Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

una stroncatura vintage

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papini

Precedenti illustri / la prima edizione è del 1917 (img © anobii.com)

In uno sforzo di sempre maggiore trasparenza ho ripescato, come promesso qui in coda, un parere fortemente negativo sulla mia prima raccolta a stampa, parere ricevuto già nell’autunno 2007, pochi mesi dopo la sua uscita. A uso di chi volesse confrontarlo con la propria esperienza di lettura dei miei testi (il libro intero o più di metà delle liriche presenti ormai qui), lo ospito sul sito in allegato PDF senza (almeno per ora) nominarne l’autore perché il tutto nasce come corrispondenza privata; si tratta comunque di un letterato di valore, con cui, e non per questo episodio bensì tempo dopo e per semplice incuria, ho un po’ perso i contatti.
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Ho evidenziato in rosso, lasciandoli “aperti”, i punti su cui secondo me si potrebbe discutere molto. Solo una volta, in verde bottiglia, ho glossato appena su un accusa per me esagerata.
Il mio personalissimo rapporto tra “dire ermetico” (o piuttosto spinta verso il polisemantico: esigenza di fare in modo che il lettore, posto a davanti a un dato incerto, possa tentare, anche sbagliando – come qui avviene un paio di volte – una propria lettura) e chiarezza dell’esperienza (esegesi, interpretazione autentica) deriva di certo da una serie di connotati della mia personalità. Del resto il titolo della raccolta, in un doppio gioco tra giuridico e pessimismo cosmico, voleva testimoniare in parte questo.
Credo che insomma il mio carattere possa aver giocato sulla necessità di giocare un po’ a nascondersi, unitamente a una certa novità dell’ambiente, a un residuo di ottimismo e a un inerziale conformismo innato nelle mie strutture sociali di riferimento.
Al momento sto attraversando un’opposta fase di scrittura di scarsa difficoltà esegetica e dall’alto contenuto confessionale, e quindi “criticare la critica” qui riportata sarebbe improvvido da parte mia, dal momento che in ogni giudizio negativo è implicito il consiglio di lavorare in altre direzioni (quando non direttamente in agricoltura). E io ho cambiato, per quanto ancora?, profondamente direzione rispetto alle concrezioni de L’indegnità.
Però non credo di averlo fatto sulla base delle direzioni suggerite dal critico, che sono: “stranezza della lirica dotta” (e perché? la cultura è esistenza e, attraverso l’archetipo, vita fresca) e, mediatamente, necessità di rendere totalmente intelligibile il contenuto della poesia. Semplicemente ho operato uno spostamento di tensione togliendo forza alla capacità di evocare scenari differenti e preferendo la crudezza del dato. Questo perché a mio avviso le contingenze storiche (caduta a spirale della poesia nel vortice dell’autoreferenziale; sua incapacità di rappresentare la realtà; soprattutto, sua crescente incapacità d’incrinare la glassa del conformismo) lo rendono urgente.
Ma la capacità di prestare il fondo a un minimum standard di ambiguità è forse un dato irrinunciabile della poesia: citando Andrea Inglese, un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio // e il problema dello scarso successo della poesia sembrerebbe essere proprio la scarsa disposizione d’animo dei contemporanei a sospendere i loro codici familiari e raccogliere la sfida della rimuginazione.
Io stesso, pur avendo scritto e scrivendo versi molto distesi, sento che dovrò, quando l’ispirazione me lo consentirà, riequilibrarli con un maggior potere evocativo delle parole, cercando quel moto a pendolo di cui sopra che è anche diabolica quadratura del cerchio. Il poeta non sta mai fermo lungo questo piano cartesiano delimitato dai due assi del polisemantico e del crudo, e va avanti per carotaggi.
La necessità di rimanere in movimento è quasi costante e si riflette, in questo periodo, soprattutto nel confronto con l’altrui scrittura.

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Written by Roberto R. Corsi

22 febbraio, 2013 a 09:10

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