Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

noi anti-EAP, establishment di periferia

with 21 comments

brutti-sporchi

un famoso establishment di periferia, i protagonisti di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola (fonte wikipedia)

Dopo i “fasti” elio24oreschi di due settimane fa questa domenica tocca a Luca Mastrantonio su La lettura (p. 11) spruzzare, peraltro con buono stile, qualche stilla di profumo sugli editori a pagamento.
Non so come giudicare questa (consapevole o meno) recrudescenza persuasiva osservabile sui due migliori inserti culturali in circolazione.
Di certo dispiace dover tornare sempre sulle stesse cose, e non su proprio impulso; per fortuna l’articolo è online e ognuno si farà la sua idea.
Ho ben poca voglia residua di ribadire “ogni maledetta domenica” la mia avversione vissuta sulla pelle e ponderata (non ideologica come la si vuol spesso liquidare) all’EAP; a maggior ragione perché sembra che il mondo, là fuori, sia felice di pagare per pubblicare. Becchi ‘ontenti, come direbbero al Vernacoliere. E, “forte” di un contesto familiare e sociale in cui non mi vengono mai chiesti pareri ma solo benedizioni, conosco i miei polli e so che sarebbe meglio lasciar perdere e impiegare altrove il proprio tempo.
Mi preme solo rilevare che anche stavolta, come da parte di Borsani, si fa un certo mescolone – nell’articolo e in tutto l’inserto – tra editoria a pagamento (pago un “editore” che mi chiede soldi in anticipo, in varie forme, a prescindere dalle copie che verranno vendute; e quasi sempre ai costi di stampa aggiunge del suo) e self-publishing, che quando fatto bene (Kindle direct publishing o servizi di stampa on demand) si sostanzia in una percentuale che viene trattenuta sul corrispettivo di ogni copia acquistata; niente viene sborsato ex ante ma solo ritenuto in quota rispetto a quanto effettivamente venduto. Per cui non è corretto definirlo editoria a proprie spese, si tratta di un diritto editoriale dal mio punto di vista assolutamente corretto.

Inutile dire quanto sia marcata la differenza, non solo in termini etici ma anche comportamentali, cioè di concreta motivazione alla distribuzione e diffusione del prodotto.

Non so se per leggerezza o tecniche avvocatesche, queste due forme vengono spesso confuse; sia nel commento benevolmente concessomi da Borsani che nella chiusa di Mastrantonio,  che prima distingue correttamente tra self-publishing e vanity press, ma poi affida la coda a un poeta giovane e molto ben recensito (che mi riprometto d’indagare criticamente in futuro), Francesco Targhetta; prendendo le mosse dal concetto di self-publishing si passa la parola al poeta che si lancia in una difesa della sua scelta di pagare “oltre duemila euro” all’editore ExCogita, sotto forma di acquisto copie.
Quindi non si tratta di self publishing ma di EAP tout court. Però la formula si esalta comunque, soprattutto come propedeutica al farsi conoscere e al pubblicare con un editore più conosciuto (nel suo caso ISBN Edizioni).
Occorre visibilità, la selezione dei libri da pubblicare non è meritocratica etc.; il che, aggiunto alla consueta lista Svevo-Proust-Moravia etc. di autori a proprie spese, fa chiosare l’autore dell’articolo così: “la lezione [sic] di Whitman [altro colosso che pare abbia sborsato] è ancora valida”. Amen (visto che è domenica…).
Ne abbiamo già straparlato qua dentro.
Il Capitano mio capitano, giace freddo e morto e dice “sticazzi, scannateve”.

Ultima considerazione estemporanea. Giorni fa il mio spunto precedente fu ripreso e amplificato dal blog Giramenti, ove io e Gaia Conventi ci siam beccati di commentatori (anzi “chattatori”) che viaggiano “in periferia”; oggi apprendo che il fronte anti-EAP è composto soprattutto da “giovani scrittori, critici e intellettuali che lavorano o gravitano attorno a case editrici piccole o medie”… nel mio caso il MAGARA nasce spontaneo. Prego gli uffici assunzioni delle varie case editrici di prenderne atto, integrarmi in organico e colmare sta lacuna.
Più avanti Stefano Petrocchi, coordinatore dello Strega, parla di “prospettiva corporativa-ideologica” del fronte no-EAP. Che dire? Viviamo tempi in cui la correttezza contrattuale è vista come ideologia, e questo dà l’amara misura di tante cose…
Ma soprattutto, Gaia, siamo un establishment di periferia. ‘Na casta fuori circonvallazione! Era difficile far meglio. Cosa ci beccheremo domenica prossima? 😉

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21 Risposte

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  1. Mah. Io non lavoro con nessuna CE piccola o media, eppure l’editoria a pagamento mi fa venire l’orticaria comunque. Ma magari è solo perché non me la posso permettere economicamente, e allora mi troveranno un’altra definizione, tipo ‘commentatrice stile volpe e uva’. Si sa che chi non si può permettere una cosa la denigra. Meno male che c’è una nutrita lista di CE non a pagamento già testate, a cui riferirsi, per noi volpuvisti.

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    julka75

    7 luglio, 2013 at 12:05

    • ti denigrano comunque. Io e Gaia siamo finiti fuori dal Raccordo anulare e però nell’establishment editoriale. (aspetto busta paga e manoscritti in lettura ma non arriva mai na cippa) 😉

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      Roberto R. Corsi

      7 luglio, 2013 at 14:13

      • A me sembra che su questo tema, l’EAP’, molti si riempiano la bocca, indignandosi però solo un tanto al mucchio. Al momento opportuno o si cita Svevo (gli eredi sono già stati da un legale, presto si faranno sentire), oppure si dice che comunque forse, un po’ di EAP c’è ovunque e che non si può vivere senza o che chiedere soldi per leggere un manoscritto su corsia privilegiata non è così male, e via dicendo.
        Sono pochi quelli che si schierano, consci delle black list e delle offese che arrivano dai guru dell’editoria.

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        Stranoforte

        7 luglio, 2013 at 22:34

      • Be’, caro il mio Stranoforte, noi due non abbiamo certo problemi di black list.
        Ormai ci siamo, vediamo di spassarcela!

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        Gaia Conventi

        7 luglio, 2013 at 22:49

      • pure io mi sa che ho fatto molti passi avanti verso l’oscurità, di recente. 😉

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        Roberto R. Corsi

        7 luglio, 2013 at 22:52

      • Il paradiso lo preferisco per il clima, la black list per la compagnia. 😀

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        Gaia Conventi

        7 luglio, 2013 at 23:06

  2. L’ha ribloggato su Ufficio Reclami.

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    julka75

    7 luglio, 2013 at 12:06

  3. La solita botta di vita concessa – stranamente gratis – a chi pubblica a pagamento: «I grandi hanno pagato, puoi pagare anche tu», ecco uno spot che potrebbe funzionare.
    Lo cedo volentieri senza nulla chiedere in cambio. Così, tanto per distinguermi.

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    Gaia Conventi

    7 luglio, 2013 at 12:59

    • qui in periferia, ad ovest di Paperino, si svende tutto a poco 🙂

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      Roberto R. Corsi

      7 luglio, 2013 at 13:23

      • E domani vediamo di piazzarci il carico.
        Ti aspetto su Giramenti, in caso si facesse vivo l’autore dell’articolo. Porta una cartina, o ci facciamo una canna o ritroviamo la strada di casa. Sai, in periferia…

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        Gaia Conventi

        7 luglio, 2013 at 19:04

      • quando esce? domattina sono in viaggio, allerto l’avvocato d’ufficio e gli dico di abbonarsi al tuo feed 😉

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        Roberto R. Corsi

        7 luglio, 2013 at 19:29

  4. Io sono semplicemente una lettrice. Non sono critico, scrittore, non lavoro per case editrici. Mi tengo lontana dall’EAP per scelta, ma la mia scelta deriva essenzialmente da un’esigenza di lettrice: quando acquisto un libro che ha un EDITORE pretendo un libro che sia stato selezionato, editato, lavorato in concerto. Non che sia frutto di un assegno e dell’autoscelta di pubblicarsi.
    Se non voglio il filtro dell’editore mi rivolgo al selfpublishing, che ha l’onestà della trasparenza.

    Non sapevo che Targhetta avesse pubblicato a pagamento. Mi lascia un po’ perplessa, soprattutto se ora “difende” questa possibilità.

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    lepaginestrappate

    7 luglio, 2013 at 13:57

    • riguardo a Targhetta, il cui “Perciò veniamo bene…” ho in coda di lettura da parecchio (mi frena il costo alto dell’ebook), c’è una bella confusione. L’articolo lo definisce un esempio di self-publishing e invece l’autore rivela di aver contribuito per 250 copie. Quindi EAP.
      Secondo me il ragionamento pecca inoltre per eccesso. Non credo sia dimostrabile oltre ogni ragionevole dubbio che pubblicare a pagamento, anche per case che magari sono un po’ meno peggio di altre e un po’ ti promuovono, serva a farti conoscere. Anzi. E poi fino a quel paragrafo si sosteneva che c’è una sorta di pregiudizio corporativo verso gli autori APS. E allora? Quale asserzione è vera?

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      Roberto R. Corsi

      7 luglio, 2013 at 14:11

      • (gli ebook ISBN sono a volte un po’ cari, ma c’è quasi quotidianamente qualcosa in offerta, bisogna un po’ tenere d’occhio! :))

        Temo che l’autore dell’articolo abbia le idee decisamente poco chiare…

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        lepaginestrappate

        7 luglio, 2013 at 14:22

      • il combinato disposto (come si direbbe in noioso giuridichese) di questo articolo e dei commenti dell’Autore dell’altro mi portano a pensare che ci sia una certa tendenza a equiparare eap al self-publishing — e soprattutto a considerare il primo una colpa veniale. Su twitter ho dialogato con l’Autore di oggi e ha argomentato che “un bel libro è sempre un bel libro comunque lo si pubblichi”… quindi si ha una visione machiavellica (in più sensi) del tutto…

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        Roberto R. Corsi

        7 luglio, 2013 at 14:51

      • Mi sembra un po’ troppo semplicistico parlare in termini di eventuale qualità di un fantomatico libro :/ soprattutto dal momento che nell’EAP la selezione è praticamente inesistente.

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        lepaginestrappate

        7 luglio, 2013 at 15:15

  5. Un bel libro è sempre un bel libro. Ma se un bel libro ha bisogno di un EAP, allora tutti gli editori free peccano di cattivo gusto. Possibile? Certo, tutto è possibile. Poco credibile, magari, ma possibilissimo.

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    Gaia Conventi

    7 luglio, 2013 at 19:07

  6. […] e poco lascia all’immaginazione. E di nuovo ringrazio l’amico Roberto Corsi: senza il pingback che mi sono vista piombare sul blog, ci avrei messo giorni per scovare l’articolo di Luca […]

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  7. […] di Luca Mastrantonio uscito ieri sull’inserto culturale La Lettura ne chiacchiera (seppur, come osserva Roberto R. Corsi, in modo confusionario – soprattutto nella distinzione tra self publishing ed editoria a […]

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