Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Malinconia con ripieno di satira

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libero qui un trittico dell’ottobre scorso, proposto senza fortuna a un cimento letterario. La “Edulcoratio benevolentiae” mi è servita a poco, dovevo pestare di più come mio solito.
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LASCITO

Questo solo vorrei che, come cassa, galleggiasse
dopo il naufragio: ho avuto un’immensa paura.
Più non importa chi la instillò, vaccinandomi
contro qualunque morbo di durevole felicità.

Per paura ho perso tutto, per paura ho pretermesso
ciò che mi avrebbe salvato, rimanendo ogni volta qui, fermo
dentro un letto su poltrone su spiagge, orecchio sordo
o educato all’esplosione, alla lisi di sollievi possibili.

Quando poi la vita vera ha sventolato il fazzoletto
dal finestrino, in forma di carni, di vanti e profumi,
questi eran troppo cari, ardui al veglio neofita: resinoso,
restava il solo convincersi a forza che non fossero per te.

Ora che natura mi scaccia e non stringo alcunché,
ora che giovani fiere squadernano canini affamati
di lombi e suole carrarmato al mio farmi erba,
questo solo rimane da dirvi: non abbiate paura.

Se qualcuno anche caro, dal prete al familiare
al politico al partner, vi intima di averne,
voi uccidetelo senza esitazioni, in corpo in memoria
o in frequentazione. Dedicatemi il suo scalpo.

Cambiate aria, spediti affrancatevi.

 

TEST DI CITTADINANZA

Dio esiste, tutto avvolge come nebbia purpurea,
si preoccupa ogni giorno per me, per ognuno di noi;
la mia vita, la mia libertà, le mie scelte gli appartengono.

Il Premier, all’opposto, è salvifico vate di laicità,
socialdemocratico schietto come lambrusco secco,
autonomo, anzi inviso ai gruppi di potere:
porta sempre a termine quanto promette, contro mille gufi,
verso l’inevitabile vittoria finale del nostro Paese.

I ministri son lì per bronzea competenza;
comunque non dobbiamo aver paura della bellezza:
dopo tante comuniste coi baffi qualche miss ci sta bene,
fa da argine alla strisciante cospirazione omosessuale
che mina le maschie e cattoliche radici della Patria.

Come gli “extracomunitari”, proclivi a delinquere, guasta confettura
con semi di malaria pronti a finirci addosso;
a meno che non abbiano i soldi in mano
e ci rilevino casetta villetta o fabbrichetta,
nel qual caso son promossi d’ufficio a “extralusso”.

Noi Italiani vogliamo bene a tutti,
scevri di odio, invidia o mezzo gaudio;
poi, se non sei abbiente, di sicuro hai combinato qualcosa.

Prendi invece il povero grande imprenditore, per statuto
impossibilitato a licenziarci e avviare così la ripresa!
“licenziare”: pure una bella parola, cortese, se la analizzi.

[ove in disaccordo con una o più affermazioni
s’intensifichi la fruizione di talk show e quotidiani]

 

RESA

Quel qualcosa, sostanza batterio o deficit, che ho dentro
scava il midollo come punteruolo, questo mistero funesto
rende floscia la vita come vela issata male,
sanguigno il banchetto di cosmica indifferenza

di chi gode nel fiutarmi afono lungo il precipizio lavorativo,
massa gravitazionale che digerisce ogni idea, la vanifica
in uno scoppio di silenzio, nocciolo di ciliegia
da smaltire nell’umido senza pianti di sorta.

Ho dato, l’esistenza vien meno, diventa sussistenza,
ciò che era traguardo e nobiltà si muta in spuma da aggirare.
Non reggo più, son vecchio, morto dentro, mi scollo nelle mie cifre,
sogni e sapori di conquista gassati dal corpo stanco.

Presto andrò in rovina e probabilmente morirò anche fuori,
sarà la solita tragedia di solitudine e disoccupazione,
effimera emozione da trafiletto: un altro torna al nulla,

dismette il suo accidente di spermatozoo infecondo
nella grande vagina (lubrificata, un tempo) che è il mondo.

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Written by Roberto R. Corsi

12 marzo, 2015 a 07:36

Pubblicato su concorsi, inediti, materiale, poesia

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