Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Fiori, muschi e licheni: Fiori del mare di Gianni D’Elia

with 5 comments

Attenzione: contiene volgarità! 
(ma non son mica io: è la realtà!)

Gianni D’Elia (dal sito Einaudi)

Antefatto: il 17 giugno l’attent* twitter manager Einaudi replicava a un mio tweet che accennava al divario tra contenuti della poesia e società, citando rapidissimamente una lirica di Gianni D’Elia, L’onda dei morti, dal suo ultimo libro appena uscito nella “bianca”, Fiori del mare.
Incuriosito, faccio due più due con la circostanza che D’Elia sarebbe stato pochi giorni dopo alla Galleria Immaginaria a presentarlo. Non potendo andare io di persona, mando una giovane apprendista e ottengo comunque una copia con dedica di questo “canzoniere adriatico” d’ideazione, a quanto leggo, pluridecennale. Dopodiché, sotto con la lettura del libro, baudelairiano nel profondo a partire ovviamente dal cambio di consonante del titolo, per proseguire con disposizione in Sale che riecheggiano flebilmente le sezioni di Les fleurs, dedica preliminare e congedo (con “nappo dell’addio”, si direbbe mahlerianamente), e culminare nel ricorso all’endecasillabo nelle quartine, via via più marcatamente in rima alternata o incrociata.

Episodio immaginifico e giudizio: Un mese dopo, giovedì scorso alle sette e mezza di sera, stavo leggendo sul mare, con una certa insofferenza, un passaggio particolarmente stucchevole, mariniano – Lontano, p. 31:

Parlavano un amore, amico e amica,/ più doloroso dell’amore ed era,/ era l’amore un poco folle e mite…// Confuso anche era l’amore a lite,/ ma quanto mite lite era nel cuore/ di non saperlo dire: lira ed amore/ d’amore ed ira e smanie altrove unite…

quando dietro di me sono passati due bagnini che, pure loro, “parlavano un amore”; lo facevano in realtà in maniera alquanto triviale, accennando suppongo a un loro amico in stile Louis XIV e cortigiane, cioè dalle frequentazioni non proprio igienizzate; ho captato solo: “lui conosce quelle belle sporche/ che quando glielo metti, esce/ che sa di muschi e licheni”.
Ho annotato a matita, non senza un ghigno (la realtà batte sempre ogni immaginazione!), questa conversazione in fondo al volume per poter ricordare la curiosa circostanza e misurare, più che a spanne a decametri, la distanza tra una certa poesia e la società. Non che quest’ultima, particolarmente abbrutita compreso forse il vostro affezionatissimo che ve la riporta pari pari, debba sempre prevalere: ma occorre inviare negoziatori, trovare un punto d’incontro, non arroccarsi in uno stile che non rappresenta assolutamente nulla, non si riflette che nei forzati del buffet e in qualche fan al momento delle presentazioni, e soprattutto tarpa le ali di quell’anche poco, ma buono, che c’è in un libro.
A questo proposito, non va senz’altro taciuta la poesia citata dal twitter Einaudi – L’onda dei morti, p. 55; la trovate ingrandita qui – e sporadicamente ce ne sono delle altre. Non troppe, beninteso. Cito la rabbia “green” di Vocativo (p. 37), l’amarezza iconoclasta d’ipocrisie familiari in Canzone di Vigilia (p. 39), la pienamente baudelariana assimilazione di vita e morte al gioco carnale ne Il terribile insegnamento, a p. 43; nonché il miniciclo di otto liriche nella Sala del lungo tema, isola socialmente significativa in un libro, nonostante la poesia da cui siamo partiti, ahimè piuttosto vedutista e arcadico. Caro twitter manager Einaudi, quanto a colmare il divario tra poesia e società, qui siamo ancora lontani.
Anche questi esiti, a monte più ispirati, soffrono però, più che del formalismo che li incatena nel verso (da notare anche la diaristico-liceale sovrabbondanza di puntini di sospensione, già enucleata e fustigata in una pagina ancora più critica della mia), di un certo annacquamento delle tinte. Sembra quasi un peccato mortale, per D’Elia, che lo strazio rimanga violento per naturale inerzia: bisogna accompagnarlo – e nemmeno gettando benzina sul fuoco, bensì piamente, misericordiosamente, con una prece o un’invocazione sbiadente. Insomma, un viatico. Ciò proprio ne L’onda dei morti (Gentile Estate,(…) accompagnali Tu all’ultima riva… molto meglio allora, sul tema migrazione, il naturalismo, esso stesso in endecasillabi, di Brancale, che tra l’altro D’Elia ha prefato); oppure vaticinando a p. 147 che “L’Aquila volerà sulla paura” (quando, come? questa sarebbe la domanda poetica, sennò è annuncite); o infine, nell’emblematica La tristezza d’Italia della pag. successiva, quando in coda arriva “la brezza della Baia,/ l’Ave struggente dell’aria ternaria…”: un’avemaria e tout est pardonné, domattina si riparte a giostrare come prima, come sempre in Vaticaly.
Un cingersi le tempie quasi pindarico, al di sopra del quale ci sono assai sporadici, provvidi risvegli all’emozione, alla furia; per tutti direi il dittico alle pp. 144-145 (Il giornale di lotta e Fasci della Costa: “Oh, una Gran Falce sui crani-tumori…”!!); ma al di sotto del quale sta la poco tollerabile, surreale, fiabesca consolazione della disgrazia del piccolo cieco (p. 59) o della miseria (p. 28, 56), procedimento che rimanda a un poeta en vogue che non cito sennò lo faccio troppo spesso e pare sia un fatto personale (non a caso, la pagina di stroncature che ho linkato sopra parla per lui di “bambinismo”, e mi sembra gustosamente perentorio).
E tutto, comunque, anche il non malvagio, così acquerellato, pastello, diluito!

Attenuanti per intercessione e conclusioni. D’Elia ha avuto un grande ammiratore, caro a molti, purtroppo non più fra noi, nella persona di Gianmario Lucini, il quale su siti come Poiein e Poesia 2.0 ne ha steso le lodi, spesso in termini perentori. Leggo una sua nota e scelta di poesie su Il Club degli Autori, respiro e mi chiedo: dove è finito questo D’Elia anni ‘80, “poeta dialogico”, anzi “che non perdona il rifiuto al dialogo” e “della domanda inquieta”? È, come appare in questi ultimi anni, sepolto in autocompiacimenti, in smanie da greatest hits o in non necessari calchi funebri del Carlo di Francia?
Auguriamoci che il poeta torni presto a soffiare sulla propria brace, che torni alla fiamma lucinianamente individuata. Quanto a Einaudi, auguriamoci che ritrovi il coraggio di vagliare criticamente, senza apriorismi di lignaggio; di punzecchiare anche i suoi long seller, di guardare se dentro ogni uscita c’è cruda vita: avrà più poesie da citare sui suoi social.

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Written by Roberto R. Corsi

20 luglio, 2015 a 10:41

5 Risposte

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  1. Dottor Corsi, è lodevole la Sua iniziativa di perdere il Suo tempo con questa poesia assolutamente insapore. Non dico mediocre perché sarebbe già attribuirle una qualità. Dico insapore e nulla. In sostanza, il signor D’Elia non so che mestiere faccia ma sarebbe meglio si dedicasse solo a quello, invece di scrivere.

    Liked by 1 persona

    Massimiliano Damaggio

    20 luglio, 2015 at 11:29

  2. Stimatissimo dottori Corsi e Damaggio come sempre le cozze sono di un altro pianeta. Cordialità.

    Liked by 1 persona

    christiantito

    22 luglio, 2015 at 01:21

  3. Caro Roberto, grazie per l’invio e per il riferimento lusinghiero al trittico. Un abbraccio. Michele

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    Michele Brancale

    22 luglio, 2015 at 09:55


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