Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Vuoto a 2

with one comment

Oggi, tanto per non passare la mattinata a fissare le travi a vista del soffitto meditando di penzolarci non prima di aver sussurrato per me solo, nel balzare dal soppalco, il nome dell’amante perduta, mi sono infilato in tre minuti nei vestiti e ho saltato la colazione per accompagnare Claudia a un trattamento psichiatrico (flebo). L’hanno fatta accomodare in una stanza in fondo a un corridoio; sbirciando con la scusa di andare in bagno ho visto che era popolata di confortevoli poltrone in pelle nera a lato delle quali svettavano le aste coi flaconi di tifiaccozepam o simili. Mentre aspettavo diligentemente in sala d’attesa leggiucchiando senza convinzione un insipido romanzo in realtà scrutavo, man mano che sciamavano verso la stanza dell’iniezione letale o tornavano per l’agognato verbo dello specialista, questi vinti dalla vita, o forse vincitori per no contest sul terribile della vita, quel terribile che inchioda al mezzo sorriso noialtri fintamente normali: il mio coetaneo paninaro fuori tempo massimo che agitandosi agitava il R0lex; il ragazzone dai lineamenti vagamente scandinavi e il look t0nn0 insuperabile che si tratteneva faticosamente dallo spaccare ogni cosa; la donna col basco le cui rassicuranti rotondità si vanificavano in un (non per me) impercettibile tremolio degli arti superiori. Ma più di tutti la signora Irma, cent’anni per gamba e dieci minuti per fare i cinque metri dell’atrio d’ingresso, scesa dal taxi sottobraccio a una badante; mi alzo, spalanco loro le porte a vetri per farle entrare e sento questo ansimare ritmico e violentissimo, baritonale, a udirlo a occhi chiusi carico di testosterone. Che dire? la portano lì “per riequilibrare la mente”… Una mente imprigionata in un corpo cui il rivo strozzato che gorgoglia e che s’impara al liceo fa un baffo. Una mente che chiede solo d’essere libera. Se in questo luogo terribile si leggesse Seneca, Irma sghignazzerebbe muta nel suo nirvana. Io l’ho provato il nirvana, prima che me lo chiediate, quando mi hanno praticato la sedazione per la colonoscopia; purtroppo mezz’ora dopo mi sono svegliato scoreggiando pantagruelicamente. La pena in tempo binario di Irma mi rappresenta la necessità del nulla molto più del ritorno caotico di Claudia, che si scaraventa nel cortile per la voglia impetuosa di fumare; la medicina la fa girare in tondo come una barca di America’s Cup prima del via. Due parole masticate e sorde con lo psichiatra e si vola in centro, ma prima di noi volano via i miei sogni, fanno un cenno di saluto sfiorano la volta dell’elegante ingresso del palazzo e si sciolgono nella cappa di smog della città.
Claudia è la signorina per la quale ho sacrificato più o meno consapevolmente la mia vita e che a ogni giuntura di questo decennio ha saputo miracolosamente affastellarsi ed esserci, essere donna come nessuna e far saltare il banco. Un mese fa si è presentata a casa mia splendente, declinando parole balsamiche, inanellando baci e avviluppandosi intorno a me quasi amniotica, impareggiabile, per poi sparire verso la stazione fumando nervosamente e magnetizzando gli sguardi dei clienti del limitrofo bar su mani affusolate unghie laccate in nero e gambe interminabili. Oggi (come già il giorno seguente) è l’opposto di allora, quel minuscolo e fradicio esserino visto troppe volte ormai, ma finora mai abbastanza per lasciarlo lì. Vuole farsi del male ed è impossibile impedirglielo, il suo sguardo oltrepassa anche le persone care come fossero vetro. Dispiega tutte le sue astuzie e le sue nevrosi per renderci suoi pusher e assecondare la sua compulsione. Ci riuscirà più tardi, con mille sotterfugi compreso l’affetto per me che non può provare, e questa volta, anche se è tutto ciò che mi resta, la faccio scorrere via come sabbia dalle mani, decido di non vederla più. A meno che il prossimo anno, o al massimo quello dopo ancora, non ci sia pure io su una di quelle comode poltrone. Gireremo in cerchi opposti nel cortile, faremo un match race di psicolabili. Sospiro e vado a firmare le dimissioni in quadruplice copia.

(inedito)

Annunci

Written by Roberto R. Corsi

28 novembre, 2013 a 23:39

Pubblicato su inediti, materiale, prosa breve

Tagged with

Una Risposta

Subscribe to comments with RSS.

  1. Sai scrivere, Roberto. Quanti possono dire la stessa cosa?
    Pensaci, talvolta; così, per obiettività, per correttezza (anche verso sé stessi oltre che verso gli altri),per non perdere la dimensione di quello che si è, oltre a quello che non si è.

    Mi piace

    cinzia

    29 novembre, 2013 at 02:41


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: