Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

cognizione di causa/2 – in fair Verona

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tribvr

(img dal sito alsippe.it – elaborazione mia)

Tempo fa misi per iscritto i miei dubbi sull’assunto che un contratto di edizione a pagamento fosse inappuntabile sotto il profilo della causa contrattuale, elemento essenziale che dalla dottrina più autorevole viene definito come funzione economico-sociale del contratto. Ero ignaro, e ringrazio Gaia Conventi per la tweet-segnalazione, di come già a metà degli anni Ottanta un Pretore, quello di Verona, avesse formulato un ragionamento simile al mio. Anzi, migliore e più pragmatico del mio, evitando di volare troppo alto in ordine al (pur importante) profilo etico della questione e concentrandosi piuttosto sulla struttura giuridica del rapporto, cioè sul famoso sinallagma, collegamento – necessario e necessariamente equilibrato – tra prestazione e controprestazione.
Su questa sentenza e altro si è per gran parte innestato un commento del 2002 da parte dell’avv. Ugo Nasi; da quello partiamo – in corsivo – per poi addivenire – in blockquote – alla massima. Il grassetto è opera mia.

[Il contratto di edizione presenta] i caratteri consueti che contraddistinguono i contratti c.d. a prestazione corrispettiva o sinallagmatici – dove la causa genetica della convenzione si traduce nello scambio di un bene per una somma di denaro – salvo il fatto che nell’ipotesi in questione il bene dedotto in una delle prestazioni convenute non è materialmente tangibile, sostanziandosi in un’opera dell’ingegno.

Ciò detto, i soggetti che assumono posizione centrale in tale fattispecie negoziale sono: l’autore dell’opera oggetto della prestazione di facere e l’editore che realizza il suo interesse a trarre profitto dal lavoro creativo mediante l’assunzione – a sue spese – degli oneri di riproduzione e di pubblicazione dell’opera (ovviamente oltre all’onere fondamentale relativo al compenso prestato all’autore della creazione).

Poiché elemento essenziale del contratto di edizione è la circostanza che la riproduzione e la diffusione dell’opera avvengano per conto e a spese dell’editore, in mancanza di tale condizione è necessario qualificare di volta in volta quale sia il negozio voluto dalle parti nell’esercizio dei poteri di autonomia contrattuale (Pret. Verona, 14 marzo 1985, mass.; in Giur. merito, 1986, 852, nota; Dir. autore, 1986, 91).

Un contratto con il quale l’autore di un’opera letteraria, addossandosi ogni spesa necessaria, dia incarico ad uno stampatore [sic!] di stampare, pubblicare e vendere l’opera, non è un contratto di edizione ma deve considerarsi come un contratto di appalto. Di conseguenza i diritti di autore sull’opera non si trasferiscono allo stampatore ma rimangono di spettanza dell’autore (ibidem).

Rispetto alle mie rimuginazioni la ricostruzione dottrinale e giurisprudenziale si preoccupa di chiarire che:

  • la causa del contratto di edizione sta nel sinallagma, ossia nella compresenza di prestazioni corrispettive; in particolare, che la copertura finanziaria sia appannaggio dell’editore;
  • uno “stampatore” (attenzione: che non solo stampi, ma pubblichi e anche venda! quindi un “editore a pagamento” ci rientra appieno) avrà la sua disciplina regolata non dal contratto di edizione ma da quello di appalto; dunque non potrà giovarsi dei diritti sull’opera.

Forte, no? L’uso tranchant per cui molti attivisti noEAP oggi chiamano “stampatori” gli editori che chiedono “contributo” o acquisto copie risale di fatto al 1985, in pieno edonismo reaganiano (smile). Infatti cosa fa per contratto un editore a pagamento se non stampare, pubblicare e vendere il libro? Vedremo poi che qualcuno si sforza di dimostrare che non è solo questo, ma a un primo approccio restano fuori dall’ultimo paragrafo solo le componenti della promozione e della distribuzione; esse tuttavia, ove non comprese nel “vendere”, però risultano teleologicamente (cioè considerando il fine cui puntano) ricomprese nella “diffusione” dell’opera che, perché possa parlarsi di contratto di edizione, viene prevista al paragrafo precedente come per conto e a spese dell’editore.

Di fronte a una causa contrattuale, cioè a un assetto strutturale-funzionale del contratto, stravolto dall’attribuzione di entrambi gli obblighi fondamentali in capo a un solo soggetto (creare l’opera d’ingegno e allo stesso tempo assumersi le spese della sua traduzione in cartaceo), il giudice non ha posto nel nulla l’intero negozio ma ha doverosamente applicato l’articolo 1424 c.c. cioè il principio di conversione del contratto nullo, interpretando la fattispecie in modo suscettibile di poter produrre effetti e facendola rientrare nel “tipo” dell’appalto (1655 ss. c.c.).
L’appalto – ricordo – è il contratto con cui una parte (appaltatore) assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, l’obbligazione di compiere in favore di un’altra (committente o appaltante) un’opera o un servizio verso un corrispettivo in denaro.
Perciò, e riassumendo, quando la controparte non si assume gli oneri economici della pubblicazione non si deve parlare di contratto di edizione: è l’Autore che appalta la realizzazione del libro dietro compenso.

Prima conseguenza è che lo “stampatore” non ha accesso al diritto d’autore che resta in capo allo scrittore senza vincoli di sorta.
Ora, dal punto di vista delle opere di poesia, la conclusione del Pretore sembrerebbe poco rilevante. Nel contratto “con contributo”, infatti, è largamente prevalente (ma non unanime, come purtroppo ho potuto verificare di persona, per fortuna senza abboccare) la prassi di lasciare comunque i diritti in capo all’Autore.
Tutt’al più, per salvaguardarsi da ripubblicazioni ravvicinate, pur mantenendo in capo all’Autore tutti i diritti, si cerca di impegnarlo a non pubblicare la stessa opera con altri editori per un periodo che di solito non supera il quinquennio; di fatto questa clausola si risolve in un extraprofitto nelle intenzioni dello “stampatore”, che ben volentieri concederà la liberatoria previo esborso ulteriore dell’Autore, impaziente di essere ripubblicato.
Secondo la ricostruzione del Pretore Veronese ogni vicenda legata alla “stampa” non è in grado di intaccare la sfera giuridica soggettiva dell’Autore in ordine alla titolarità dell’opera (com’è invece nella causa contrattuale del contratto d’edizione vero e proprio), dunque la sua libertà di trasferire il diritto (mediante contratto di edizione genuino) non può essere compressa da alcun vincolo od obbligo di non fare: in assenza di assunzione delle obbligazioni economiche in capo all’editore, le clausole che limitano il diritto dello scrittore sull’opera dovrebbero darsi per non apposte.

Provando poi a spingerci un poco oltre il disposto della sentenza, rileva poi molto l’articolo 1656 del codice civile: il subappalto non è consentito, salva autorizzazione per iscritto del committente. L’appalto è infatti – spiega Laura Bianchi su wikilabour.it – un contratto fondato sull’intuitus personae, per cui non è consentita una sostituzione non autorizzata del soggetto obbligato. Con il subappalto, in particolare, l’appaltatore affida ad un terzo (subappaltatore), in tutto o in parte, l’esecuzione del lavoro ad esso appaltato.
Tralasciamo ogni amara ironia sull’intuitus personae, cioè sulla fiducia professionale, quando riposta in un EAP, e focalizziamo piuttosto gli snodi interpretativi. Il fatto che ci spostiamo da un contratto di edizione che si sostanzia “per conto e a spese dell’editore” a uno di appalto determina una diversa visione di ciò che normalmente avviene, cioè che almeno le operazioni di stampa (quasi sempre “finito di stampare dalla tipografia X per conto di”) e distribuzione (ove realmente implementata: quella “compiuta direttamente dall’editore” tramite il sito etc. è insussistente) siano implicitamente delegate dall’editore ad altri soggetti giuridici: il tipografo, la catena di distribuzione, etc. A questo punto, dunque, occorrerebbe citare questi soggetti nel contratto e fornire specificamente il consenso a costoro. Su questa base potremmo affermare per presa visione che molti contratti “con contributo” sono invalidi per il loro carattere approssimativo, privi come si presentano di citazione espressa dei subappaltatori e a maggior ragione di autorizzazione ad hoc da parte dell’Autore.

Ma cosa eccepiscono normalmente gli “editori a pagamento” (per salvare la faccia e soprattutto, quel che ora c’interessa) per salvare il contratto?
Oltre alle inflazionate frasi di scuola per cui “il mercato della poesia è quello che è”, “anche i grandi autori si son pagati l’esordio” e così via – circostanze irrilevanti sul piano giuridico – campeggiano due linee di difesa:

  • da un lato il vantato valore aggiunto della prestazione dell’editore (es. inserire il lavoro all’interno di una collana prestigiosa; “seguire l’autore” con un servizio di editing più o meno invasivo, etc.);
  • dall’altro l’affermata insufficienza del versamento a coprire tutte le spese, che infatti viene chiamato “contributo” alle spese proprio per enfatizzarne l’adeguatezza solo parziale e la circostanza che anche l’editore ci metterebbe del suo.

Entrambi i profili difensivi non sembrano reggere: il primo perché, per quanto promozionalmente o “eutroficamente” importanti per l’Autore, si tratta sempre e comunque di attività accessorie rispetto al già ricordato sinallagma creazione-edizione e quindi inadatte a giustificarne uno stravolgimento – per tacere del fatto che una “buona editoria” dovrebbe comprendere in automatico (e gratuitamente) questi servizi; il secondo perché il tenore della pronuncia nonché della sua esegesi dottrinale sembrano non ammettere nel contratto di edizione forme di commistione delle prestazioni corrispettive tipiche – per tacere del fatto che in molti casi il “contributo” copre in realtà tutte le spese e origina addirittura profitto, come ci è capitato di poter riscontrare comparando i normali “contributi” con i prezzi di stamperia.

In ogni caso, qualora l’ormai lunga digressione qui sopra non vi avesse ancora tolto la voglia di pagare per pubblicare, sarebbe opportuno all’atto delle negoziazioni impuntarsi perché nel contratto di stampa-appalto (fu editoria con contributo) venisse dichiarato e sottoposto a obbligo di rendiconto  anche il prezzo dei singoli servizi offerti (stampa, distribuzione, promozione), oltre ai soggetti terzi (subappaltatori) interessati i cui nominativi come detto dovrebbero essere approvati ad substantiam. Ciò in modo da poter esercitare un controllo delle spese effettivamente incontrate e dell’effettiva parzialità del vostro contributo. Qualcosa mi dice che nessun EAP consentirà a far questo, per cui se non cedete sarete salvi malgrado il vostro ego (smile).

Come vedete questa sentenza scaligera che ha appena compiuto ventotto primavere è stata generosissima nel dar sponda alle nostre considerazioni. Resta un bel po’ d’amarezza nel constatare come, a meno di ulteriori scoperte che spero di poter fare, non ci sia stato un seguito né a livello normativo (recezione del principio e maggior chiarezza tra i tipi contrattuali); né a livello di scienza del settore – cfr. l’esperta Maria Grazia Cocchetti, che nel suo ottimo L’autore in cerca di editore, pur giudicando in maniera più negativa che positiva la scelta di pubblicare a pagamento, la mantiene all’interno (con clausole peculiari) dello schema tipico del contratto di edizione; né purtroppo a livello di convinzione diffusa in neofiti o addetti ai lavori; alcuni dei quali, temo, accettano il sistema sperando di potersi in futuro trasformare a loro volta da autori paganti in editori a pagamento.

Serena Pasqua a voi e ai vostri cari.

(ringrazio L. M. P. per i riferimenti bibliografici della sentenza)

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Una Risposta

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  1. bella ricostruzione. Aggiungerei, alle frasi di scuola: “L’editore fa il suo metiere. Altrimenti chiude”. Ebbene?

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    GTZ

    10 aprile, 2013 at 12:53


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