Trstia

Paolo mi manda una foto da Piazza dell’Unità, nell’ora in cui la dittatura
della luce a specchio sull’Adriatico costringe a immortalarsi
opposti all’Audace, nel dolce rifugio dei palazzi, caramellati come i volti.
Dice son vecchio – mica vero, però intanto preannuncia la sferza di
un settennio da quando mi aggiravo confuso per quella meraviglia. Ci avrei passato
sei giorni d’insetto febbrile che sempre tornava alla lampara del molo, per il saluto al sole
o il fresco delle costellazioni. Prima dopo e attraverso l’amore di lei, che se ora riesco a pronunciarlo,
a dirlo dentro quei luoghi, è perché è finito, finito per sempre come litri di sangue
offerti al terreno, finito e inutile come quei luoghi stessi, come noi stessi,
orbato oltre le evidenze della diagnostica postgalileiana come il mio corpo, la mia
poesia che vaga alla meno, senza lima, tra taverne farmaci e riunioni operative, consapevole
del cespuglio sotto il quale la madre l’ha abbandonata e senza voglia di gridare.
Senza una vista oblunga di mare che schiuda diaframma arterie e parola.

trieste
questo non è Paolo (MMLVII)

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