Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

invocazione marzolina a Serapione di Thmuis

with one comment

Serapione di Thmuis

San Serapione (immagine © giornoxgiorno.myblog.it)

caro Serapione,
ho scelto te tra tutti i santi tuoi condomini perché da ragazzo guardavo lo Scrondo e lui giurava (il falso) sul tuo omonimo martire alessandrino, quindi per estensione pure tu mi stai istintivamente simpatico. Poi con quel nome, che pur promana dal sole, sicuramente sarai nelle fasce di reddito più basse dell’agiologia onomastica perché un figlio oggi è meglio chiamarlo “o Alan o Kevin” (cit.) oppure Oceano, Nathan Falco, Brookyln o al limite anche Ibuprofene cui la mia testina deve molti ringraziamenti e quindi un tributo di carne ci starebbe pure bene.

Smetto di divagare. Oggi è il primo marzo e come forse sai il 21 p.v., che è il tuo condominio patronale oltre che il primo giorno di primavera, è stato scelto da quasi tre lustri come Giornata mondiale della poesia UNESCO. Sarebbe una bella cosa se non fosse che è tutto uno scatenarsi di letture pubbliche per gran parte basate sul solito schema del volontariato collettivo.
Si titilla l’ego ai poeti come ai micetti la vescica (“sei stato scelto nel novero dei poeti fiorentini”), si fan loro espletare pochi versi, si moltiplica per almeno qualche decina di partecipanti ed ecco fatta la serata.
Quando ero ottimista ho presenziato o partecipato a cosette di questo tipo. Gli organizzatori sono come caporali: chiaramente ovviamente naturalmente non ti pagano (e quanto dovrebbero darti per una poesia? anche se io accetto pure cappuccini per quietanza, ormai). Joyce Carol Oates, in Acqua nera, fa chiosare duramente a un suo personaggio: “cos’è un volontario, specie se di sesso femminile? Qualcuno che sa di non poter vendere i suoi talenti”. Ciò può essere irrispettoso verso chi s’impegna per il prossimo, ma trattandosi di poesia questo è senz’altro vero: si è smarrita la coscienza del valore intrinseco del nostro lavoro. O addirittura si è acquisita, pur sottacendola, la netta coscienza che, mercé l’esubero dell’offerta rispetto alla domanda, la scrittura creativa non valga più nulla, soprattutto con questi chiari di luna (ho letto che per un pezzo giornalistico di almeno 250 parole venivano offerti € 0,66+IVA!); che è già tanto se la poesia non assume un valore economico negativo (cfr. editoria a pagamento), che è un divertissement figlio del ozio o dell’età improduttiva, che basta una carezza al nostro ego o l’appellativo di “poeta” collocato su qualche carta per remunerarci in esubero.

Ma di questo ho parlato alla nausea (so che mi segui da lassù). Quel ch’è peggio è i caporali col tempo plasmano, sedimentano (e inevitabilmente ghettizzano) un “fritto mistico” (cit.) di poeti – sempre gli stessi – che sfornano a comando poesie su qualunque cosa. Come dei simbolici Big Jim, schiacci il tasto ed esce la strofa sulla società civile, l’ottava sul femminicidio, la terzina incatenata su Firenze in fiore, l’haiku sulla schiacciata alla fiorentina.
Un esempio non troppo surreale di agenda poetica lo avevo già virgolettato nel post sulla ToMbin tax, segno che questa sensazione mi accompagna da un po’.
L’occasione fa scempio dell’ispirazione nonché della necessità, per me fisiologica, di decantazione del materiale. È terrificante, caro Serapo, e indicativo di come vadano le logiche poetiche.

E che dire della calca… Il caporale naturalmente detta le regole. Udite udite: gli interventi si susseguano senza soluzione di continuità e ogni poeta abbia massimo qualche minuto per leggere.
Poeti in batteria; un fluire di parole senza nessun tempo o modo di riflessione, dove nessuno ascolta nessun altro; chi deve ancora leggere si prepara al proprio intervento e chi ha letto se ne frega del resto, conversa e in certi casi tenta di promuovere per la sala i propri libri o il proprio sito di scrittura. Ogni poesia ha un tasso di permanenza nei neuroni dell’audience di trenta secondi circa. Alla lunga tutto si riduce a un gigantesco babelico spot per il caporale e le sue iniziative librarie o premiali, debitamente enfatizzate in testa o in coda alla giornata.
Difatti i caporali ci tengono. Lo scorso anno mi è addirittura capitato di trovarmi dentro un (mal formulato) meccanismo di silenzio assenso! caro Corsi, non hai declinato l’invito due mesi fa e dunque sei tenuto a comporre una poesia sul tema X! Risposta: ma siete letterati o siete Equ1talia, cribbio? E, per fortuna, esclusione dalla enslaving list.

Ecco, santità: anche basta. Ti pregherei di sollecitare i piani superiori perché facciano girare il mondo poetico, non tanto e non solo per il ventuNo prossimo ventuRo, secondo ritrovati schemi di equità professionale (what you get is what you pay for) e di serietà critica (incontri a tema, concentrati sull’opera di pochi selezionati autori). Io nel frattempo mi astengo dalle celebrazioni e nel mio intimo laicamente festeggerò 1) Les rondes de printemps di madre natura, comprese le gentildonne che col solicino fan più mostra di sé; 2) il genetliaco di Messer Johann Sebastian Bach – sì lo so che per il nostro gregoriano corrisponde al 31, però un tal genio ben si può onorare doppiamente.

Cordialmente, tuo RRC

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Una Risposta

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  1. “Se non appari non esisti” e di conseguenza le passerelle imperversano . E’ un gioco stanco , infantile , che si trascina i suoi “contenuti” come quello delle belle statuine . A me sembra mortificante per i protagonisti e per la poesia , ma pare che vada per la maggiore questa celebrazione dell’ego ….

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    leopoldo2013

    1 marzo, 2013 at 19:24


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