Anfiarao (ripresa da un frammento del 2009)

Sono il figlio indovino
che ride e fa il saltino.
Forse che ho avuto un padre?
Certo che sì, ma solo 
nella sua buona sorte.
Era un dio Apollo, poi un bel dì ha scazzato:
ora è mortale (Oïcle è nominato).

Eccoci qui rappresi su un divano
fianco a fianco, influenzati.
Invischiate le idee dentro il cervello;
il telefono muto, andati tutti.
Lui si bagna in vecchiaia,
ha gettato la spugna;
io precipito in Ade, muoio intatto
non sentendo più vita;
un ricapitolare sensi finti,
fole viste dal basso.

M’hanno mandato in guerra
come si spinge un peso al muro opposto.
Imperi, posizioni, vanaglorie
ridotte a scaglie d’unghia. Dimissioni
di conserva, sperando in chissà quale
tumulto nazionale:
“fai il saltino e ringrazia, Angelomario”.

Sono il figlio indovino,
spiro per relazione.
Tutto ciò mi era noto – 
oceanico iato,
testosterone tra divinazione
e salvifica azione.

E c’è chi pensa Cassandra felice.

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