Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

lo zio Alfonso e lo scribacchino

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Berardinelli

foto dal blog Mosche in Bottiglia

Rifletto sull’intervento di Alfonso Berardinelli sul Domenicale del 28 aprile u.s. – potete leggerlo qui – e la prima considerazione che s’affaccia è che evidentemente esiste una linea Maginot, una trincea tra la percezione di chi assurge agli onori della critica e chi invece, come il sottoscritto, conduce una vita da poetastro autopubblicantesi nonché faticatore su poesia altrui, spesso anch’essa confinata nel pozzo dell’incognito. I primi, probabilmente sommersi da invii honoris causa di pubblicazioni cartacee di ogni qualità, e inclini a sedimentare il loro sguardo critico in poeti conclamati, dunque non novinovissimi, parlano di poesia “sopravvalutata” (assieme alla narrativa); i secondi toccano quotidianamente con mano sudaticcia l’olocausto editoriale – “poeti: porta chiusa o portafoglio aperto!” -, il crunch dello spazio fisico dedicato alla poesia nelle librerie, l’assenza di recezione diffusa della (pur legittima, anzi auspicabile) alluvionalità di testi in rete, la latitanza dell’attenzione editoriale a questo stesso humus poetico digitale (mancanza di head hunters) che riduce ogni possibilità di balzo (verso dove?) allo schema della conventicola (do ut des, cioè laudo ut laudes) e a un’autopromozionalità al limite del neurologicamente sopportabile.
Dunque la prima reazione all’articolo è “Ma di che stiamo parlando?”. Poi uno si spreme di più e pensa di essere andato fuori tema: quello che interessa a Berardinelli è un rapporto qualitativo tra “campioni” di un genere e di un altro. Difatti il leitmotiv dell’articolo, provocatoriamente generoso di comparazioni in stile Coppi-Bartali o Callas-Tebaldi (enfatiche, acritiche, non supportate) è che saggisti e non-romanzieri o non-poeti ci donino opere, ignorate dai critici, che valgono almeno quanto romanzi o raccolte di poesia sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori. Si tratta di un pregiudizio, come avverte lo studioso, storiografico e critico, che come tale andrebbe abbattuto.

Come ho accennato l’articolo opera comparazioni qualitative senza supportarle argomentativamente (es. Piergiorgio Bellocchio contro Sanguineti e Raboni); accade spesso quando si usa, come qui nel titolo, il termine “sopravvalutato”, per me particolarmente odioso perché presuppone altezzosamente che la propria opinione personale, per quanto autorevole, sia oggettività. E poi si poteva semmai parlare piuttosto di sottovalutazione degli altri generi!
Ma quel che importa considerare, e ci ricongiungiamo con l’inizio, è che i piani bassi preparano la rivoluzione: oltre a quanto detto sopra sulle metastasi dell’universo poesia, metastasi sulle quali in questo spazio ci soffermiamo spesso, basta prendere ogni tanto una classifica dei libri più venduti o interrogare il vicino-bookworm di ombrellone (ne ho uno che legge solo saggistica e “varia”) per rendersi conto che il pregiudizio critico è ampiamente ridimensionato quando non capovolto dalle abitudini di lettura. Che alla lunga, sono ragionevolmente certo di questo, influenzeranno anche le abitudini critiche. Marxianamente parlando la struttura, cioè il dato legato al modo di produzione capitalistico (il consumo), influenzerà, quando già non lo faccia, la sovrastruttura, o l’ideologia alla base del lavoro critico; dunque la gerarchia di esso, l’ordine dei lavori.
A seconda della consapevolezza di ciò, la tirata di Berardinelli assumerà il colore di un profetico e vitale The times they are a-changin’ o al contrario quello pleonastico di sordità dell’ambiente (e dello stesso allarmato estensore) rispetto al kavafiano “ciò che s’approssima”.

Molto interessante e da parte mia completamente sottoscrivibile è invece la proposta di una valutazione interdisciplinare delle opere. Si legge in un passaggio: “Per capire il valore o l’interesse di un libro di poesia, per esempio, non lo confronterei con altri libri di poesia suoi contemporanei, ma con libri di prosa, narrativa o non narrativa, finzione o non finzione…”. Questa, chiaramente in fase di delibazione e non di analisi critica approfondita, può essere una cartina di tornasole per capire quanto il poeta possa essere calato nel suo contesto sociale (ammesso e non concesso che si tratti di un criterio rilevante; per me in questo periodo lo è; per molti altri, sulla scia della Dickinson etc., assai meno) nonché, rifacendosi a un precedente intervento di Berardinelli stesso, “abbiano qualcosa (di interessante) da dire”.

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Written by Roberto R. Corsi

8 maggio, 2013 a 09:49

Una Risposta

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  1. Caro Roberto,
    credo che l’errore di Belardinelli derivi da una sorta di complesso di inferiorità. Nessuna nega che testi di saggistica abbiano una dignità culturale che talvolta può farli assurgere a capolavori del loro genere. Il problema è che narrativa/poesia e saggistica operano e si indirizzano su registri e percezioni differenti. La mia sarà forse una considerazione banale, da lettore superficiale ed incolto, ma puoi provare empatia per una dimostrazione di geometria analitica? Eppure è affascinante nella sua perfezione, è molto più perfetta (mi passerai, spero, lo strafalcione ma rende l’idea) di qualsiasi opera letteraria. Io penso, sempre da superficiale ed incolto, che la saggistica non ti può mai “prendere la pancia” (e qui mi scuserai il luogo comune, ma non riuscivo a trovare un altro modo per esprimere ìn modo chiaro il concetto) come succede quando leggi narrativa e poesia che ti incantano. A Belardinelli rode forse che un saggista venga amato (e quindi recensito, analizzato) meno di un narratore, son problemi suoi. L’importanza e l’impatto culturale che può avere Sanguineti rispetto a Calvino è altra cosa rispetto ai sentimenti che ispirano la lettura delle loro opere. Alessandro Carrera nel suo saggio “La voce di Bob Dylan” recentemente ristampato da Feltrinelli riprende la conferenza di Garcia Lorca a Cuba del 1930 per inquadrare nella poetica dylaniana “due guardiani dell’ispirazione (cito da pag. 241)”: l’angelo e il duende.
    Ai saggisti manca il duende perchè non hanno “quel potere misterioso che tutti sentono e nessun filosofo spiega” non possono colpire l’individuo “salendo interiormente dalla pianta dei piedi”, fanno un altro mestiere che può produrre opere che possono avere un’importanza culturale immensa ma che non dà emozione. La formula della relatività di Einstein è una delle produzioni intellettuali più importanti della storia dell’umanità (almeno questa è la vulgata, io ne capisco poco) ma sicuramente emoziona meno di un quadro di Van Gogh. Tornando al tema principale dal quale ho un pò deviato, Belardinelli sostiene che un saggista viene preso in considerazione in modo adeguato solo quando ha una sua rilevanza come narratore e cita Calvino. Ma Calvino sarà ricordato per il Barone rampante e non per Appunti sulla narrativa come processo combinatorio. Mi si potrà obiettare perché la prima opera è superiore alla seconda comparativamente parlando. No la valutazione dell’opera è qualcosa che esula da ciò che l’opera stessa riesce a trasmettere a chi ne fruisce. Riguarda il suo valore. Lo stesso Carrera che ho citato, personalmente, lo apprezzo più come saggista che come poeta per fare un esempio. Il problema è che il saggista (filosofo, storiografo, critico letterario ecc.) cerca il piano razionale del lettore mentre il poeta o il narratore ne cercano la “pancia”. Al saggista manca il “duende”. Belardinelli sostiene che chi produce narrativa e poesia viene premiato in termini di visibilità più di un saggista perché quest’ultimo viene ritenuto interprete di una letteratura marginale in quanto autore di “prosa non narrativa…, di riflessione, di pensiero…” (come se determinate opere d’arte fracui quelle letterarie non portassero a spunti di riflessione e di pensiero). Si lamenta che narratori che raccontano poco e male e poeti che ignorano le tecniche vengano recensiti e conclude con un elogio al merito che lascia di stucco per la sua banalità: “nell’epoca di Plutarco o di Luciano (mi verrebbe da dire o Eriberto per buttarla in vacca), in quella di Voltaire e Diderot quale poeta è stato alla loro altezza?”. Siamo ai livelli del compianto Catalano. Cosa c’entra tutto ciò? E’ evidente che un bravo saggista ha meriti superiori ad un mediocre narratore. E’ altrettanto evidente che l’importanza culturale di un non narratore può essere fondamentale per il contesto culturale in cui ha operato ma questo cosa significa? Probabilmente a Belardinelli dà fastidio che Chomsky sia ricordato più per il suo impegno politico che per i suoi studi sulla grammatica trasformazionale.
    Allora forse il narratore ed il poeta sono recensiti e presi in considerazione più di un saggista non perché producano opere più significative o di maggior valore (non so se sono riuscito a spiegarlo con la tiritera di cui sopra, il valore dell’opera non ha nulla a che fare con la sua fruibilità) ma perché sono in grado di parlare un linguaggio più universale che può essere compreso e assorbito in modo trasversale a vari livelli dai più basici ai più articolati senza che ciò comporti una svalutazione dell’opera (cosa che non è possibile per un autore di saggistica) e quindi attireranno l’attenzione di un numero più vasto di lettori (cioè anche di quelli meno culturalmete attrezzati). Concludo riprendendo un esempio di prima. Sono una capra di storia dell’arte, non ne so niente. Però i quadri di Van Gogh mi piacciono. Perché? Non te lo so dire. Mi prendono la pancia. Probabilmente Sgarbi ha una chiave di lettura del pittore che gli permette di apprezzarne sfumature che a me sfuggono e di goderne in modo più profondo. Ma Van Gogh è in grado di parlare sia a me che ad un raffinato cultore della materia. La stessa cosa mi accade con Dylan (visto che lo citi nel tuo commento) ma in questo caso da livelli di analisi dell’opera molto più approfonditi.
    Mi scuserai la tirata logorroica, voglio concludere. Un narratore, un poeta vale più di un saggista?. Certo che no, che banalità ripeto. Un narratore, un saggista saranno recensiti più di un narratore? Io credo di sì (poi probabilmente, come dici tu, se il mercato “consuma” più saggistica rispetto alla narrativa o alla poesia, può darsi che in futuro accadrà il contrario) perché anche in un narratore o in un poeta che non sia un inclito puoi trovare delle pagine o dei versi dove si annida il “duende”.
    Mi rendo conto che la mia è un’analisi a tratti semplicistica (un pò tagliata con l’accetta) e che è inquadrata in una visione talvolta romanticistica, mi farebbe piacere una tua risposta (tempo e voglia permettendo) come sai ti leggo sempre con piacere anche quando i rispettivi punti di vista divergono.

    Mi piace

    Luca Boccamaiello

    11 maggio, 2013 at 12:01


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