simonelli? Reading alternato delle rispettive poesie… anche il titolo della raccolta ironicamente le accomuna: “Cinquantaseicozze”-“Il pianto dell’aragosta”.. io ci penserei!

    Mi piace

    Barbara

    4 febbraio, 2016 at 10:43


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