Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Percentage poetry

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© Christian Mesiano su Flickr – CC BY

Quando scrivi poesie devi pensare agli arrotini e ai pallettari di rango:  
Ivan Lendl, poi Muster e Courier, poi Nadal, ora Djokovic. Non hanno mai vinto  
sulla gran tecnica, giocano di testa forza e percentuale, dominando le altrui debolezze e i punti decisivi.  
Lo so che ogni poeta tifa Edberg o Federer credimi, io per Re Roger,  
per seguire quell’angelo che strapazzava Philippoussis sull’erba del Centrale nel 2003 
danzando il rovescio a una mano con la perfezione di un Leconte, però alzando la coppa,  
ho mandato a monte un pomeriggio d’amore col più bel corpo di donna.  
Per fortuna Wimbledon dura solo due settimane l’anno, tengo a precisarlo. 
 
Scendi pure a rete, fai la tua premiatissima poesia di ricerca, o se preferisci 
snocciola haiku come perle di rosario; scrivi – nessuno te lo vieta del tuo dio, 
del tuo cuore, di parenti, di vedute, di cani, di gatti, di nonne. Ma ricorda che vale la metà  
di quel che credi: la media esatta tra quel che tu pensi che valga (cioè TUTTO) 
e quel che vale per gli altri, ossia quello che vali davvero TU per l’umano consorzio 
al netto dei privilegi di parentela, di censo, di lavoro, di avvenenza se ancora ne hai, 
di laudo ut laudes con altri poeti – quello che vali  
quando ti rifiuti di fare un favore, quando saffioca in smorfia il saluto del bottegaio  
che non ti vede da tempo entrare in negozio e comprare qualcosa – 
uno ZERO tondo tondo, talora infiocchettato di parole vaselina, più spesso manco quelle.  
 
Metti allora nel mirino delle tue strofe il ben pensare, il giudicare,  
radice della mala pianta che leggi sui giornali: lo schiavismo condito da slogan confetto,  
il flagello economico che asciuga il coraggio e inverte l’uso delle alterazioni –   
ci fa all’alba e alla sera Landini, ma durante l’orario d’ufficio Calboni.  
Gioca sul rovescio tagliato del potere, fai il tergicristallo ai colpi del pensiero nazareno,  
batti forte e preciso lungo lo scippo morbido, lo 0-40 dei diritti, 
che, questo sì, vale TUTTO per TUTTI, gioco partita e incontro.  

(inedito, marzo 2015)

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Written by Roberto R. Corsi

6 marzo, 2015 a 13:58

9 Risposte

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  1. Al di là della metafora e dell’esortazione che ciascuno di noi dovrebbe coltivare nel proprio orto, spero che apprezzerai questo articolo apparso su Dagospia (qualora non l’abbia già letto) dopo l’ultima recente finale. Capisco che per te Federer era solo uno spunto per la tua metafora ma io sono un innamorato del gioco di Federer (grande signore oltre che supremo tennista). Vedere Federer in giornata di spolvero è uno spettacolo per gli occhi e non solo. Mi ricordo da bambino gli ultimi sprazzi di Newcombe e Rosewall; quando ero un po più grande preferivo vedere Panatta (fatte le debite proporzioni) di Borg (col quale ha perso quasi sempre) che pure non era pallettaro come Lendl ma che è stato il precursore di un certo tipo di tennis. Federer me li ricorda in un tennis dove la potenza e la velocità di esecuzione (per non parlare delle racchette) mi rendono incomprensibile come possa giocare un tennis di quel livello stilistico, per fare un paragone calcistico è come se potessimo vedere Rivera (sono diventato milanista perché rimanevo incantato quando lo vedevo giocare) nel calcio di oggi (non toccherebbe palla, sempre un uomo addosso con possibile raddoppio, non avrebbe tutto lo spazio ed il tempo per le sue giocate di pura poesia che gli consentiva il calcio di fine anni 60 primi 70, senza parlare dell’aspetto fisico, già Brera lo chiamava abatino); Federer riesce ad essere Rivera nel tennis di oggi.

    Giancarlo Dotto per Dagospia

    Vedi Roger e poi svieni. Pensava a lui Stendhal? Nella finale di Dubai, davanti alle gaudenti sottane degli emiri chiazzate di champagne, Federer ha preso per le orecchie Djokovic, il superman tutto ferro e gomma, e lo ha portato a spasso nel luna-park del suo tennis al confine della gravità. Disintegra Nole in due set e sputa in un occhio a chi dubita ancora che sia lui il più grande tennista di ogni tempo, che chiamarlo tennista è una bestemmia.
    Per noi, insanabili mitomani, Roger Federer è stratosfera, vertigine pura, capolavoro in movimento, non riproducibile e non comprensibile. Quante volte, prima d’impiccarsi, David Foster Wallace si è genuflesso sotto i colpi impensabili di Roger? E noi con lui.
    Colpi che sembrano scappati dal mondo di Matrix e una racchetta che sembra la borsa di Mary Poppins. Arrivano palle da tennis e tornano fiori, farfalle, stregonerie, biglietti di sola andata per Tahiti. Uno che non è mai incappato mai nell’incidente greve del sudore. Anche quando è sfida a oltranza con i muscolari grevi di oggi.
    Tutti noi spasimanti rogeriani siamo già in gramaglie al solo pensiero del suo addio. Mancanti prima ancora che ci manchi. Di qualcosa che prima o poi accadrà, ma che già ora c’impedisce di godere fino in fondo. Anche per questo Roger insiste. Lui, come Michael Jordan ieri e Francesco Totti oggi.
    Lo sanno loro, per primi, il vuoto che lasciano. Insistono anche per sovrano egoismo. Sanno che possono avere un’idea compiuta della propria grandezza solo specchiandosi all’infinito nella devozione dei loro fan. E’ il dramma delle leggende viventi. Non essere stati spettatori di se stessi.

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    Luca Boccamaiello

    7 marzo, 2015 at 09:19

  2. Non ho più la febbrile ansia di seguire i grandi tornei di tennis, anche se i nomi che il Corsi Roberto cita sono scintille del firmamento tennistico; al di là della sua passione e competenza per lo sport racchettaro per eccellenza è il senso profondo che esalano le sue inusitate metafore a colpire il segno, pardon la pallina, la sua delicata e clinica bravura nel sistemare la morale di alcuni passaggi degni di un autore di razza. Caro Roberto a volte mi chiedo, leggendoti, quanto vale la tua persona in questo caravanserraglio che è diventata la nostra esistenza,ma poi penso che sono i poeti di cavalleria leggera come la tua che fanno la differenza con gli “altri” poeti della Guardia Imperiale, la cui corazza editoriale spesso cade sotto il peso del nulla che scrivono. Ciao toscanaccio!

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    Eugenio Nastasi

    7 marzo, 2015 at 10:12

  3. Grazie, bello! Christian

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    christiantito

    7 marzo, 2015 at 19:49

  4. Condivido in toto; e la consapevolezza di certa triste vanità, che spesso ci porta ad ignorare i nostri limiti, e forse, ancor di più, il timore di tediare il prossimo senza dire niente di particolarmente nuovo o interessante, mi ha fermato a riflettere se non sia meglio evitare di pubblicare ancora

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    Cinzia Boccamaiello

    7 marzo, 2015 at 23:58

    • anche a me ha fatto riflettere, ma più che lo stop forse mi serve una migliore osservazione e una rinnovata – decompressa dal lavoro e dalle servitù sociodomestiche – carica di flaneur… se poi i “buttadentro della poesia” preferiscono “badili ansimanti o api stereofoniche” (autocit.) è affar loro 😉

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      Roberto R. Corsi

      8 marzo, 2015 at 10:43


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