Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

carità librosa

with 6 comments

mi è sempre un po’ triste imbattermi in autorevoli opinioni (neanche troppo) surrettiziamente legittimanti l’Editoria A Pagamento (EAP).
La scorsa domenica è toccato nientemeno che al supplemento culturale de Il Sole: a p. 43, in un articolo a firma Ambrogio Borsani, col pretesto di esaminare il catalogo di una vecchia casa editrice a pagamento – quella di Antonio Lalli a Poggibonsi – che ha pubblicato anche nomi rivelatisi poi eccellenti (Camilleri, Merini: ma in alcuni casi non chiedendo loro alcun contributo), si scrive per esempio che “pagare per pubblicare è una tradizione con illustri nomi” e che gli editori a pagamento “sono sempre esistiti e in qualche caso hanno svolto il caritatevole compito di accogliere opere di autori ingiustamente rifiutati dall’editoria ufficiale”. E giù i soliti Gadda, Svevo, Montale e compagnia bella.

Anche se poi l’articolo prosegue cercando di distinguere tra EAP “che selezionano” (bontà loro) e altri che “incassano (sic) qualsiasi libro con esborso o acquisto di copie”, in quell’aggettivo caritatevole c’è tutta la sostanza collosa dello stato allucinatorio in cui la nostra vanità a livello personale e la difesa dello status quo a livello collettivo ci portano.
La carità, almeno così mi s’insegnava, non si fa dietro compenso (e quasi sempre extraprofitto). Quindi per piacere manteniamola scollegata dalla categoria degli stampatori con commissione.
E ove, ma non credo, l’aggettivo si riferisse a casi “laterali” come quello di Camilleri, cui Lalli non chiese alcun contributo per pubblicare Il corso delle cose, è lo stesso editore a chiarire nell’articolo che un ritorno ci fu, in forma promozionale mediatica. E fu notevole: “l’unica cosa che chiesi a Camilleri fu di mettere il nome dell’editore nei titoli di coda dello sceneggiato tratto dal libro che la RAI stava preparando”! Del resto alcune case editrici a pagamento usano un simile sistema di diversificazione promozionale, pubblicando ogni tanto senza contributo la silloge di un singolo big fish (magari già conclamato), in funzione di attrattiva per il branco.

Più mediatamente, il dato che l’EAP è snaturamento del contratto di edizione e sfruttamento del lavoro creativo proprio non passa. E se non passa agli alti livelli del giornalismo culturale, figuriamoci tra la manovalanza.
Non sto a ribadire quanto ho già scritto nelle categorie EAP, magagne, autopsia della poesia e rimuginazioni al riguardo.

Qui potete leggere l’articolo di Ambrogio Borsani (è una copia cache che ho scoperto su un sito esterno, quindi non è detto che rimanga in rete ancora molto tempo).

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Written by Roberto R. Corsi

19 giugno, 2013 a 14:36

6 Risposte

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  1. Caro Roberto, perfettamente d’accordo, sei stato lucidissimo! Ciao, Massimo

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    massimo.seriacopi@virgilio.it

    20 giugno, 2013 at 08:44

  2. Non ho mai pubblicato a pagamento, non ho simpatia per gli editori a pagamento, analizzo alcuni casi clamorosi, Merini (in questo caso era caritatevole, tra virgolette) Camilleri ecc… Lei dovrebbe piuttosto commentare l’esplosione autorevole del digitale a pagamento, Repubblica, Amazon ecc. o dovrebbe sapere che Scheiwiller e altri nobili editori pubblicavano a pagamento.

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    ambrogio borsani

    24 giugno, 2013 at 13:42

    • caro Prof. Borsani,

      nessuno ha insinuato che lei abbia pubblicato con contributo;
      quanto alla “antipatia” mi fa piacere la sua presa di posizione ex post, ma sfido chiunque a desumere antipatia verso gli editori a pagamento dal tono del suo articolo… a quanto vedo il link è ancora lì e ciascuno può giudicare.

      I “casi clamorosi”, le basterà googlare un po’ a proposito o soffermarsi su qualche blog contro l’editoria a pagamento (questo compreso), sono purtroppo uno degli appigli dialettici più ricorrenti con cui l’editore convince l’autore esordiente a sborsare… («lo ha fatto anche Gadda, lo ha fatto anche Svevo, lo ha fatto anche Montale [questo miete molte vittime]» e così via).
      Quindi non vanno sottopesati nel loro potenziale di precedente motivazionale.
      Come pure l’ “anche le case editrici nobili (??) chiedono contributo” che, mi permetta, ricorda per analogia le generalizzazioni apologetiche tecnico-processuali; ma “adducere inconveniens non est solvere argumentum”, recita un brocardo.
      Alla sezione link del mio sito c’è un elenco di case editrici di poesia rigorosamente free, cioè che non chiedono contributi ma scommettono sugli autori. Un altro mondo è possibile. Vero, son poche (ma siamo sempre attenti nel monitoraggio). E forse non saranno ancora case altisonanti come quella che lei ha nominato (sulla quale non ho sufficienti informazioni per giudicare e dunque lei si assume la responsabilità di quanto scrive), ma, premesso che uno ha anche a disposizione internet per pubblicarsi e promuoversi, sono un inizio.

      L’editoria a pagamento è in costante aumento proprio perché, soprattutto nel who’s who letterario, si è poco intransigenti sulle sue argomentazioni e produzioni, e quindi le avrei già risposto: intervenire sulla forma mentis, alla radice dell’atteggiamento, è più urgente che intervenire sull’esantema, cioè sul dilagare alluvionale degli EAP. Lo fa benissimo, ad esempio, Michela Murgia in un intervento sul suo blog, immaginando un dialogo con un autore che ha pagato per pubblicare e ora le chiede attenzione, e smontando una per una le sue motivazioni.
      http://www.michelamurgia.com/cultura/libri/672-galateo-2012-parte-1#!kmt-start=60

      Inoltre lei fa un grave errore di equiparazione in peius: il digitale di amazon non è assolutamente editoria a pagamento: amazon inserisce un libro sulla piattaforma web del Kindle Store e trattiene una royalty (tra l’altro più che ragionevole) *in percentuale sulla concreta vendita di ogni esemplare di ebook* quindi non chiede nessun soldo anticipato o sganciato dal numero dei download che il libro riceve.
      Si tratta dunque di un contratto discutibile nel merito/opportunità della scelta (mi conviene? mi dà visibilità?), ma di un contratto formalmente di edizione, sinallagmatico, a prestazioni corrispettive e ripartite.
      Anche l’imprecisione tipizzante («digitale a pagamento») è perniciosa e alla lunga si traduce in quel tanto lo fanno tutti che poi spinge verso le fauci degli EAP…
      Per «Repubblica» (Ilmiolibro?) il meccanismo è diverso ma, a partire dal titolo della pagina web, il sito stesso si qualifica come servizio di *stampa*, non di editoria. Ci si pone ab initio su un’altra angolazione rispetto all’editoria, benché mitigata dall’inserimento (*opzionale* e se non erro con oneri *addizionali*) nel circuito di vendita del sito, e l’Autore dovrebbe esserne consapevole.

      Come vede posso tranquillizzarla e mitigare i suoi piccati (e me ne rammarico) inviti a parlare di questo o sapere quello: “ho studiato”, ho sbattuto la capoccia contro tante porte, ho in più episodi serrato le terga ai cinguettii di tanti editori a pagamento, mi sono informato e m’informo con costanza da almeno sei anni.
      Gli argomenti che abbiamo toccato ora (e qualcosa in più: perfino uno studio su quanto “alza” di extraprofitto un editore a pagamento “in bianco” rispetto a una stamperia; oppure il “ducamantovanesimo” critico e premiale, ovvero il EAP o non EAP per me pari sono dei critici), li ho trattati tutti qua e là sul blog nel corso di questi anni, e li trova categorizzati in quelle etichette che sono in fondo a questo post.

      Con immutata stima, RRC.

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      Roberto R. Corsi

      24 giugno, 2013 at 15:25

  3. Ah, la nobiltà degli editori a pagamento! Gente che, non fosse amante dell’arte, farebbe certamente altro. L’idraulico, magari. Ecco, sì, provate a cercare un idraulico la domenica. Zero. Non ne spunta uno. E poi, ma in maniera caritatevole, cercate un editore a pagamento. Va bene il sabato, la domenica, pure Natale e Pasqua. Lo troverete, datemi retta. Perché fare l’idraulico è un bel mestiere, ma fare l’editore a pagamento è meglio. E c’è persino chi ne dice un gran bene. Anche sui giornali.

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    Gaia Conventi

    26 giugno, 2013 at 22:45

  4. L’EAP e una non cosa, legale, certo, ma “non”.

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    Stranoforte

    26 giugno, 2013 at 23:21

  5. […] Ritorniamo a parlare di EAP, dell’editoria a pagamento. Insomma, siamo ancora qui a fare le pulci al paga e pubblica. Oggi però introduciamo al giro di giostra una grande novità, cosa per cui ringrazio l’amico Roberto Corsi – sì, è anche un poeta, però mi sopporta – e il suo post Carità librosa. […]

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