Notturno, giusto per fissare il momento

Cammino per Ponte Vespucci in una fredda nottata di novembre, appena poche ore dopo aver perso tutto. Un vento austero raffigura il mio senso di sconfitta, crea mulinelli sul lastricato del marciapiede di destra, mi sferza le guance come un padre ottocentesco prodigo di rimproveri. Coppie anziane rincasano da teatro: han dato Donizetti, e loro rimuginano sulle virtù belcantistiche del Nemorino di turno. L’elisir d’amore… Forse il mio dovrei cercarlo in fondo all’Arno, stanotte possente ma pacato, magari pure lui rattrappito dal freddo… Per fortuna il farmaco, qualcuno dei farmaci di quell’apotheke ambulante che mi porto nelle tasche, ha fatto effetto almeno per oggi, e mi ritrovo orfano di quella vocina che ogni tanto mi esorta a risolvere tutti i problemi buttandomi giù – come tanti, troppi hanno fatto, dalla minorenne indiana alla splendida mia dirimpettaia finlandese, eternamente depressa. La mia voce è svanita nel buio, e dire che la stronza mi aveva seguito pure in America, evidentemente per lei Arno o Monongahela era lo stesso, contava farmi fuori e quasi ci era riuscita, nello stretto camminamento sopra quel corso d’acqua smisurato. Invece, grazie a questa benvenuta assenza, posso indugiare a mezzo il ponte senza dovermi affrettare, e godermi il panorama a est: il filotto di Carraia Santa Trinita e Ponte Vecchio è benedetto, in alto, da Sirio, plasticamente – come in un presepe – a perpendicolo sull’acqua; bluastra, forse per il cielo nascostamente gravido di polveri e smog; sola stella dalla lucentezza capace di squarciare il male dell’uomo. E infatti tra gli umani nessuno ci bada, tutti a bubare e a bubbolare dal freddo, lesti nel passo. Attenti, al massimo, alla luna asettica e incandescente che a tratti sbuca dalle nuvole e che domani sarà piena, e per me solo. Mi tiro dietro in fretta la porta di casa e, contrariamente a quanto pensassi, nonostante ogni pietra antica mi abbia rinfacciato il suo volto irripetibile, il suo corpo che altri d’ora in poi vendemmieranno, quest’altro corpo doppiamente traditore, il mio, che odio e come altri non so più riconoscere, riesce a non versarci mezza lacrima.

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