Marco Simonelli, “Il pianto dell’aragosta”

Leggendo la poesia che dà il titolo a Il pianto dell’aragosta di Marco Simonelli mi è venuta in mente la scena madre di un film di Kieślowski (non lo nomino per attenuare lo spoiler): un uomo appena colpito da una disgrazia si reca in chiesa a pregare ma più che altro a dar sfogo alla disperazione, ed ecco che la cera della candela che tiene in mano gocciola e si rapprende sotto gli occhi di un’immagine sacra. Sono lacrime dai piani alti? È semplicemente un fatto casuale? La sceneggiatura non scioglie il dubbio, ma l’attenzione alla tematica del caso e del destino in altri capolavori del grande cineasta sembra avvertirci che la nostra vita emotiva si gioca spesso sul soppalcare di sentimentalismo o addirittura di sacralità una realtà fredda e interpretabile ex se. Parafrasando Occam, affectus non sunt multiplicandi praeter necessitatem.
E così, più scopertamente, l’aragosta del poeta fiorentino (pp. 15-16): «Si dice che al contatto con la morte/ emetta un grido, strilli,/ un pianto disperato, stile supplica./ Ma si tratta solamente del vapore/ che schizza, fuoco fatuo// tra polpa e carapace». “Rasoio Simonelliano”, lascia campo libero a una tinta forte che permea copertina del libro e tutta questa prima parte: tagliente osservatorio di crudeltà, spesso incentrato sul rapporto uomo-animale.
Mi avvicino a questo libro dell’ottobre 2015 in parallelo con Firenze-Mare, raccolta inserita nell’undicesimo quaderno Marcos y Marcos (almeno in parte, antologica: due poesie che citerò provengono da L’estate sta finendo e si possono leggere sul sito dell’Autore). Nel raffronto mi sembra di cogliere, nei versi citati sopra, una sorta di manifesto programmatico a tutto tondo per Il pianto: il movimento a sottrarre, a de-saturare la tavolozza.
Ci sono, è vero, analogie evidenti tra le due letture: per citarne solo alcune, l’occhio spento delle cèe anticipa il pianto del crostaceo; il grande affresco di Anna a Torre del Lago fa il paio con Sapore di mare (pp.33-37); culminando con Prove tecniche di pianto, poesia presente in entrambe le uscite (qui a p. 46). Ma la sensazione non è quella di una mera continuazione del discorso: ne Il pianto dell’aragosta Simonelli sembra voler, almeno parzialmente, smontare o abbassare il soppalco cui mi riferivo, sfoltendo un po’ – che è lungi dal sopprimerlo – il proprio mirabolante e accattivante bagaglio di riferimenti culturali ad amplissimo raggio e vario spettro; con ciò riposizionando la propria verve in rapporto a un’ironia più affilata e una malinconia più pronunciata (l’ultima parte, un “farsi aragosta” immedesimandosi con una dinamica per inversionem: qui è l’Autore stesso, non la realtà oggettiva, a vanificare il proprio concreto pianto nascondendosi In bagno, p. 48).
A mio avviso la scommessa è vinta; per premio una consolidata maturità.
Scorgo un esempio per me plastico del “movimento a sottrarre” nella poesia dedicata a Massimiliano Chiamenti, Ora di chiusura (pp. 38-41): l’incontro interdimensionale si apre già sotto il segno del «gelido distacco»; il plug-in dell’ironia colta (Orfeo o Enea) e del pop (i vampiri di Twilight) viene – pur dopo una citazione di Battiato – scartato e bollato come «umorismo patetico e importuno»; cade soprattutto ogni velleità di costruire un impianto escatologico sopra la narrazione («Io non ho voglia di chiedergli se là…»), giungendo così l’interazione a una semplice evanescenza, un fade out che prepara ed esalta il durissimo finale:

Lo specchio del bancone riflette solo me
insieme alle bottiglie. Guardo il tavolo,
i cerchi concentrici del legno
e penso all’albero,
allo sforzo di piantarsi con un ramo
la scure dentro il tronco.

Per terminare coi miei rilievi, la componente “ora di chiusura” in cui «sembra tutto più lontano» è presente anche in Capodanno (pp. 44-45): qui pure l’attenzione del poeta si sofferma e lavora su una sottrazione, che è il mancato incontro di due mani: «osservo la tua mano che scorre la ringhiera// e intanto cerco l’arancio/ del pulsante che ripristina la luce/ qualora il buio scattasse all’improvviso». L’effetto è quello di contrapporre, nel gesto della mano che cerca l’interruttore, lontana da quella del compagno che scende le scale in fretta, la componente del distacco e quella della premura, rendendo incerti su quella prevalente.

[Marco Simonelli, Il pianto dell’aragosta, Napoli: Edizioni d’if, 2015, pp. 53]

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Pubblicato da

Roberto R. Corsi

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Scrivo per lo più [di] poesia e di musica classica, arte, cultura. I mostly write [about] poetry and about classical music, art, culture. ____ Instagram / Telegram / Medium ID: rrcorsi

3 pensieri su “Marco Simonelli, “Il pianto dell’aragosta””

  1. Complimenti per l’ottima critica! Perchè non combini un incontro poetico con Simonelli? Reading alternato delle rispettive poesie… anche il titolo della raccolta ironicamente le accomuna: “Cinquantaseicozze”-“Il pianto dell’aragosta”.. io ci penserei!

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