Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Eugenio Nastasi per #56cozze

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Sfoglio L’occhio degli alberi, la raccolta del 2013 (ed. Edilet) di Eugenio Nastasi, poeta a cui mi lega un’amicizia epistolare ormai pluriennale, sempre rinfocolata da una costante e immeritata attenzione di lui verso quanto regolarmente pubblico qui. Tra le tante “orecchie” fatte al libro quando lo lessi, spicca l’incipit di estuario, una poesia che è ampio affresco naturale, andante spianato o cantabile che dir si voglia, come spesso nelle corde di Eugenio, rivelando l’altro suo grande arengo, quello della pittura. Ma i primi tre versi di p. 74, se estrapolati dal resto, mi sembrano quasi profetici verso il disporsi del mio dire: “chi sa dirle le cose su cui hai poggiato/ la tua voglia di non voler/ essere elusivo nel dolore e nel riso”…!

Oggi Eugenio mi fa gradito dono di un’analisi assai approfondita e caleidoscopica delle Cinquantaseicozze. La chiave è stata giusta fino dal pre-annuncio via mail, vale a dire che E. è andato cercando “quel che nascondeva l’esuberanza”. La pubblico con gioia per intero e vi invito “freddamente” alla lettura (perché invitare caldamente in questi giorni suona quasi a improperio!). Buona domenica.

 

Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze, italic, Ancona, 2015

Confesso che ho avuto non poche difficoltà a leggere questo testo, comunque esemplare, per essere redatto e combinato come un cubo di Rubik: ad ogni giro del terribile congegno si affacciano combinazioni nuove e diverse. Roberto R. Corsi accoglie, in questo singolare contenitore cartaceo in versione block notes, il proprio vissuto, esaltando l’essenzialità espressiva per portarla dal piano formale o arcadico su un piano esistenziale. Ma di una esistenzialità che riepiloga tutti i piani narrativi, da quelli più terragni (odori e olezzi compresi) fino a quelli più consoni alle sue frequentazioni colte, che sono tante e di prima mano, fino allo sproloquio gergale ed erotico perché se è vero che “pecunia non olet” è anche vero che “naturalia non sunt turpia”.

Il contenuto di questa poesia non è desunto soltanto dalla letteratura ma, vivaddio, dalla sua vita di essere umano con la sua mascolinità cresciuta e screziata da non poche insoddisfazioni, fervida di sensi e innamorata della sua Toscana, in particolare della costa versiliese, della natura e soprattutto dell’amore, ma anche pronto a trincerarsi in sé, a farsi pensoso e triste, con un che di duro, di ostile verso questo mondo che è pure il suo costante richiamo. L’allusività, il simbolismo proprio degli ermetici in lui, poeta nel pieno della sua creatività, si vengono diradando, con aperture verso un realismo tanto spontaneo quanto crudo nell’impasto degli elementi, umani e sociali, spesso corrosivi per quella “dignità” – “indegnità” tante volte richiamate, suggerite dall’impatto di quel suo gioire e soffrire. E mentre scorrono le cinquantasei frazioni del suo dire, mentre dal lettore vengono divelti e aperti questi cinquantasei mitili alla ricerca della condizione concreta in cui si trovano l’“io” individuale del poeta e il “tu” sociale dell’interlocutore, viene alla luce anche la libertà dello scrittore in diverse angolazioni: come risorsa non impedita; come forza per cui l’io dell’autore cerca di esprimere il sé; come risorsa che si “ orienta verso fini degni di desiderio”, ossia verso l’autenticità e infine, credo, come necessità di orientarsi verso un tu (sociale) senza di che manca qualcosa di essenziale.

Lungo questo nostro verificare, un tantino filosofico, il “proprium” del Nostro, il suo versificare si scontra con i momenti in cui la sua libertà si fa cosciente volontà e pertanto forza morale. Non è, allora, una flessione tonale se la poesia, negli anfratti psicologici che qui e là sfuggono all’accortissima stesura del poema sinfonico (non si può prescindere dal dato musicale come è stato dai più già messo in luce) diviene intima confessione, quasi geloso autobiografismo, che però tende sì allo sfogo o al documento ma anche alla liberazione attraverso la scrittura poetica. Che questo è, appunto, il “primum movens” di Corsi: il rispondere della sua poesia a quella necessità di “comporre” tendendo l’udito interiore a quel “tanto di valori” che, disatteso da un’umanità a valenza liquida, perde significato, come riporta nell’esergo di Franco Arminio, “Siamo sospesi tra un passato che non passa e un futuro che è già passato”.

Una scrittura, questa di Corsi, di limpida vena e parola, anche quando il vocabolo si contrae per troppa veemenza o malgrado il persistere di certi modi metaforici conseguenti a quel bisogno di caratura etica, che, se predilige il verso lungo, discorsivo, è perché più si adegua ai suoi polmoni:

Mi perdo nell’universo di glassa che nasconde questi sprazzi elettrici-/ similitudini, sguardi d’aquila su questo formicaio – ma sopra ogni cosa/ mi lenisce crudelmente la vita di monsieur Marcel, così affine fraterna. La madre adorata-adesa, / la precoce comprensione/ dell’anomalia, il salto extraorbitale del non far parte – e quella snervante/ recherche du silence, in sughero o in risacca. Nel mal comune/ mezzo gaudio d’un tempo passato rimbalza, come specchio puntato a specchio, / la marmorea sentenza dal libro a me, da me al libro (dalla XXV cozza).

È uno dei punti nodali, ci sembra, (fra i tanti, anche troppi esibiti dal Nostro) in cui la sua scrittura assume quella intensità di “scansione” che è un’altra delle sue caratteristiche: intensità drammatica, se ci riferiamo alla serietà della temperie che stiamo vivendo, per quel contrasto fra l’uno e l’altro estremo del suo atteggiarsi – abbandono e rigida volontà – che, quasi dialogo fra l’una e l’altra parte, per così dire, della sua anima, è implicito in ogni sua evocazione o soliloquio. Proust richiamato per primazia di racconto-confessione, oltre che per consistenza passionale e amorosa fino alla velatura voluttuosa della sua castità-decadente, fino alla condivisione che nella scrittura si vive ciò che nella vita si finge (come per il teatro ebbe a sentenziare il Principe della risata).

In molte delle sue partiture-cozze, Roberto R. Corsi mette in mostra anche l’emozione che accompagna il ricordo, elimina ogni nota impressionistica e ogni scoria, per isolarsi e condensarsi nei momenti culminanti di esso, con una incisività di dizione che spinge quel ritmo, troppo ironico per non essere vero, fino alla solennità, insieme perentoria e suasiva, di una sentenza o se si vuole di un’epigrafe.

Siamo sicuri di poter dire che è stata una bella giornata di festa/ mentre gustiamo il nostro piatto a un tavolino al sole, il mare dinanzi? / Il piacere della compagnia, del buon vino, del pesce, l’avvenenza delle astanti- / ma torme di migranti ci attorniano con le loro emergenze/ in forma di borse o direttamente d’elemosine, a dirci la cruenta irrealtà/ del nostro privilegio.

Dove la tematica della dura verità della vita si rinnova al calore del sentimento che unisce in un intimo nodo, quasi carnale, eventi della contemporaneità a vicende più confidenziali si hanno versi siffatti:

Inaspettatamente, dicevo? no, spesso si scordano i propri difetti/ di fabbrica, quel vizio nella valvola a pressione, la paura, che nell’eloquente/ omertà delle cose ti tagliava già fuori dal mercato. Devi a un mucchio d’inutili/ carte e alla tua bella apparenza questo stallo di foglia cadente, /sostanza non miscibile con mosse o aspettative dell’umano, / e la stessa tremante distrazione che non eleva queste cozze a poesia.

L’esperienza del poeta qui si allarga e non solo in sede umana, mi veniva da dire cristiana, ma anche in sede di algoritmo poetico che avvicinandosi al vivo di volata dell’esistenza nuda e cruda inventa per sé e per noi altri, un bisogno di oblazione se non di carità alle persone e alle cose che vivono insieme, specie alle più umili e allora pare che il verso prenda il largo mentre il discorso si fa più articolato, seppure retto da ragioni che vanno oltre il dicibile poetico e verso forme nuove di compromissioni sperimentali del linguaggio. E si capisce che tutto questo comporta dei rischi che vanno dal brusco abbassamento di tono di certi passaggi (sostanzialmente a cadenza prosastica) alla eccessiva tensione di certe trasposizioni oggettive del proprio vissuto (come nelle cozze XXXIV, XXXVI e XL, coi suoi rimandi a letture del Novecento, “non avrei parola che squadri” o ancora “…Conosce, consola coll’inaudibile respiro, un pianissimo/ di barche da seppia…”) molto più escogitate che sentite, né manca un pizzico di retorica populista, sia in visioni “corali” della vita cittadina (tutto compreso dal calcio ai rapporti familiari, alle frequentazioni di vita quotidiana) sia in prosopopee della propria volontà di lottare contro il destino ( cozze XLII e XLIV, dove rimarca certe ragioni concrete proprie del suo sentire di uomo e poeta) fino alla rottura di ogni indugio nella cozza XLVII, in cui il novello sottotenente Drogo rompe l’attesa “mesi e mesi a puntare il binocolo”, dopo aver subito il fascino del trastullarsi nella fortezza, fino alla splendida cinquantesima cozza e il viatico caproniano della seguente, in cui si raccolgono e coagulano le suggestioni più radicate dell’anima del Nostro che, insieme al grande Poeta suo conterraneo, guarderà ancora il mare, definitivamente perduti in “contrade marittime” con la domanda che noi tutti percuote “se sia quella la fine o l’inizio”.

Non so quanto questa mia nota abbia intercettato il mare mosso da Roberto nella suo percorso. Di sicuro ho consapevolezza di essermi pagato il “conto” dell’impepata offerta, quasi imposta dal suo verseggiare impetuoso e fertile, provocatore e necessario e di nuova, caldissima sfornata.

© Eugenio Nastasi 2015

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Written by Roberto R. Corsi

5 luglio, 2015 a 08:26

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