Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

hysteron proteron: postfare e mai prefare

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RAlajmo

Roberto Alajmo (img dal sito lucianopignataro.it)

Condivido ampiamente quanto espresso nella bella “incursione” di Roberto Alajmo uscita domenica scorsa su La lettura (#67, p. 4) e leggibile per intero sul sito personale dello scrittore.
In tono colloquiale e con parole semplici si sfiora un tema importante quale l’epidemica e patologica gratuità del commitment di lettura e critica, esan-tema più volte stigmatizzato su questi lidi. Ma soprattutto si asserisce con dovizia cromatica che: la prefazione a un autore vivente è deleteria; chi continua a commissionarne è un editore sprovveduto; essa infatti fa assumere al libro un retrogusto provinciale; insinua un padrinaggio sospetto tra prefatore e autore; in più imprime all’opera prefata il marchio di qualcosa che non riesce a camminare con le proprie gambe; di una barzelletta che va spiegata; infine ha tutti i tratti di un’intimazione a farsi piacere ciò che seguirà.

Notevole! Ripercorro la mia esperienza su questo leitmotiv, adattandolo com’è ovvio al comparto poesia che, quanto a diffusione, è ex se provinciale.
Molto spesso le introduzioni/prefazioni a libri di poesia, siano esse chieste dagli editori o dagli stessi poeti, hanno valore onorifico/ legittimante: si esibiscono nomi della poesia e della critica (talora anche dell’attualità o della politica) come blasoni e magari numi protettori per le future sorti recensorie e premiali del volumetto; essendo sufficiente il sintagma “prefazione-di-X-Y” da calare come un asso di briscola, da esibire seccamente in frontespizio, qualche volta in copertina; non ha rilievo il contenuto ma il fatto che lo abbia scritto proprio il Vate.
Prefazioni di questo tipo non hanno quasi mai pretesa d’introdurre alla comprensione ma si diluiscono nell’aneddotica, in acritici giudizi altisonanti o in un labile caleidoscopio sinestesico. E non hanno alcuna utilità se non quella di saggiare l’ego di chi le ha scritte. Un famoso prefatore, per dire, le inizia inevitabilmente ricordando e ribadendo il rapporto di vassallaggio tra il poeta-autore della silloge e il Vate medesimo in qualità di feudatario… Esempi caricaturali ma non troppo: “incontrai A.B. mentre ero in posa per una statua crisoelefantina ad Anghiari”; “conobbi C.D. allorché esercitavo lo ius primae noctis sulle donzelle del colle di Cadibona”; “il qui presente E.F. mi venne incontro urtando la tempia contro la chiave della città che il sindaco mi aveva appena consegnato”; etc. etc. Va be’.

Quando invece si tenta un approccio esegeticamente e criticamente più approfondito il fattore mortifero è piuttosto un altro, che Alajmo omette: l’acido lattico di cui metaforicamente si caricano le meningi del lettore. Hai voglia di raccomandare a chi conosci di saltare la prefazione e leggerla dopo le poesie: la partenza hors categorie spezza la resistenza e il malcapitato giunge alla prima lirica già desideroso di mollare tutto e abbrancare il viciniore dvd di Bombolo e della Fenech.
Ecco quindi che la prefazione seria si svela per quello che è: un hysteron proteron, cioè un’inversione retorica (ma qui indebita) della sequenza logico-temporale (qui logica) degli eventi. A conti fatti non credo che sia giusto “spiegare” (rectius: tentare la propria interpretazione di) qualcosa di cui il nostro interlocutore non ha ancora preso conoscenza; fiato spezzato e ali tarpate all’immaginazione sono un debordante contrappeso all’eventuale (perché io credo sia giusto non sentirla proprio) esigenza di entrare in gioco con strumenti ermeneutici, o anche solo con dati storici. Sono tutte operazioni che possono essere utilmente rimandate a dopo la cruda lettura, e ci si guadagna il fatto che la tesi critica può essere anche messa in discussione – e, quando si è fortunati, semanticamente ampliata – da un lettore consapevole.

Ho da qualche tempo raggiunto la convinzione che occorra postfare e mai prefare, quantomeno rispetto a un libro di poesia. Ci sono arrivato mediante esperimenti dal lato passivo (l’arguta ma altamente ipotattica prefazione di Paolo Codazzi al mio esordio; in alcuni feedback essa m’è stata descritta come una sorta di Mortirolo collocato al primo chilometro di gara) e dal lato attivo (ho prefato la silloge di Cinzia Boccamaiello e chissà quanti lettori ne ho allontanato!).
Maturato il convincimento ho poi agito di conseguenza: per All’orza ho voluto espressamente che il bell’intervento critico di Giuseppe Panella arrivasse in coda alle liriche. E per Girotondo di Fabio Pasquarella (senz’altro una delle penne più felici e bisognose di sola aria pura tra sé e i lettori, senza troppi intermediari di sorta) ho operato, spero appropriatamente, a valle del testo.
Credo di aver fatto bene, in futuro insisterò su questa rotta e mi sento di dare a tutti lo stesso consiglio “procedurale”.

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Una Risposta

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  1. In effetti pare anche a me che, per la poesia e non solo, la prefazione di un “nome”-nume desti sospetti… nell’unico libello di poesia da me scritto e pubblicato ho infatti declinato la gentile offerta (pur apprezzabile come gesto, ovviamente) in tal senso di cari e autorevoli amici universitari proprio perché penso che semplicemente si debba/voglia leggere poesie, e poi valutarne sensi e forme… che la creazione assuma valore (o disvalore) per se stessa, accettando onestamente tutte le critiche (nel senso etimologico del termine) che verrano poi, dopo la lettura, proposte. Massimo Seriacopi

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    Massimo Seriacopi

    27 febbraio, 2013 at 10:51


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