Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

#Fortini98

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Lettera22
Celebro il novantottesimo compleanno di questo gigante poetico con le meningi ancora fumanti per essermi sobbarcato l’intero “Oscarone” Mondadori con
Tutte le poesie, pubblicato con la cura di Luca Lenzini. Scelgo un approccio leggero, per spunti e toni eterogenei.

1) Mi sarebbe piaciuto conoscere questo intellettuale, tre anni più giovane di mia nonna (avrei fatto, crudelmente, uno swap? Sì). Magari tra Ameglia, Bavognano e Montemarcello, microterritorio/ “città amica” dove soggiornava e ora riposa. Di lui si narra spesso il carattere spigoloso e polemico. Se mi fossi azzardato a parlargli della mia poesia, immagino che mi avrebbe trattato con sufficienza o sprezzo; io avrei evitato ritorsioni, come spesso mi avviene, essendo timido. Se però mi avesse preso nei miei cinque minuti d’ira repressa, tipo quando i vicini lasciano spalancato il cancello condominiale, gli avrei ribadito con inelegante calembour che ha fatto bene a scegliere il cognome materno anziché il patronimico Franco Lattes. Esempi di possibili titoli avvelenati: “Lattes ai cogl…” per dire, a seconda dei casi, che il personaggio è sfiancante o che la sua poetica è per sprovveduti; “Lattes e i suoi derivati” per definirne gli epigoni pedissequi e sciocchi.

2) A F. si associa immediatamente un’idea di disintermediazione (tanto per stare su un termine di moda; o di poesia Senza mediazione, prendendo il titolo che chiude I destini generali; ancora, si parla di “istanza straniante” o, con P.V. Mengaldo, di “funzione Fortini”): l’affrancamento della poesia dall’io poetante. È vero e non è vero (quasi come fossimo nelle famose quartine di Prima lettera da Babilonia). In certi passi e periodi, soprattutto agli estremi opposti dell’opus, è clamorosamente non vero. Del resto coglie nel segno Lenzini quando dice che la cesura e segnatamente la smentita di ogni certezza, di ogni piedistallo empirico o metodologico, è probabilmente il più autentico fulcro del dire del poeta, che perciò è rigoroso e progettuale ma, come una tela di Penelope, ogni “Verifica dei poteri” lo ri-disfa (provate a testarlo segnandovi le poesie in cui qualcosa “non è vero”, “non è così”). Dunque anche il totale, oggettivo, agognato inverarsi della poesia non è vero; forse, è vero per quanto possibile, non essendo totalmente possibile, o auspicabile, o umano. Cercare l’altro-da-sé (in una gamma che va dall’epigramma alla Storia) è comunque per me una direzione verso cui guardare ed entro cui, incessantemente, tentare. L’ EwigBeckettische (!), l’eterno Beckettiano fallire meglio. Oggi la Storia bussa con più forza alle nostre porte, le nocche sono più furiose e insistenti che in altri decenni. Abbiamo il dovere di coglierne la portata, nella speculazione da lettura giornali come lungo il marciapiede davanti alla porta di casa. Temperando e aggirando nelle forme e nelle intuizioni l’atteggiamento di chi, per es. un mio ex editore e collega, aborre la poesia “d’occasione” e predica l’introspezione assoluta.

3) L’uomo F. è coltissimo e nelle sue poesie traboccano riferimenti precisi, citazioni, imitazioni. Da un mero punto di vista di “studio dell’attenzione” (immaginiamo di dover fare marketing del prodotto “poesia di F.”), ho potuto asseverare la difficoltà insita nel dover specificare tante note: sarebbe pesante metterle a piè di pagina, in calce alle singole poesie, ma è altrettanto difficile che il lettore sia così zelante da fare rewind coda-testa del libro a rivedersi i singoli versi delle prime poesie. Come risolverlo? Tornando a gabbiani e tramonti? Più salubre lasciare tutto alla diligenza o negligenza del lettore? Erompe la necessità che la poesia sia capace di fornire più piani, omogenei nella forza, di godimento: quello immediato e quello mediato dall’esegesi.

4) C’è un grosso iato qualitativo, a mio per ora non argomentato avviso, tra la produzione prima e centrale (superba questa), fino alla raccolta apicale Questo muro da un lato; e dall’altro tutto quel che viene dopo. In altre parole, trovo mediamente meno riuscite le poesie in Paesaggio con serpente, Composita solvantur e i Versi primi e distanti – bene ha fatto dunque F. a espungerli, ad es. nella riedizione di Foglio di via. Quanto alle amate-odiate Canzonette: spero un giorno di avere una carriera e affermazione tali per cui la mia defaillance creativa divenga per i critici “dire in forme lievi e arcaiche l’inebetimento” sociale. Peraltro F. si merita questa indulgenza molto più degli – oggi non pochi, per giunta azzimati – “creativamente ebeti” sin da inizio carriera!

5) La mia lista di capolavori: L’introduzione a Foglio di via, La città nemica e le sue più tarde riprese, La gioia avvenire, Fra parentesi, Altra arte poetica, Ai poeti, Traducendo Brecht, La gronda.
Vi è poi la lista soggettiva, quella proustiana per cui ogni lettore legge se stesso e dunque ogni poeta è Maestro quando, per bravura e anche un pizzico di fortuna, sa innescare l’individualità, il vissuto. Esiste, è dolorosa e la tengo in massima parte per me, con un’eccezione rilevante, una retroilluminazione che declino subito:

Negli angoli dove c’è a marzo maceria/ con gran pianti i bambini seppellirono/ gli uccelli caduti di nido (da Il seme, in Questo muro);
…e una volta anche scrissi/ dello stridio di una foglia/ e di uccelli caduti di nido (da E così una mattina…, in Composita solvantur);
>>> Cinquantaseicozze/II

Ancora e infine, trovo analogie tra La gronda (che mi fa pensare anche alla famosa scena di Zabriskie Point) e una mia poesia su una crepa del muro in Piazza Nazario Sauro, in cui volevo gettare e distruggere tutto quanto (era circa del 2010, credo sia rimasta inedita, non era ‘sto granché). Sempre nel 2010 (in All’orza) ho pubblicato una Beatrice che ritrovo testualmente ora, proprio con articolo indeterminativo, in un verso della durissima L’incontro.

F. prende dunque posto in quel consesso eterogeneo (per ultimi: Francesco Targhetta e Giovanni Turra Zan) leggendo il quale ho reperito, con un misto di appagamento e ansia, immagini che avevo autonomamente trattato. Man mano che ci si addentra nella selva poetica, prende forza l’aforisma di Paul Valéry per cui: “Nulla può essere completamente nuovo né completamente non-nuovo”.

6) Potpourri di chiusura.
Del F. paroliere per Sergio Liberovici forse già sapete (lo fu anche Calvino).
Del F. che lavora nel reparto promozione della Olivetti e inventa per le macchine da scrivere i nomi “Lexikon” e “Lettera 22” (e dunque anche i numeri a venire) non sapevo.
Poiché F. amava definirsi “letterato per i politici, politico per i letterati” non credo di poter differire la lettura del Meridiano contenente i suoi saggi. Men che meno posso differire quella degli Epigrammi, “il nettare dello scettico” (autocit.).
Sospiri durante la lettura della biografia: nell’estate 1946 nella sola Fiumaretta soggiornavano, oltre a F., Vittorini, Einaudi, Sereni, Robert Antelme, Marguerite Duras e Dionys Mascolo. Adesso quando vai al mare devi essere fortunato per trovare un solo intellettuale (fortuna che al mio bagno c’è, seppur umbratile), ma nove volte su dieci devi accontentarti di un calciatore o procuratore sportivo, che tra l’altro sono assai più festeggiati dell’intellettuale. Indici, per chi sa leggere neanche troppo tra le righe, del declino.
Segnalo infine il portale ospiteingrato.org. Questo contiene un questionario per poeti che un giorno compilerò; la prima parte è anonima, la seconda vi porta a cimentarvi apertamente con quelle che sono le nervature del pensiero poetico fortiniano. Dunque è anche utile prontuario, punto di partenza per un possibile approfondimento. Ci sono risposte autorevoli, di qualche anno fa (tra gli altri: Inglese, Febbraro, Valduga, Deidier, Di Spigno, Sannelli).

7)

FRA PARENTESI

(Non è vero,
non è vero quasi nulla
di quanto v’ho detto.

Tanta fatica s’è fatta
per arrivare sin qua
e una di queste sere
verrà la verità.

Quando sangue e tempo
se ne saranno andati
l’uno guardando l’altro capirà
che ci hanno ingannati).

1955

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Written by Roberto R. Corsi

10 settembre, 2015 a 08:08

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