Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

kiss me/ kismet*: leggendo “Amiral Bragueton” di Paola Silvia Dolci

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PSDolciQuando si sceglie per eponima la nave – transustanziata in persona fisica-Ammiraglio – che condusse Bardamu-Céline in Africa, non ci si può aspettare niente di semplice. Amiral Bragueton di Paola Silvia Dolci, uscito nel 2013 per italic con l’introduzione densa di Ianus Pravo e i bei disegni di Michaela D’Astuto, non traccia una navigazione piana: passa tra molti scogli, e se ne assume il rischio come ogni bravo e coscienzioso stratega.

TIC-TAC-TOE! invita la sezione di apertura, richiamandoci al gioco del tris, dove, come tutti sanno, per vincere bisogna muovere per primi e sperare in una certa “collaborazione” (nel caso del gioco, bietolona) nella mossa seguente di chi risponde. Più che altro mi piace il richiamo al tre perché, nel momento in cui apro il compasso per questa recensione, scorgo proprio una triplice costellazione.

Intanto la cultura vivificata: sistema binario perché questa viene proclamata e, prima ancora, alterum non recognoscens com’è incline a essere dalla nascita, sùbito dolorosamente stupefatta nel riscontrare l’altro da sé: “Tutta la mia vita è lettura” (p. 45); “Lo sconcerto/ è questo invecchiare fuori dai libri/ quello che passa per vita” (p. 32, con eco quasi luziana se si pensa alla chiusura di Aprile-amore).
Questa chiave, che già da sola può illuminare praticamente tutto il libro, mi ha riportato silenziosamente a una forte affinità col mio acerbo esordio, sentimento che non mi ha più mollato. Mi porta indietro alla necessità od opportunità espressiva di ricorrere, per narrarmi, al Mito/Archetipo (e ogni dato sapienziale precostituito rispetto all’Autore, in ogni campo dello scibile, è a mio avviso Archetipo); mi riconduce all’identica, lancinante scoperta dello iato. Su questo ho scritto pagine e pagine (non solo creative: occupandomi per es. del M/A in Liliana Ugolini). Ma qui il movimento è più ampio di quello dello scrivente, correndo fino all’altro estremo del pendolo poetico con squarci di realismo più marcato della mia annata 2005, come nella saporita quartina d’apertura (p. 17).

La gente continua a prendermi per altro.
I cani si fidano e mi raggiungono.
Sono via da casa da tanti anni
ma parlano ancora del mio matrimonio.

Attenzione però: oltre questa barriera di natura morta (“quello che passa per vita”), oltre questo foto-diaframma, si schiude un mondo mai confermato; un mondo dove la realtà, che soprattutto nelle prime poesie s’intuisce rilkianamente bella ma/e tremenda, è probabilmente distorta e piegata verso l’idealità, nella vita vivi-ficata (anche stricto sensu, a p. 59!) dalla lettura; straziata in frutta da mostarda che di quando in quando emerge dal bollente calderone. D’altronde “io sono un ammiraglio e tu mi devi credere”: ti basti un’istantanea in quartina, poi bando alle ciance e avventùrati con me in un’esperienza alla Total Recall, ove (magia di Verhoeven!), grazie a una frazione di secondo a schermo nero, non si saprà dire se anche il malfunzionamento della nave onirica facesse parte del sogno.

Indizi di realtà, dunque; e qui la seconda e la terza costellazione: De Luca e Schnitzler.

“La grazia di mancare il bersaglio”, cioè il verso di chiusura della poesia a p. 63, è citazione quasi letterale di una poesia del 2008 da L’ospite incallito (significativamente non annoverata tra i puntuali credits finali).
Ed Erri (Erri ti presento SEL, cit.) da chi ha preso? Andando a ritroso nell’esegesi, suggestivo che il termine greco antico per “mancare il bersaglio” fosse ἁμαρτία (hamarthìa, da hamarthàno) e il vocabolo, col tempo, abbia preso a significare, nei testi religiosi “peccato”.
Grazia nel peccato, dunque? Metterei un centesimo più su sì che sul no, almeno in Dolci. E vivaddio (scusate).
In ogni caso, per l’A., la grazia si traduce certamente nello spostare delicatamente il tavolo delle carte, nel giocare a nascondersi (rilievo – critico? – frequente per libri intrisi di cultura) ma soprattutto nel condannare gustosamente e zanzottianamente i lettori iperanalitici a essere “così miseramente vicini all’orienatamento”.
(Ndokojo Kojo? Sotutan Tajo? Nell’abilità del lanciatore di coltelli si parrà la nobilitate non del poeta, ma del critico)

Poi, Else. Che è certo l’eroina schnitzleriana che PSD sente in sé, e che ogni lettore di quel libello rosacopertinato avrà in un momento desiderato, a seconda dei casi, d’impersonare salvare possedere. Ma è anche something or somebody else, “altro”, istruzione logica alternativa alle condizioni (ri)produttive ed esistenziali. Un assetto parallelo, un fiume carsico che s’annoda con quello in-terrato dall’Autore (o da chi per lui; un po’ come nella scultura Two Rivers di Greg Wyatt – che secondo me era bellissima e naturalmente iussu principis (nunc regis) l’han messa chissà dove, quel che è peggio con biasimo).
Sento Else/else molto presente nella caleidoscopica p. 19, a partire dal Titolo che amo al punto di assumerlo come verso di testa:

L’imperfetto è il tempo della fascinazione

Il rischio era fare la bambina malata a vita.
Ricevere gli amici in pigiama nel lettone, sonnecchiare,
restare esclusa.

Siamo sicuri che sia un “rischio”, o tutto quanto ci hanno detto della vita è sbagliato? Ne siamo già consapevoli?

L’im-perfezione, la fascinazione: il Veronal dell’emarginazione.
Ancora con Zanzotto: Paola ha, andando avanti nella sua poliedrica vita, scritto “le parole finali. Ma… ancora il fascino?”. E la Ferris Wheel dell’adattamento, la ruota che era simbolo di Asbury Park (pure lei smontata e messa chissà dove, per fortuna senza biasimo), può tornare a girare – sghemba – nella nostra immaginazione.

Si annotano luoghi, certosinamente. Secche, scogliere. Ma, come era ovvio dal principio, l’Ammiraglio scrive di se stesso. Scorrono temi, il viaggio, la malattia, l’amore (anche come Liebverbot), il sesso, il piacere. Il bersaglio, come detto, è in perenne movimento: your move!
Venendo alla polpa, si scommette sul libro totale: Gian Ruggero Manzoni usò per L’indegnità l’espressione “insieme illuminista”. L’immagine s’addice anche a questo libro, e la vis omnicomprensiva si riflette sul chutney stilistico ad andamento rollercoaster: diaristico, poi improvvisamente spezzato in frammenti lirici (p. 27: “Il sole germinava/ il bambino che ero stato/ rimaneva/ ma ammutoliva/ l’azzurro sempre inedito del cielo”); sul tono: alto, quasi cattedratico (il candidato indovini la citazione o guardi le note al risguardo postremo; poscia ne illustri almeno donde è tratta), poi ancora giù nelle pulsioni naturali o analitiche, e nel tabù (?) della corporeità: lo sperma – l’azzeccoso, chioserebbe una grande poetessa; adeso (soprattutto ai neuroni dei benpensanti) ma qui contornato per contrasto con “effervescenza” a p. 18.
Non mancano, alas, evocazioni in stile Midnight In Paris: Miller, Duchamp, Warhol e persino Lena Olin. Non ingiustificate, visto quanto s’è detto sopra sulla cultura viva, ma un po’ deboli per resa (come quasi sempre avviene; è una tecnica difficilissima, a mio avviso).

Mi fermo qui. Del resto l’Ammiraglio punta decisamente al periplo, e forse come una sorta d’Icaro orizzontale, vuole abbracciare troppe latitudini espressive per risultare uniformemente riuscito a chi, come il sottoscritto, esercita, come lettore e scrittore, scelte discrezionali-direzionali di stile e contenuto.
Volendo abbracciare tutto, piacerà quasi sempre a metà.
Probabilmente è un testo che chiede una certa buddhità; intesa perlomeno come negazione del Tempo, capacità di considerare sincronicamente e non diacronicamente il proprio personale percorso (attivo/ passivo, riflessivo/ deponente) nella poesia. E le citazioni del mio primo lavoro non erano per nostalgico autocompiacimento, ma per dimostrar la rimuginazione costante e frenetica. La collaborazione di RRC o qualunque altro lettore ci vuole eccome, avete visto? Ma non come giocatore tonto di tris; al contrario, come esegeta mentalmente assai presente. Ottenere ciò, in questi tempi di junk lit-food, non è una passeggiata di salute.

* le ultime parole dell’Ammiraglio Nelson a Thomas Hardy furono secondo alcuni “kiss me, Hardy”, secondo alcuni “kismet, Hardy”. Kismet (dal turco, o dall’arabo qisma), vuol dire “destino”.
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