Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Alessio ALESSANDRINI su #56cozze

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Ricevo e volentieri vi partecipo una capillare nota di lettura del poeta marchigiano Alessio Alessandrini (nella foto) che ho conosciuto lo scorso dicembre a Macerata, dove ha conquistato la “medaglia di bronzo”; lo ringrazio infinitamente e incrocio le dita per il suo libro Somiglia più all’urlo di un animale (Italic) in lizza per il prestigioso Camaiore 2015. 

Considerazioni su: “Cinquantaseicozze” di Roberto R. Corsi, Italic 2015

alessandrini

foto: ilquotidiano.it

Il libello di Roberto R. Corsi si presenta snello e agile con le sue sessanta pagine da ingurgitare in men che non si dica e pagarne il conto finale – (geniale, a tal proposito, la struttura circolare che nella chiusa richiama quanto dichiarato nell’incipit costringendo, così, il lettore, dall’inizio alla fine, alla medesima attenzione onde evitare di farsi defraudare da un eventuale scontrino troppo esoso o poco dignitoso per quanto davvero vale ciò che si è sfogliato!); anche se l’impaginazione orizzontale, condizionata dallo straripante verseggiare del Nostro, costringe a qualche acrobazia nel maneggiarlo; lo sforzo, infatti, vale la pena di essere compiuto, in quanto l’agio intellettuale della lettura ripaga subito e tutto il disagio fisico della postura. Che Roberto R. Corsi metta in tavola, fin dal suo debutto, quanto lo riguarda senza pudore e così ingaggi con il lettore, in una prospettiva franca e scevra da ipocrisie, un duello ad armi pari, ne dichiara subito l’onestà poetica e lo posiziona in “controtendenza” con la intellighenzia filoborghese che impera negli almanacchi letterari. Porsi fuori dall’etablissement è rischioso e potrebbe essere poco fruttuoso, ma Roberto sa che non sarà mai Premier e che la sua recherche proprio perché naivée può compensare il gap proprio perché facilmente, almeno così ci vuol far credere, comunicativa.

Lo stile d’altronde si allontana da tanta produzione contemporanea fatta di ritmi franti e metrica pseudo classica e con un verseggiare lungo, a volte estremamente lungo, si pone più nella riva dell’eloquio che dell’eloquenza. Un lungo discorso tra amici davanti a un piatto succulento, meglio se di fronte a un mare al tramonto, in un romantico proscenio che però si strappa quasi subito a rivelarne il vero profilo fatto di autoptiche riprese di disfacimento e orrore (si legga già la cozza n° II). Un discorso non dimesso però, perché arricchito da inserti pluri-registro che fanno di questa impepata di cozza un piatto fintamente popolare ma, in ogni caso, affatto radical chic. Se proprio si vuole essere onesti la poesia di Roberto R. Corsi profila la sua raffinatezza proprio nell’ondivago percorrere strade apparentemente divergenti e lontanissime: dal compatimento vittimista alla denuncia sociale, dalla ricercatezza stilistica al profilo basso, dall’ironia al sarcasmo al comico, dalla condanna di una società dotta e indottrinata dal liberismo a quella di una contro-società facilmente anarchica ma altrettanto alla deriva.

La “rassegnazione”, la “debolezza”, l’inedia volutamente e sfrontatamente vestita dal poeta, o meglio dall’io poetante – (solo chi crede che la poesia sia semplice consolazione, autocompiacimento, solipsistico gioco di emozioni può ritenere la voce recitante la medesima di Roberto; anche quando l’aspetto autobiografico è prevalente, la sua capacità di elevarsi dall’ego e dal narcisismo all’altro/alto, infatti, è evidente) – risultano essere lo specchio ustorio di un mondo dove l’immobilismo, l’indolenza, la sveviana inettitudine è totale e di tutti, dalla fascinosa segretaria che cede alle lusinghe della Madre Azienda all’inerme passeggero alla fermata dell’autobus che non sa approfittare dell’avvenente seduzione di una turista.

Ma il tutto non può essere semplicemente ridotto nella simpatetica consonanza verso questo anti-eroico e anti-lirico io poetante; sarebbe troppo semplice fare il tifo per lui, per quel vago senso ruffiano di far la vittima, di ritrarsi , di mettersi all’angolo, soprattutto quando è chiamato a duellare con l’altro sesso, (qui la denuncia di un’omologazione alla cacciagione e alla predazione della “Femmina” raggiunge il sublime in certe volute autoironiche); alla fine quel che resta di questa compagnia perseguita tra un piatto e l’altro è un’amara malia, un senso di sofferenza e autoimmune senso di sopravvivenza che fa dire al lettore basta… una fuga che è quella che nasce dallo scoprire, proprio malgrado, la coincidenza tra chi scrive e chi legge, quell’identificarsi che fa paura e che un po’ disgusta, (si parla di sapori in molte poesie di Roberto R. Corsi), perché mette il lettore davanti a una prospettiva di simmetria che ne denuncia un identico “scorno”, parola montaliana tanto cara al Nostro.

Non c’è consolazione nella poesia e la grande abbuffata finisce sempre con il bisogno di ricorrere al diger seltz, perché se c’è un filo rosso che organizza queste 56 poesie è il senso di perdita, il retrogusto di qualcosa che è andato a male, di inacidito. E quel qualcosa, lo dichiara in tralice il Nostro, siamo noi, è il nostro mondo, è la stessa poesia, corrotta da chi è disposto a tutto pur di rendere visibile la propria produzione poetica, fatta di pavoneggiamenti e istinti così lontani dalla ricercatezza e dal fine labor limae di Roberto R. Corsi.

Si legga a titolo esemplificativo la lirica n° LV con un attacco sublime quanto espressionistico: Finisco di pranzare e di sognare in fretta: il ritrarsi / del mare in tempesta ci ha portato un’enorme carogna/ sfigurata … che riassume bene quanto appena affermato (ma lo stesso valsi per altri testi dove la metafora della ferinità morente ritorna ossessiva, come nelle: XVII, XXI,XXXII)

Il sogno di Roberto R. Corsi finisce in fretta, il sogno di un Paradiso Terrestre inabitabile e vacuo. Se ogni poeta è un luogo, per Roberto il paesaggio stato d’animo diventa la Versilia corrotta dal vento e dalle piogge, la Versilia in pieno autunno ma anche quella estiva con i bambini che scorrazzano sulla riva senza freno tra carezze e troppo liberali concessioni; la Versilia dove il cuore sembra un “vuoto pneumatico” – aggettivo che sarebbe piaciuto a Pier Luigi Bacchini, scrittore a cui – credo – il Nostro debba molto in termini di stile e linguaggio, con un aggiunta di ironia q.b. per emanciparsi dal maestro e fare del proprio percorso di scrittura un percorso originale e non affatto epigono.

Ciò che è mirabile in molte composizioni di Roberto è la capacità di scartare, di accelerare, soprattutto nel finale e ribaltare quanto di festoso e lirico c’è in precedenza, come se ci trovassimo di fronte a dei contro-idilli: ci piace questo clima “autoptico” dello sguardo, il suo addensarsi al dettaglio anche quello più scabroso e osceno; ci piace il gioco della lingua impastata su piani e registri diversi (polifonica e magmatica, polimorfica); ci piace il tono ironico che spoglia questa lunga faccenda sporca e disfatta della “meccanica della vita”; ciò che ci convince meno – lo diciamo per evitare qualsiasi sindrome alla Vincenzo Mollica del tutto bello, buono e bravo… – sono alcuni passaggi dove questa ipotattico e iperstrofico verseggiare si perde un po’ troppo nel sotteso e nel connotato e costringe il lettore a ritmi ancora più lenti di analisi, così come certo ridondante claudicare di alcune situazioni già sentite e vezzeggiate dello “sfigato” in amore o del mondo privilegiato e assente di fronte allo sbarco dei migranti. Quando la prospettiva laterale di Roberto R. Corsi, insomma, o si accentra troppo sul suo io autoironico o, viceversa, l’ironia che denuncia si fa così sottile da apparire retorica, allora restiamo meno soddisfatti del piatto assaporato. Per il resto un libro davvero appetitoso, da gustare e gustare in molte sue portate, ma questo è solo un punto di vista privato che chiunque potrà smentire. Ma alfine: versatemi da bere!

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Written by Roberto R. Corsi

15 giugno, 2015 a 08:35

2 Risposte

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  1. Ottimo.

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    cronologiadassenza

    15 giugno, 2015 at 11:43

  2. Sono felice che un lavoro così raffinato e intelligente venga apprezzato da palati così fini. Auguri… Massimo

    Mi piace

    Massimo Seriacopi

    15 giugno, 2015 at 16:20


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